Joseph Davies, l’anti-Kennan che non voleva la guerra fredda

Il confronto egemonico tra Stati Uniti e Unione Sovietica fu uno dei tre «eventi inevitabili» del Novecento, insieme alle due guerre mondiali, e nacque in parallelo alla e in concomitanza con la fine di un’era: l’era del sistema europeo degli stati.

Accelerato dalla deflagrazione del sistema europeo degli stati, ed in particolare dalla spartizione della Germania e dal tramonto brusco delle epopee imperiali di Francia e Inghilterra, lo scoppio della Guerra fredda fu anche provocato da un elemento tanto ignorato quanto importante: la trasmissione della «russofobia politica» dall’Europa agli Stati Uniti. Trasmissione cominciata nel dopo-indipendenza, come dimostrato dal «primo Russiagate», velocizzata dalla trasformazione dell’Impero zarista in Unione Sovietica e finalizzata dall’esito della Seconda guerra mondiale.

Combattere contro Mosca era ritenuto inevitabile: il comunismo costituiva una minaccia alla pace mondiale finanche più grave del nazifascismo, perché in grado di travalicare i confini e ammaliare le masse di indigenti, e la sua progressiva diffusione in ogni continente era la prova di ciò. Ne erano convinti quasi tutti, in particolare il celebre George Kennan del Lungo telegramma. Quasi tutti: tranne il diplomatico Joseph Davies, che tentò invano di persuadere la Casa Bianca a preferire il compromesso al contenimento.

Joseph Edward Davies nacque in quel di Watertown, nel Wisconsin, il 29 novembre 1876. Allevato in un ambiente benestante, semi-aristocratico, Davies era il figlio di Edward e Rachel Davies, due gallesi invischiati con la politica tanto negli Stati Uniti quanto nel Regno Unito.

Davies, che fu introdotto alla passione per la politica sin dalla tenera età, si laureò con lode alla Scuola di legge dell’Università del Wisconsin e successivamente entrò nella sezione wisconsiana del Partito Democratico, di cui diventò presidente nel 1907.

Loquace e persuasivo, nonché carismatico e capace, Davies avrebbe fatto il salto di qualità nel 1912, in occasione della convention nazionale del Partito Democratico, occupandosi di gestire la campagna di Woodrow Wilson nel Wisconsin e negli stati federati confinanti. Wilson avrebbe ricambiato il supporto-chiave ricevuto mettendo Davies a capo di un’entità ma importante ma bisognosa di riforme: il Bureau of Corporations. Davies, di nuovo, avrebbe centrato l’obiettivo, trasformando il BoC nell’ancora oggi esistente Commissione federale per il commercio.

Gli sforzi compiuti, la lealtà mostrata e le abilità dimostrate avrebbero fatto entrare Davies nel circolo privato di Wilson, permettendogli di seguire i lavori della Conferenza di Parigi da vicino, o meglio: di persona. Davies, difatti, fu investito del titolo di consigliere economico nel corso delle trattative.

Concluso il paragrafo wilsoniano, Davies avrebbe trascorso gli anni Venti e la prima parte dei Trenta alternando consulenze a governi – aiutando, ad esempio, Rafael Trujillo a sistemare i conti pubblici della Repubblica Dominicana – e difendendo piccoli, medi e grandi azionisti da speculatori e ingiustizie – celebre, a questo proposito, una causa vinta contro il Dipartimento del Tesoro.

Davies fu nominato ambasciatore a Mosca da Franklin Delano Roosevelt nel 1936. Non conosceva la lingua russa, e neanche aveva alle spalle esperienza con l’Europa orientale e la russosfera, ma era un avvocato di successo, un profondo conoscitore del commercio mondiale e tutti sapevano, all’interno del Partito Democratico, che Wilson lo aveva fortemente raccomandato ai successori in punto di morte.

Davies fu posto a capo di una missione sensibile: condurre una valutazione globale e approfondita dell’Unione Sovietica, focalizzandosi, in particolare, sulla forza dell’esercito e sulle potenzialità dell’industria militare. Davies avrebbe dovuto, inoltre, capire dalla parte di chi i sovietici avrebbero potuto combattere in caso di guerra mondiale.

