Davide contro Golia: la resistenza della Finlandia all’invasione di Stalin

Nell’inverno 1939, mentre in Europa prendeva forma la complessa storia della seconda guerra mondiale un conflitto di pochi mesi divampò parallelamente alla drole de guerre al confine franco-tedesco, in cui le armi tacevano. Un conflitto caratterizzato da uno dei massimi squilibri tra le parti in causa, che vide la piccola Finlandia tenere testa per diversi mesi all’Unione Sovietica, la quale l’aveva invasa per consolidare i confini occidentali nella regione di Leningrado.

A oltre ottant’anni di distanza la resistenza di Helsinki in una guerra conclusasi con un’onorevole sconfitta ma, in ultima istanza, con una vittoria strategica della Finlandia che evitò definitivamente l’annessione nell’orbita sovietica desta ammirazione come una delle pagine più intense della storia militare del Novecento.

Mosca voleva da tempo regolare i conti con la Finlandia, nazione di giovane indipendenza che si era emancipata nel 1917 dall’Impero Russo, di cui faceva parte come granducato, e aveva resistito a tutti i tentativi di infiltrazione comunisti negli Anni Venti e Trenta.

Inoltre, la vicinanza dell’ex capitale imperiale, la città di San Pietroburgo rinominata dopo la Rivoluzione Leningrado, ai confini della giovane nazione con cui Mosca aveva stipulato nel 1932 un trattato di non aggressione rendeva il leader sovietico Stalin timoroso del fatto che un’eventuale potenza desiderosa di attaccare l’Unione Sovietica potesse usare la Finlandia come trampolino di lancio.

Il Patto Molotov-Ribbentrop del 1939, in un certo senso, offrì a Stalin il pretesto per aprire la strada a un’operazione di egemonizzazione della Finlandia.  L’accordo siglato a Mosca nella giornata del 23 agosto 1939 attribuiva nel protocollo segreto la delemitazione delle sfere di influenza dell’Urss e della Germania Nazista nell’Europa orientale. Oltre alla nota spartizione della Polonia lungo la linea Bug-San e alla divisione di quelle che sarebbero diventate le terre di sangue il patto di non aggressione russo-tedesco sdoganava per Stalin la possibilità di programmare l’espansione verso gli stati Baltici e la Finlandia. Tra settembre e ottobre del 1939 Mosca si attivò per imporre a Estonia, Lettonia e Lituania patti di assistenza che aprivano la strada alla presenza di truppe sovietiche nel Paese e, nel giro di pochi mesi, all’annessione alla nazione comunista. Lo stesso approccio fu impiegato nei confronti della Finlandia, ma le proposte sovietiche, che comprendevano anche rettifiche dei confini in Carelia e nell’Artico furono rispedite al mittente.

La tensione tra i due Paesi ai confini salì ai massimi livelli. Il 26 novembre 1939 tre postazioni d’osservazione finlandese notarono l’esplosione di sette colpi all’interno del territorio sovietico nei pressi di una cittadina dell’area circostante Leningrado, chiamata Mainila. I rappresentanti del governo della Finlandia negarono ogni responsabilità nell’incidente occorso. Aimo Cajander (1879-1943), all’epoca primo ministro, propose l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente per risolvere la questione, ma Mosca rifiutò. Tre giorni dopo l’Unione Sovietica ruppe le relazioni diplomatiche con la Finlandia e, il 30 novembre 1939, dopo aver rigettato il trattato di non aggressione con la Finlandia stipulato precedentemente, lanciò l’offensiva.

Quel giorno Unione Sovietica avviò la mobilitazione di imponenti contingenti dell’Armata Rossa verso i confini finlandesi. I numeri a confronto delle forze schierate sul campo erano a dir poco impari: dai 130 mila più altri 230 mila soldati finlandesi mobilitati al quasi milione dei soldati dell’Armata Rossa. In più i sovietici potevano contare anche su circa 2500 carri e 2700 aerei.

Non c’era confronto, almeno sulla carta. Ma fin da subito la forza d’urto sovietica si ritrovò impantanata. La stagione scelta per l’attacco era a dir poco inclemente: i laghi ghiacciati e le foreste innevate della Finlandia avrebbero messo a dura prova qualsiasi esercito in inverni normali, mentre quello del 1939 fu uno dei più gelidi e inclementi di sempre. Con temperature che toccavano i quaranta gradi sotto lo zero, i russi subirono sulla propria pelle gli effetti del Generale Inverno che, da Napoleone all’Operazione Barbarossa, li aveva e li avrebbe più volte salvati nella storia.

