Camelot, ovvero l’arte del colpo di stato

I libri di storia sono un susseguirsi di pagine che raccontano di popoli in rivolta contro l’iniquità al potere, rivoluzioni per la terra e il pane e  regicidi in pubblica piazza. Se la storia dell’Uomo insegna qualcosa, in effetti, è che fame, rancore e paura sono i grandi motori del cambiamento ab immemorabili.

Quello che i manuali scolastici – e persino universitari – non insegnano, anche se dovrebbero, è che nulla è più strumentalizzabile della fame, del rancore e della paura. Una conoscenza di cui i decisori dei decisori, cioè i Richelieu di ogni epoca, hanno sempre avuto piena cognizione e che ha fatto la loro fortuna. Una conoscenza che è stata l’inchiostro della storia. Una conoscenza che gli Stati Uniti, durante la Guerra fredda, provarono ad ampliare e a raffinare dando vita all’ambizioso progetto Camelot.

La mente è destinata a giocare un ruolo crescentemente importante nelle scienze strategiche, perché gli avanzamenti nelle neuroscienze e l’aggravamento della competizione tra grandi potenze hanno accelerato l’inevitabile ascesa dell’era delle guerre cognitive, ma la verità è che irrilevante non lo è stata mai.

È da quando Sigmund Freud ha inventato la psicoanalisi che gli strateghi al servizio di Casa Bianca, Langley e Pentagono arruolano esperti della mente nei loro dipartimenti – come (di)mostrato dalla composizione del Comitato di Informazione Pubblica istituito dalla presidenza Wilson durante la Grande guerra. E la storia del progetto Camelot, in effetti, non è che una storia (avvincente) di psicologi reclutati dagli Stati Uniti in uno dei loro periodi più complicati e sensibili: la guerra fredda.



Era dagli anni Quaranta che il governo federale finanziava progetti in materia di guerra psicologica, propaganda e osservazione del comportamento umano, ma il confronto con l’Unione Sovietica aveva persuaso gli Stati Uniti che fosse necessario fare qualcosa di più. E fu così che, dalle ceneri dell’ambizioso progetto Troy – una ricerca del MIT sulla creazione artificiale di instabilità sociopolitica – e del Gruppo dello Smithsonian – un gruppo variegato di think tank e associazioni di psicologi accomunati dall’obiettivo di predire il comportamento delle masse –, nacque Camelot.

Se al nebuloso Camelot può essere affibbiata una data di nascita, questa è certamente il 1956. L’anno in cui presso l’American University, su iniziativa dell’Ufficio di guerra psicologica dell’Esercito, fu fondato l’Ufficio di ricerca sulle operazioni speciali (SORO, Special Operations Research Office). Un ente che, inizialmente focalizzato sullo studio della controguerriglia, entro gli anni Sessanta sarebbe diventato il cuore pulsante del vibrante settore delle guerre psicologiche e il ricettore di ben due milioni di dollari l’anno di fondi federali.

Al Soro, nell’estate del 1964, fu avanzata dall’Esercito la classica proposta impossibile da rifiutare: proseguire gli studi di previsione sociale e controguerriglia del progetto Troy e del Gruppo Smithsonian, i cui risultati sarebbero stati messi a piena disposizione degli psicologi dell’American University.

L’obiettivo del Soro, a mezzo della conduzione del progetto Camelot, sarebbe stato molto più elevato di quello ricercato dai due predecessori: la realizzazione di uno studio a trecentosessanta gradi sulle cause del conflitto in un insieme selezionato di casi studio, in larga parte paesi della Latinoamerica, propedeutico all’elaborazione di un modello predittivo sul collasso sociale.

Il Soro ricevette dai quattro ai sei milioni di dollari per esperire il progetto, che l’Esercito avrebbe voluto terminato entro quattro anni. Una cifra enorme. Ma, del resto, enormi erano anche le aspettative del Pentagono, che attraverso le teorie, le conoscenze e i progressi di neuroscienze, sociologia e psicologia delle masse sperava di capire se e come fosse possibile creare una rivoluzione dal nulla, anche in contesti socialmente coesi – come il Cile – ed economicamente avanzati – come la Francia.

Al richiamo di Camelot, alla luce del compenso offerto, del prestigio conseguibile e della significatività delle implicazioni pratiche, risposero alcuni dei più eminenti studiosi dell’epoca: dall’esperto di teoria dei giochi Thomas Schelling al sociologo James Samuel Coleman.



Agli psicologi del Soro fu dato mandato di studiare nel dettaglio, di disaminare approfonditamente, ogni aspetto socioculturale dei principali teatri dell’America centromeridionale, in particolare di Argentina, Bolivia, Brasile, Colombia, Cuba, Messico, Perù e Venezuela. Altre squadre, invece, si sarebbero occupate di altri fronti caldi, ma più lontani, come l’Africa – Nigeria –, l’Europa – Francia, Grecia –, l’islamosfera – Egitto, Iran, Turchia – e l’Estremo Oriente – Corea del Sud, Indonesia, Malesia, Tailandia.

