La questione tibetana: che cos’è e perché è importante

La questione tibetana, che sottintende le relazioni tra la Cina e il Tibet, assume una rilevanza internazionale a partire dal 1950. In quell’anno, la Repubblica Popolare Cinese proclama l’annessione del Tibet in seguito alla firma dell’Accordo dei 17 punti tra Pechino e i delegati dell’allora XIV Dalai Lama, capo politico del Tibet.

I cinesi ricordano l’episodio “liberazione pacifica del Tibet”, mentre i rappresentanti tibetani in esilio, fuggiti in India nel 1959 in seguito alla rivolta di Lhasa contro l’esercito cinese, parlano invece di occupazione volta a cancellare l’identità tibetana. Oggi il Tibet è noto con il nome di Regione Autonoma del Tibet ed è una regione autonoma della Cina controllata da Pechino.

Esistono due punti di vista in merito alla questione tibetana. Il primo considera il Tibet uno Stato indipendente, proclamato tale dal XIII Dalai Lama, e conquistato militarmente dalla Cina. Per il secondo, invece, il Tibet è un Paese che tradizionalmente appartiene alla Cina fin dai tempi della dinastia Yuan (1270-1368). Nell’ottobre 1949, i comunisti cinesi, freschi della vittoria contro Chiang Kai Shek, dichiararono di voler considerare il Tibet parte inalienabile della Cina. Il 23 maggio 1951 fu firmato l’Accordo dei 17 punti, con il quale i rappresentanti tibetani riconobbero la sovranità cinese sul territorio tibetano, pur riconoscendo la sua speciale posizione autonoma.

Il 20 dicembre 1961 l’Assemblea generale delle Nazioni unite mise in agenda la discussione sulla questione tibetana. Fu approvata una risoluzione favorevole al principio dell’autodeterminazione per il popolo tibetano che però non ebbe alcun effetto. Il 6 settembre 1965 fu ufficialmente inaugurata la Regione autonoma del Tibet (RAT). Geograficamente parlando, comprendeva il territorio del Tibet centrale e occidentale. Kham e Amdo furono incorporati nelle province cinesi Qinghai, Gansu, Sichuan e Yunnan.

La Rivoluzione culturale cinese, avvenuta tra il 1966 e il 1976, provocò numerose rivolte del popolo tibetano. Proteste e sollevazioni continuarono anche nei decenni successivi, fino al punto cruciale del 1987-89. A cavallo di quel biennio Pechino impose la legge marziale per ristabilire l’ordine. La questione tibetana tornò così ad avere echi internazionali, passando però dal tema dell’indipendenza del Tibet a quello dei diritti umani. Dal canto suo, il governo cinese sostiene che l’appartenenza del Tibet alla Cina abbia consentito alla regione di compiere importanti passi in avanti tanto nello sviluppo economico quanto in quello sociale e culturale.

In epoca recente, possiamo considerare l’indipendenza dell’India l’evento chiave alla base della nascita della questione tibetana. Nel 1947 l’India divenne indipendente e, insieme al complesso dei trattati stipulati dagli inglesi, rilevò anche i loro diritti territoriali sul Tibet del 1904. E così, negli edifici della missione britannica entrarono gli indiani. Il 29 aprile 1954 Delhi rinunciò tuttavia a far valere ulteriormente i propri privilegi, probabilmente pensando che il Tibet sarebbe stato una sorta di “banco di prova” per la Cina di Mao Zedong.

Il 24 novembre 1949, racconta Hegner nel volume Cina: ieri, oggi, domani, in India si capta una radiocomunicazione di Pechino nella quale si asserisce che il Panchen Lama, filocinese, si è appellato a Mao per liberare il Tibet. Il primo gennaio 1950, nella capitale cinese, viene proclamato che uno dei primi compiti del governo è quello di liberare il Tibet “dal giogo dell’imperliasmo indiano” con l’aiuto dell’Esercito Popolare di Liberazione. La Guerra di Corea nel frattempo esplosa fa ritenere opportuno al governo indiano di proporre ai cinesi una soluzione pacifica della questione tibetana.

L’allora primo ministro cinese Zhou Enlai fa comunicare a Delhi che, benché il Tibet sia parte integrante dello Stato cinese, la Cina non ha intenzione di risolvere la controversia usando la violenza. In ogni caso, nel discorso tenuto in occasione del primo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese, 1 ottobre 1950, Zhou dichiara che il Tibet va liberato senza indugio.

