Lord Palmerston, lo scacchista del Grande Gioco

Il passato è la chiave di volta per la comprensione del presente e la previsione del futuro. Il che significa che chiunque sia privo di memoria, del ricordo del passato proprio e dei suoi antenati, dalla storia verrà travolto e seppellito. Perché la storia è un tribunale che non ammette né ricorsi né difese deboli, e dove il vincitore è, di frequente, qualcuno che ha al proprio fianco dei cinici, geniali e loquaci avvocati del diavolo. Eminenze grigie.

L’eminenza grigia è la personificazione della storia, della quale si nutre per scrivere la propria – cercando di imporla agli altri. L’eminenza grigia è chi scrive la sceneggiatura, al riparo nel buio del dietro le quinte, che degli attori trasporranno poi sul palcoscenico. E gli applausi del pubblico andranno a loro.

L’attore è il volto, lo sceneggiatore è l’anima. E conoscere lo sceneggiatore è sapere, peraltro, ciò che dovrebbe fare e dire l’attore. Perciò per capire la Guerra dei trent’anni si dovrebbe guardare più al cardinale Richelieu che a Luigi XIII. Così come per comprendere la corsa all’Africa si dovrebbe studiare la figura di Cecil Rhodes. E per decifrare la criptica mente dell’Anglosfera nel Grande gioco, quello di ieri come quello di oggi, si dovrebbe parlare di Henry John Temple, visconte di Palmerston.

Henry John Temple nacque a Westminster il 20 ottobre 1784. Uomo di lignaggio nobile, nelle cui vene scorreva sangue blu, suo padre era il secondo visconte di Palmerston. Trascorse l’infanzia al seguito dei genitori, sempre in viaggio attraverso l’Europa per ragioni di lavoro, apprendendo l’italiano durante un soggiorno nella penisola.

Il piccolo Temple era carismatico e vulcanico: facile alla rissa coi bulli, esuberante agli incontri di lavoro del padre coi signori della politica britannica. Descritto come curioso e intelligente sopra la media dai vari tutori assunti dal secondo visconte di Palmerston per seguirne l’educazione e la formazione, Temple studiò all’università di Edimburgo ed ereditò il titolo del padre prima dei diciotto anni.

Nel 1803, allo scoppio della guerra contro la Francia, il giovane visconte, non ancora ventenne, si arruolò nei corpi volontari per fermare il tentativo di invasione delle isole britanniche da parte di Napoleone. Al breve paragrafo di soldato, concluso con l’ottenimento del titolo di tenente colonnello, fece seguito l’ingresso in politica.

Nel 1808 si fece notare per l’arringa con cui difese il controverso bombardamento britannico di Copenaghen, giustificandone la conduzione per motivi di “autopreservazione”: Napoleone aveva espresso più volte l’intenzione di inglobare la flotta danese nella grande armata del Blocco continentale, perciò Sua Maestà, privando i danesi della loro marina, aveva prevenuto un attacco ai propri danni. L’arringa gli valse il posto di Segretario di guerra, conservato gelosamente fino al 1828.

Il Ministero della guerra fu una nave-scuola per il giovane, ambizioso e geniale signore di Palmerston. Furono gli anni in cui comprese l’importanza della politica estera, il cuore di ogni impero, imparando dall’osservazione dei più anziani e dall’azione sul campo. Anni in cui intuì come rendere grande l’Impero britannico, prendendo nota dei successi e dei fallimenti di Napoleone e divorando le enciclopedie sulla storia del mondo. Anni che lo prepararono alla missione della vita: guidare l’Impero britannico nelle acque agitate della competizione tra grandi potenze dell’Ottocento.

Nel 1828, una volta terminata l’esperienza al Ministero della guerra, si dedicò interamente alla scrittura della politica estera dell’Impero. Parola d’ordine: lungimiranza. I britannici non sarebbero dovuti intervenire per soddisfare esigenze estemporanee, ma per perseguire disegni intelligenti orientati al lungo termine. Atto primo dell’era Temple, coerentemente con tale visione, fu l’ingresso di Londra nella guerra di indipendenza greca – non per altruismo paneuropeo, ma per impedire che alla ritirata ottomana dal Peloponneso seguisse l’entrata russa. Preludio della diplomazia delle cannoniere, icona della politica estera britannica durante l’era Temple.