Gli investigatori del Soro avrebbero dovuto studiare le società dei paesi indicati dal Pentagono da vicino, preferibilmente e possibilmente sul campo, erogando sondaggi, intervistando colleghi e gente comune, interessandosi alla loro letteratura e respirandone e assorbendone usi, costumi e credenze. La pratica etnografica dell’osservazione partecipante pionierizzata da Bronisław Malinowski applicata alla psicologia delle masse.

La macchina di processamento dati costruita nell’ambito del progetto Camelot era mastodontica: realizzazione di rapporti periodici da parte degli psicologi, trasmissione dei dati raccolti sul campo ad un centro computerizzato di analisi, interpretazione e smistamento, studio di rapporti e dati ai fini dell’edificazione di un maxi-database sulle società del globo e della formulazione dell’agognata teoria predittiva sull’instabilità sociale.

Con lo scorrere del tempo, secondo il sociologo Irving Louis Horowitz, Camelot sarebbe diventato il “progetto Manhattan delle scienze sociali”. Un esperimento sociale a cielo aperto, sebbene coperto dalla fitta nebbia del segreto militare, senza equivalenti né precedenti nella storia.

Il coinvolgimento del Pentagono nella più vasta indagine sociale per fini militari della storia dell’umanità non sarebbe rimasto segreto a lungo. Perché alcuni accademici cileni, straniti da un’inusuale proposta di collaborazione lanciata da un antropologo proveniente dagli Stati Uniti, Hugo Nutini, riuscirono a risalire alle origini e alle ragioni di Camelot – scoperchiando il vaso di Pandora.

Con l’aiuto di Johan Galtung, un professore dell’Istituto latinoamericano di scienze sociali del Costarica che aveva intuito gli scopi militari di Camelot, l’accademia cilena esercitò un crescendo di pressioni su Nutini fino a quando quest’ultimo, esasperato dal clima venutosi a creare, vuotò il sacco sul progetto in una lettera all’editore inviata al Review of Sociology. Era il 1965.

Il caso Nutini, o meglio il caso Camelot, avrebbe avuto ripercussioni diplomatiche. Il governo cileno, peraltro politicamente e ideologicamene vicino agli Stati Uniti, protestò ufficialmente e fu aperta un’indagine allo scopo di capire se il progetto non fosse la punta di un iceberg, ovvero l’indizio di un colpo di stato in divenire.

Presto, complice il rilancio dello scandalo da parte della stampa sovietica – e, in linea di successione, dei partiti socialisti e comunisti dell’Occidente –, gli Stati Uniti annunciarono la chiusura del progetto e una revisione complessiva dei fondi dedicati alla ricerca nella politica estera. Ma la storia di Camelot non finì quell’anno.

L’11 settembre 1973, a otto anni di distanza dalla fine del progetto, le forze armate cilene fecero irruzione nella Moneda, il palazzo della presidenza, dando vita ad un assedio durante il quale trovò la morte Salvador Allende e a seguito del quale fu instaurata una delle più dure e durature dittature militari dell’America meridionale.

All’epoca, a causa della disinformazione imperante, la grande stampa di mezzo mondo, con l’eccezione di quella comunista, veicolò l’idea che il colpo di stato fosse stato voluto dai cileni e che fosse stato provocato dalla malapolitica e dalle aspirazioni dittatoriali di Allende. Una menzogna.

La giustizia del tempo e le indagini del Commissione Church avrebbero portato la verità a galla, svelando il ruolo determinante giocato dagli Stati Uniti nel creare le condizioni per il golpe attraverso tre anni di operazioni psicologiche, guerre informative, polarizzazione teleguidata della società, terrorismo e guerra economica. Tre anni di operazioni di ingegneria sociale volte a distruggere l’economia più sviluppata e a dividere la società più coesa dell’America meridionale. Tre anni di applicazione pratica dei risultati emersi sul Cile dalle ricerche degli inquirenti di Camelot, i quali, nel 1965, avevano sentenziato: lo spettro di una guerra civile e la sensazione di avere una presidenza guidata da disegni autoritari avrebbero convinto i cileni a invocare un golpe militare e le forze armate a consumarlo – cosa poi accaduta.

Più di mezzo secolo è trascorso da quando il Pentagono decise di dar vita a Camelot, il più grande e ambizioso esperimento sociale per scopi militari della storia, ma il mondo sembra essersene dimenticato. Nella memoria collettiva dell’umanità non si trova ricordo del progetto Manhattan delle scienze sociali – è stato rimosso. Eppure, essendo questa l’epoca delle guerre ibride e senza limiti, combattute anche attraverso la raccolta dei big data – poi utilizzati contro di noi –, scrivere e parlare del progetto Camelot è più importante che mai.

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