Rispetto ai colleghi, i cui sentimenti verso Mosca erano a metà tra la paura e l’ostilità, Davies si sarebbe contraddistinto per un approccio pragmatico ma ottimistico. Pragmatico perché riconosceva, nei rapporti inviati alla Casa Bianca, l’esistenza di un regime autoritario e l’impiego di metodi brutali nei confronti del dissenso. Ottimistico perché, negli stessi, non credeva nell’ineluttabile conflittualità tra capitalismo e comunismo e, anzi, intravedeva la possibilità di creare un legame completo e complementare tra le due nazioni, basato su un do ut des equalmente vantaggioso: ai sovietici il know-how americano, agli americani le risorse naturali di Siberia ed Estremo Oriente.

Neanche l’essere testimone diretto delle purghe staliniane avrebbe fatto cambiare idea a Davies, la cui opinione sui processi-spettacolo degli anni Trenta, come il Processo dei ventuno, era spietatamente pragmatica: affari interni del Cremlino.

Le posizioni di Davies, ritenute eccessivamente accondiscendenti con lo stalinismo, avrebbero incontrato la ferma e vivace opposizione dell’intero corpo diplomatico in loco. In quegli stessi anni, difatti, Davies si sarebbe confrontato più volte coi colleghi, in particolare con uno di loro: George Kennan. I due, Davies e Kennan, la pensavano all’opposto su tutto. Il primo era un sostenitore del compromesso, il secondo del contenimento. Il primo non credeva che il comunismo sovietico fosse una minaccia, il secondo riteneva che fosse destinato a diventare la nuova sfida alla pace mondiale dopo il nazifascismo.

Nel 1938, complice la divisione regnante all’interno dell’ambasciata americana di Mosca, Davies fu trasferito in Belgio. E un anno più tardi, causa lo scoppio della Seconda guerra mondiale, fece ritorno in patria. Una volta qui, con il permesso di Roosevelt, si diede alla scrittura di un libro dedicato al biennio sovietico: Missione a Mosca.

Il libro, edito da Simon & Schuster, si sarebbe rivelato il caso editoriale del 1941: più di 700mila copie vendute, traduzioni in diverse lingue e finanche una trasposizione cinematografica targata Warner Brothers.

Davies era convinto che la Casa Bianca e il Cremlino avrebbero potuto trovare un accordo reciprocamente profittevole per il dopoguerra e che l’albeggiante conflitto tra capitalismo e comunismo, per quanto ritenuto inevitabile da un numero crescente di decisori, politici e strateghi, si sarebbe potuto impedire con la giusta dose di volontà e nel nome di una sana interdipendenza economica.

Ancora capace di esercitare influenza sulla presidenza, non dimentica della lealtà e delle abilità dimostrate durante l’epoca Wilson, Davies riuscì a farsi inviare in missione a Mosca nel pieno della guerra, nel maggio 1943, per discutere di ulteriori approvvigionamenti all’esercito sovietico nel quadro della Legge degli affitti e prestiti. Davies, tempo dopo, avrebbe ricordato quella missione con un certo malumore: volontà di dialogo da parte di Roosevelt, anche su altri temi, ostracismo e diffidenza da parte della diplomazia americana in loco.

L’uscita di scena di Roosevelt avrebbe significato anche la fine dell’era Davies. Inviato alla Conferenza di Potsdam da Harry Truman per conferire con Winston Churchill, Davies avrebbe presto scoperto di essere divenuto un semplice portavoce, niente più che un messo: non era lì per negoziare, non avendo alcuna autonomia decisionale, ma per riportare quanto (già) deciso dal presidente in combutta coi fautori dello scontro frontale con l’Unione Sovietica, cioè Kennan e James Byrnes.

Dopo Potsdam, oramai completamente disaffezionato alla politica, Davies si sarebbe ritirato a vita privata nella propria dimora di Washington D.C., Tregaron – chiamata così in nome del villaggio gallese in cui era nato suo padre –, morendo qualche anno più tardi, il 9 maggio 1958, a causa di un’emorragia cerebrale. Le sue ceneri, da allora, giacciono nella cripta della Cattedrale nazionale di Washington D.C.

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