Gettate le basi della futura influenza britannica su Atene, e a latere sul Mediterraneo, il visconte di Palmerston si sarebbe focalizzato sulla pioggia di crisi che minacciava di destabilizzare il fragile equilibrio europeo del dopo-Vienna. La crisi belga risolta con la conferenza di Londra del 1830. Le questioni dinastiche iberiche risolte a Londra nel 1834. I tentativi di impedire la morte del comatoso Impero ottomano, antemurale naturale tra l’Europa e la Russia.

Nella visione del mondo del signore di Palmerston, molto pragmatica e poco idealistica, la Sublime Porta, terrore della cristianità, era l’ariete di cui l’Impero britannico abbisognava per contrastare l’avanzata russa nell’area Nero-Balcani e per impedire ai francesi di aumentare la loro influenza nel Mediterraneo. Visione al cui interno si inserirono l’invio di armi alla resistenza dei popoli caucasici negli anni dell’espansione russa nel Caucaso, la Convenzione di Londra del 1840 sui possedimenti egiziani di Costantinopoli e l’infiltrazione della Terra Santa, affidata al sionista cristiano Lord Shaftesbury.

A seconda del momento, oltre che del contesto, il pragmatico signore di Palmerston era in grado di dialogare e negoziare con chi, fino al giorno precedente, gli era stato rivale. Stipulò la Convenzione di Londra del 1840, ad esempio, con l’Impero russo e in ottica antifrancese. Realpolitik allo stato puro. Manifestazione plastica di una convinzione espressa più volte, nel corso della sua vita, che è un caposaldo della scuola realista di relazioni internazionali: l’Interesse nazionale deve avere un primato perpetuo sui legami di amicizia e inimicizia tra gli stati.

Artefice del traghettamento definitivo dell’Impero britannico in Asia, Lord Palmerston fu la mente dietro lo scoppio della prima guerra dell’oppio combattuta contro la declinante dinastia Qing. Il conflitto si concluse con la vittoria dei britannici, proiettati verso l’egemonia dell’Indo-Pacifico, e con l’ignominiosa sconfitta dei cinesi, piegati da una serie di trattati iniqui – statuenti, tra l’altro, la cessione di Hong Kong – e introdotti al cosiddetto Secolo delle umiliazioni.

Tra il 1846 e il 1851, intuendo la portata rivoluzionaria della stagione dei moti liberal-rivoluzionari, il signore di Palmerston iniettò denaro, armi e provocatori nei vari movimenti di protesta e sedizione apparsi a macchia d’olio in tutto il continente. Obiettivo: preservare equilibri e divisioni pattuiti al Congresso di Vienna, ma, dove possibile, ritagliare nuovi spazi per Londra.

La sua capacità di infiltrare i moti, talvolta di concerto con e talvolta a detrimento dell’aminemica Parigi, gli sarebbe valsa il titolo di “ministro della polvere da sparo”. Perché la longa manus di Palmerston fu vista un po’ ovunque, dalla penisola italiana, dove galvanizzò il processo di indipendenza nostrano, all’Ungheria della rivoluzione mancata del 1848.

Nel 1851, all’indomani dell’affare don Pacifico, il signore di Palmerston rassegnò le dimissioni dagli incarichi di politica estera. In ragione dei servigi resi alla corona, comunque, al demansionamento fu preferito un trasferimento onorevole, cioè la direzione della Segreteria degli affari domestici. Una sfida trasformata in opportunità. Opportunità per crescere, imparare nuove cose e farsi amare dall’opinione pubblica.

Nel 1855 fu richiamato al vero governo da Sua Maestà, causa l’impellente necessità di capitalizzare la guerra di Crimea, diventando il più anziano primo ministro britannico di sempre – era settantenne. Profondamente scontento del modo in cui Londra aveva gestito il conflitto, il signore di Palmerston cambiò radicalmente mezzi – espansione delle ostilità al Baltico per mettere sotto pressione la capacità reattiva dell’Impero russo – e fini – da una pace gattopardesca ad una simil-cartaginese.

Temple persuase Napoleone III, al quale era legato da un intenso rapporto di amicizia, a congelare la via negoziale a tempo indefinito. La pace sarebbe stata imposta ai russi, e non contrattata con loro, una volta catturata Sebastopoli. Dopo aver sconfitto i russi sul campo, al Congresso di Parigi, poté coartarli ad accettare la demilitarizzazione del mar Nero, pur non riuscendo ad ottenere il ritorno della Crimea sotto la bandiera ottomana.