Inoltre, le truppe d’invasione erano in larga parte costituite da divisioni ucraine poco addestrate, facenti riferimento a un popolo che, straziato dalla carestia e dalla repressione degli Anni Trenta, registrava i più bassi tassi di consenso per il potere sovietico. Truppe poco motivate, dunque, di fronte alla tenace resistenza dei finlandesi. Fin dall’inizio le truppe di Helsinki combatterono per i loro villaggi, le loro case e, soprattutto, sulla scia di un’organizzazione pronta all’eventualità di un’invasione

Da tempo il Paese era sul piede di guerra. Indro Montanelli, che da giovane cronista avrebbe seguito i mesi della guerra russo-finlandese per il Corriere della Sera, aveva scritto di aver trovato a novembre in Helsinki una città pronta a resistere e ben consapevole delle minacce: “La mobilitazione, iniziata con un senso avaro di previdenza e attuata con molto criterio, non ha causato confusione né scompiglio. Un volontarismo sereno, la capacità di sacrificio, il senso del dovere hanno secondato i provvedimenti presi dalle autorità civili e militari. Queste autorità civili e militari hanno agito con molta saggezza in previsione del peggio, quasi che la guerra fosse fatale. Con assoluta freddezza il caso d’un attacco russo è stato preventivato, mentre non è stata neppure presa in considerazione l’ipotesi di una non resistenza”.

La tattica utilizzata dai finlandesi nei territori settentrionali si rifaceva a quella della guerriglia: di fronte a soldati dotati di un armamento superiore, ma lente e male organizzate i finlandesi lanciarono la strategia denominata motti (termine che in finlandese indica la legna accatastata per essere fatta a pezzi): muovendosi agilmente con gli sci lungo i fianchi delle lunghe colonne sovietiche confinate sulle poche strade che attraversavano le fitte foreste innevate, si lanciavano in incessanti e fulminei attacchi di disturbo dileguandosi poi nelle foreste; quindi, concentravano su più punti offensive più strutturate., suddividendo le truppe avversarie in piccoli gruppi (le motti) che, immobilizzati nella neve, venivano poi circondati e annientati. Montanelli avrebbe spesso sottolineato il ruolo centrale che in quest’azione di resistenza sarebbe stato giocato dall’uomo oggigiorno ricordato come l’eroe nazionale del Paese, il barone Carl Gustaf Mannerheim.

Come un Cincinnato richiamato alle armi, Mannerheim fu promosso immediatamente alla guida dell’Esercito finlandese lasciando la posizione di relativa retrovia di comandante della Difesa Territoriale detenuta dal 1931 al 1939 che aveva sapientemente sfruttato per architettare la linea di difesa che prendeva il suo nome e su cui si saldò la difesa finnica.

Tra capisaldi naturali, alture, laghi e città strategiche le truppe finlandesi compensarono con l’organizzazione e il favore della natura l’inferiorità numerica. Colonne di fanti armati di sci vestiti di bianco piombavano nella neve sulle colonne sovietiche in marcia, nidi di mitragliatrici tenevano in scacco interi battaglioni, l’inverno neutralizzava la superiorità sovietica in termini di aerei e mezzi motorizzati. A Nord, la lunga notte artica cristallizzò lo scontro in una guerra “bianca” di assalti di gruppi di arditi, scontri di pattuglie, piccole avanzate sovietiche che imponevano un duro prezzo umano.

La guerra si stava sviluppando esattamente come l’aveva immaginata da tempo il Barone Mannerheim. Il quale aveva vissuto vent’anni nell’attesa di un evento che riteneva fatalmente impossibile da neutralizzare, l’attacco sovietico. Dopo il quale il governo di Helsinki si affidò all’uomo che tra il 1918 e il 1919 aveva contribuito a consolidare l’esercito nazionale, sganciare definitivamente la Finlandia dalla Russia, negoziare l’uscita delle forze armate ex zariste dal Paese, chiudere la partita interna coi comunisti e, al tempo stesso, evitare di dover far per questo sponda con le Armate Bianche intente a combattere la guerra civile. Era quella l’era dei due “Baroni” in lotta contro tutti in una guerra privata: se per il pittoresco Ungern, a Est, la fine sarebbe arrivata nel 1921 con la vittoria bolscevica sulla sua armata, per Mannerheim la seconda guerra mondiale avrebbe riservato un nuovo capitolo nella sfida con la Russia.

Settantaduenne ex comandante di truppe di cavalleria zariste, ufficiale decorato nella Grande Guerra durante la campagna sul fronte carpatico, combattente plasmatosi nel “torneo delle ombre” dell’Estremo Oriente nella fase finale del Grande Gioco, reggente del Paese dopo l’indipendenza Mannerheim guidò una strategia realista per consolidare la tenuta del fronte finlandese. Nonostante l’entusiasmo di molti comandanti locali, che puntavano a rintuzzare con offensive gli attacchi fallimentari sovietici in Carelia, Mannerheim pensava a una salda tenuta del fronte da far pesare come elemento negoziale in un armistizio.

