Mengele, l’angelo della morte

L’eugenetista Josef Mengele è stato uno dei più principali protagonisti dell’età nazista, nonché uno dei più ferventi sostenitori delle teorie razziali del Führer e della sua folla di ideologi. Teorie che cercò di applicare sulla pelle dei prigionieri dei campi di concentramento e che gli valsero un appellativo suggestivo: l’angelo della morte.

Per gli efferati crimini commessi nel corso della Seconda guerra mondiale, che perpetrò ai danni di tutti coloro che l’ideologia nazista aveva classificato come subumani (Untermenschen), Mengele avrebbe dovuto pagare con la vita, cioè con la pena capitale, ed è per questo motivo che si dileguò durante la caduta di Berlino, trasformandosi in un fantasma al pari di Martin Bormann e molti altri ex colleghi.

Josef Rudolf Mengele nacque in quel di Günzburg, nella Baviera, il 16 marzo 1911. Figlio di un ricco industriale agricolo, proprietario della Karl Mengele und Sohn, Josef manifestò due interessi sin dalla gioventù: armi e antropologia. Interessi che, una volta adulto, lo avrebbero condotto rispettivamente in un’associazione paramilitare filonazista – Stahlhelm, Bund der Frontsoldaten – e all’università Ludwig Maximilian di Monaco.

Mentre l’adesione al movimento paramilitare avrebbe contribuito a temprarlo caratterialmente, mutando il suo patriottismo in sciovinismo, la permanenza universitaria lo avrebbe formato, istruito, indicandogli la via che avrebbe seguito di lì a pochi anni: l’eugenetica. Concluse il percorso di studi nel 1935, con un dottorato sulle distinzioni razziali, approdando successivamente all’Istituto per la biologia ereditaria e l’igiene razziale di Francoforte sul Meno.

Un documento firmato dal famigerato medico del campo di concentramento nazista di Auschwitz-Birkenau, il dottor Josef Mengele, soprannominato “L’angelo della morte” (Ansa)

Il 1937 fu l’anno della svolta. Il giovane ricercatore diventò l’assistente di uno dei più importanti eugenisti dell’epoca – Otmar Freiherr von Verschuer -, venendo stregato tanto dalle sue idee sull’igienismo razziale quanto dalla sua curiosa ossessione per i gemelli. Lo stesso anno, di conseguenza, Mengele si iscrisse ufficialmente al Partito nazionalsocialista dei lavoratori.

Nel 1939, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, Mengele avrebbe potuto vantare una laurea in medicina e l’appartenenza alle SS. Brillante, entusiasta seguace del nazismo e studente preferito di von Verscheur, Mengele non sarebbe rimasto inosservato a lungo. A breve, infatti, sarebbe stato chiamato al campo di concentramento di Auschwitz.

L’esperienza paramilitare gli sarebbe tornata utile allo scoppio della guerra, quando fu coscritto dalla Wehrmacht e inviato nel fronte orientale, partecipando anche all’operazione Barbarossa. Tra il 1941 e il 1942, complice il coraggio dimostrato sul campo di battaglia, ricevette due Croci di ferro. Rimandato a Berlino a causa di ferite che gli avrebbero impedito la continuazione del servizio in prima linea, qui Mengele avrebbe incontrato nuovamente von Verschuer, trovandolo a capo dell’Istituto per l’antropologia, la genetica umana e l’eugenetica Kaiser Wilhelm, ricordandosi di quella che era stata e restava la sua prima e principale passione: l’igienismo razziale.

Nel 1943, forte di aver ottenuto il titolo di capitano delle SS, Mengele avrebbe capitalizzato le proprie conoscenze per entrare nei laboratori del complesso concentrazionario di Auschwitz, facendo prima tappa a Birkenau. Fu nel contesto dei lager che Mengele avrebbe ottenuto quell’appellativo indelebile – l’angelo della morte -, perché protagonista di esperimenti umani su un vasto numero di detenuti, in primis ebrei, rom, gemelli, disabili, malformati e nani.  

Dal proprio mentore, von Verschuer, Mengele aveva ereditato l’ossessione per l’igienismo razziale e i gemelli, in particolare quelli monozigoti. L’angelo della morte era convinto che vi fosse qualcosa di preternaturale nelle coppie di monozigoti, di metafisico e incomprensibile all’Uomo, perciò avrebbe concentrato la maggior parte delle sue ricerche su di loro, quando sottoponendoli a studi innocui ma approfonditi – esami del sangue, intolleranze, allergie, ecc – e quando costringendoli a torture indicibili e frequentemente letali – come le verifiche di sopportazione ad agenti chimici e veleni. In entrambi i casi, che vivessero o morissero, le relazioni finali venivano condivise soltanto con due persone: von Verschuer e il Nobel per la chimica Adolf Butenandt.

Un documento firmato dal famigerato medico del campo di concentramento nazista di Auschwitz-Birkenau, il dottor Josef Mengele, soprannominato “L’angelo della morte” (Ansa)

Per soddisfare le proprie passioni, cioè quelle coltivate in autonomia, Mengele condusse invece esperimenti volti a indagare l’ereditarietà nel colore degli occhi, l’eterocromia, la malaria e le origini razziali del popolo romani.

Mengele scomparve dal complesso concentrazionario di Auschwitz prima dell’arrivo dell’Armata rossa, portando con sé i rapporti delle ricerche ivi effettuate. La scoperta dei crimini commessi nei lager, affiancata all’affiorare del suo nome in relazione ad essi, lo trasformò in uno dei principali ricercati della giustizia internazionale, degli Stati Uniti e, in seguito, di Israele e Germania Ovest. La caccia all’uomo aperta nei confronti di Mengele, ad ogni modo, non portò mai a nulla: i servizi segreti dei tre Paesi di cui sopra non scoprirono mai la località segreta dell’angelo della morte. Presumevano che si fosse rifugiato in America Latina, come Adolf Eichmann e tanti altri, ma non trovarono né prove né indizi utili ad avviare una campagna di rintracciamento.

Che cosa accadde a Mengele, e che cosa fece nel corso della sua seconda vita, lo si scoprì soltanto alcuni anni dopo la sua morte, avvenuta il 7 febbraio 1979, a causa di un ictus, mentre nuotava nelle acque di Bertioga, in Brasile. Nel 1992, invero, un’esame del dna effettuato su tal Wolfgang Gerhard, un tedesco sepolto ad Embu das Artes alla cui scoperta si giunse grazie agli sforzi dell’intelligence tedesca, confermò che trattavasi di Mengele.

La concomitante apertura degli archivi segreti delle dittature militari sudamericane, accompagnata dal diffondersi delle prime testimonianze, avrebbe permesso ai posteri di scoprire come l’angelo della morte avesse vissuto tranquillamente tra Argentina, Paraguay e Brasile, utilizzando persino la propria vera identità fino alla cattura di Eichmann.

In Brasile, dove Mengele visse gli ultimi anni della propria vita, gli è stata attribuita la paternità del caso dei gemelli di Cândido Godói. In Cile, invece, sarebbe stato avvistato a più riprese nei laboratori della famigerata Colonia Dignidad. L’assenza di un Reich da servire e la sepoltura definitiva e irreversibile di quell’ideologia in cui aveva creduto, in breve, non lo avrebbero toccato in nessun modo. Perché Mengele fu scienziato pazzo e angelo della morte fino all’ultimo.

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