Nel dopo-Crimea, pur volendo ritirarsi per via del farsi sentire dell’anzianità, accettò di rimanere a disposizione di Sua Maestà per via delle sfide all’Impero provenienti dall’Asia: la voglia di rivalsa della dinastia Qing – emblematizzata dallo scoppio della seconda guerra dell’oppio –, la grande ribellione indiana e il Torneo delle ombre con l’Impero russo.

L’Europa, comunque, sarebbe stata il principale tormento degli ultimi anni di vita del signore di Palmerston, testimone della progressiva materializzazione dell’antico incubo degli strateghi anglosassoni e francesi di ogni tempo: l’unificazione delle terre tedesche sotto un’unica bandiera. Temple avrebbe trascorso l’ultimo premierato a studiare la psicologia di Otto von Bismarck e le potenzialità economico-militari della futura Germania, fraintendendole entrambe e rivelandosi incapace di fermare i piani del cancelliere di ferro, come dimostrato dall’annessione dello Schleswig.

Il terzo (e ultimo) signore di Palmerston morì il 18 ottobre 1865, sereno per aver proiettato la Corona verso la vittoria nel Torneo delle ombre contro lo Zarato, ma inquieto per l’ascesa preponderante della Prussia, che, trainata dal geniale Bismarck, stava distruggendo – e avrebbe di lì a breve distrutto – tutto ciò a cui Temple aveva dedicato l’esistenza: la preservazione dell’ordine viennese, e della pace, in Europa. Il resto è storia.

L’eredità di Henry John Temple, terzo e ultimo visconte di Palmerston, è intramontabile. Come quella dei più grandi cesari dell’Impero romano. Come quella di ogni eminenza grigia che abbia fatto la storia, in luogo di viverla semplicemente o, peggio, di esserne travolto. Come quella di ogni grande uomo carlyleniano che ha saputo domare e dominare il destino proprio, imponendolo agli altri.

Riscoprire Palmerston è più che mai essenziale oggi, essendo il Duemila il secolo della storia alla riscossa ed essendo gli Stati Uniti i successori dell’Impero britannico, dal quale hanno ereditato l’onere-onore di fermare i processi di costruzione super-egemonica in Eurasia, con particolare riguardo al contenimento delle spinte centrifughe provenienti dalle tellurocrazie dell’Europa e dell’Estremo Oriente, e di vigilare sull’integrità del sistema di rotte marittime della globalizzazione.

Riscoprire Palmerston è capire le ragioni dell’ossessione degli Stati Uniti per il controllo delle acque dell’Indiano e del Pacifico occidentale. La strategia della catena di isole che dal lontano 1949 ha ingabbiato la Repubblica Popolare Cinese in una prigione tellurica non è che l’attualizzazione del respingimento della dinastia Qing nella Cina continentale operato dalla Compagnia britannica delle Indie orientali. Acque e isole per inibire le spinte verso dell’esterno del Dragone.

Riscoprire Palmerston è capire le origini del Grande gioco 2.0, seguito dell’ottocentesco Torneo delle ombre, scaturito dall’imperativo strategico di impedire ad una potenza ostile all’Anglosfera di ottenere lo sbocco sui mari caldi dell’Indiano e di esercitare un’influenza determinante tra iranosfera e subcontinente indiano. Uguali, nei secoli, le armi utilizzate per (provare a) vanificare i sogni imperiali del rivale di turno: diplomazia delle cannoniere coi pavidi e del corteggiamento cogli avidi, dispute territoriali, estremismo religioso, rivalità interetniche. Ieri la Russia nel mirino, oggi le Nuove vie della seta che vorrebbero unire le fabbriche cinesi ai mercati europei.

Riscoprire Palmerston, infine, è capire la complessa realtà delle relazioni internazionali, dove l’Interesse di stato fa sì che nulla sia per sempre – né un’amicizia adamantina né un’inimicizia antidiluviana –, ed è addentrarsi nelle logiche del piccolo-ma-grande gioco per l’egemonia del Vecchio Continente. Appendice nordoccidentale dell’Eurafrasia nei confronti della quale il re in carica dell’Anglosfera applica un divide et impera volto a consumare le forze dell’egemone in ascesa, logorato attraverso l’accensione di roghi nelle sue periferie e l’alimentazione di scontri frontali con potenze terze. Egemone ieri corrispondente alla Francia e oggi, o meglio dal 1871, alla Germania.

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