“Mannerheim non si vede più”, scriveva a dicembre 1939 Montanelli da Helsinki. “Per sua particolare natura è sempre stato un personaggio stranamente lontano e solitario […] Ma ora egli è più lontano che mai, al centro del misterioso quartier generale finnico di cui tutti ignorano la sede. Da una stanzetta disadorna quasi monacale, seduto ad una grande ordinatissima scrivania, Mannerheim dirige le operazioni vittoriose del suo esercito. Egli manovra sulla carta, calcola con pazienza, ascolta con attenzione, emana pochi ordini precisi. Tutto dipende da lui: esercito marina aviazione. E tutto a lui rassomiglia nell’azione: equilibrato, calmo, tenace”. La Finlandia applicò, finché fu possibile, la dottrina difensiva del suo eroe nazionale. E questo di fatto salvò il Paese.

Alla fine di dicembre, Stalin constatò la difficile situazione dell’Armata Rossa sul fronte finlandese ed esautorò il Commissario alla difesa Kliment Vorošilov, chiamando al suo posto il generale Semën Tymošenko che ebbe anche il compito di supervisionare i comandanti delle singole armate impegnate contro la Finlandia. Abbandonando l’idea di una guerra di manovra, Tymošenko realizzò che l’unica via per Mosca di evitare di perdere ulteriori risorse e salvare la faccia sarebbe stata quella di procedere a una lenta, costosa guerra di logoramento per stremare gradualmente la Finlandia, che nel frattempo oltre al sostegno morale di buona parte del mondo e all’appoggio diplomatico di potenze appartenenti a campi contrapposti, come Italia e Regno Unito, aveva ottenuto un lasco appoggio materiale.

Le truppe sovietiche iniziarono a bombardare sistematicamente i bunker, a concentrarsi sui singoli capisaldi, a togliere terreno alle truppe finlandesi concentrando su punti precisi, di volta in volta, le offensive. In Carelia l’obiettivo era spezzare il fronte al livello dell’istmo per far sì che, di fronte al rischio di vedere il Paese diviso e la capitale accerchiata, i finlandesi chiedessero un armistizio.

Il disgelo favorì le azioni sovietiche, mentre la limitatezza di risorse e il logoramento finnico fecero il resto. A febbraio i sovietici vinsero due importanti battaglie, a Lahde e nei diretti pressi di Viipuri, la città ritenuta più strategica nella regione su cui si attestò la resistenza finlandese, costretta a una guerra di posizione molto più dispendiosa. A iniziomarzo del 1940, Viipuri, l’ultimo caposaldo finlandese nell’istmo di Carelia, cadde in mano ai sovietici. Helsinki non esitò ad attivare i canali diplomatici per porre fine a un conflitto dall’epilogo inevitabilmente catastrofico su iniziativa proprio del maresciallo Mannerheim, conscio della necessità di sfruttare la finestra di tempo per ottenere condizioni onorevoli. Così, in fin dei conti, fu.

Con il trattato di pace di Mosca sottoscritto da Finlandia e Unione Sovietica il 12 marzo 1940, ebbe fine la “Guerra d’Inverno”, durata 105 giorni. La Finlandia si impegnò cedere 64 750 km² di territorio, rinunciando al 10% del territorio finlandese in cui viveva il 12% della popolazione ma preservò l’indipendenza nazionale e a conservare l’accesso all’oceano Artico.

La popolazione finlandese si divise di fronte all’armistizio, tra chi temeva potesse essere l’inizio di un’ulteriore penetrazione sovietica e chi invece fu soddisfatto della resistenza dimostrata. Montanelli osservò ammirato: “Questo popolo è indipendente da venti anni e la sua Patria se l’è sofferta per secoli. L’ama a tal punto e con tale gelosia che pur di alienarla è pronta a distruggerla. E lo fa soffrendo sotto una maschera di indifferenza che a volte ci fa dubitare se questi siano esseri umani”. Era stata la superiorità materiale, non quella militare, a portare l’Urss alla vittoria. Il popolo, il governo, l’esercito finlandese avrebbero concluso il conflitto a testa alta. Fieri, indipendenti, sovrani. Come un Davide capace di tenere testa al Golia comunista, nel pressoché totale isolamento. La ripartizione delle perdite di uomini e mezzi presenta la dimensione dell’eroismo finlandese. La Finlandia perse circa 25.000 uomini e 60 aerei, l’Unione Sovietica oltre 125.000 uomini, oltre 500 aerei e 1.600 carri armati: perdite durissime che sarebbero impallidite di fronte alle cifre della battaglia contro la Germania ma, in relazione al numero di forze in campo, desta impressione. Così come la desta un’epopea militare entrata di diritto tra le più grandi di tutti i tempi.

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