Il 7 ottobre 1950 le forze armate cinesi irrompono oltre la frontiera tibetana, anche se quell’azione fu resa nota all’opinione pubblica tre mesi più tardi. Del resto, all’epoca, senza social network, internet e cellulari, in un paese di montagna situato a 4.000 metri d’altezza, senza telegrafo né telefono, gli spostamenti delle truppe potevano ancora essere tenuti segreti per parecchio tempo. A Nuova Delhi l’avanzata cinese suscita una certa emozione. Gli indiani mandano una nota a Pechino protestando contro l’occupazione militare. Zhou risponde spiegando che la questione tibetana è una questione puramente interna, nella quale la Cina non ammetterà ingerenze straniere.

Il Dalai Lama di Lhasa decide di mandare a Londra una delegazione chiedendo protezione all’Inghilterra. L’India fa notare all’alto potentato religioso tibetano, all’epoca una sorta di re divino di appena 16 anni, che forse sarebbe meglio appellarsi all’Onu. Le Nazioni Unite hanno però altro a cui pensare e rimandano la discussione ad epoca da destinarsi. Ai rappresentanti del Dalai Lama non resta che firmare un accordo di 17 punti con Pechino.

Il punto tre dell’accordo precisa che il Tibet gode dell’autonomia, che il sistema politico dello Stato sacerdotale non è mutato, che i poteri resteranno al Dalai Lama, però anche al Panchen Lama filocinese, che non si lederà la libertà religiosa e che le autorità centrali cinesi non eserciteranno pressione alcuna sulle radicali riforme. In quegli anni, però, la Cina era impegnata ad “avviarsi verso un radioso avvenire nel sistema socialista”. Nel Tibet questo “radioso avvenire” si manifestò prima di tutto nella lotta contro il “lamaismo“. Nella primavera del 1955, Mao dice al Dalai Lama che la religione è qualcosa di “deleterio”.

Il Grande Timoniere sostiene che il lamaismo frena il progresso e lo sviluppo del Tibet e che per causa dei numerosi monaci la popolazione diminuisce anziché aumentare. L’assimilazione forzata produce la reazione di una parte della popolazione locale. Nel 1959, dopo l’esplosione di pesanti rivolte, 80.000 tibetani – secondo le stime del Governo tibetano in esilio – fuggirono in India, Nepal, Sikkim e Bhutan. Tra questi vi era l’allora ventiquattrenne Dalai Lama.

In seguito, specialmente dopo la rottura dei rapporti tra il governo cinese ed il Dalai Lama, esponenti del governo tibetano avrebbero denunciato l’unilateralità dell’accordo, stilato dai cinesi senza acconsentire alcun emendamento ai delegati tibetani. Pechino non ha mai deto peso a queste rivendicazioni.

Per la Cina il controllo del Tibet assume un’enorme importanza strategica, e non solo storica o culturale. Innanzitutto, la condivisione dei confini con India, Nepal, Bhutan e Myanmar, fa sì che per Pechino la sicurezza e la stabilità siano le priorità più elevate. Nel 1962, la Cina ha combattuto una guerra di confine irrisolta con l’India proprio passando dal Tibet, che continua ad essere un contingente chiave nell’ottica della rivalità con Nuova Delhi. Nel 2006 la Cina ha aperto la prima linea ferroviaria nell’area isolata. Nel 2007 si è impegnata a investire 13 miliardi di dollari in Tibet fino al 2010, e a costruire in loco l’aeroporto “più alto del mondo” nel Tibet occidentale.

Come se non bastasse, il Tibet è soprannominato “la torre dell’acqua dell’Asia”. L’altopiano del Qinghai-Tibet è una fonte d’acqua cruciale e un deposito per la Cina, le cui risorse idriche distribuite in modo non uniforme entrerebbero in crisi. I ghiacciai del Tibet e gli altopiani innevati, inoltre, alimentano i grandi fiumi dell’Asia, il Brahmaputra, il Mekong, lo Yangtze, l’Indo, il Fiume Giallo e il Salween.

Il più grande giacimento di rame della Cina si trova nella miniera di rame Yulong, appunto, in Tibet. Nella regione autonoma sono presenti anche grandi giacimenti di ferro, piombo, zinco e cadmio, minerali di cui il Dragone ha bisogno per alimentare la sua economia in forte espansione.

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