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Programma Phoenix, fino all’ultimo Viet Cong

La guerra del Vietnam ha rappresentato uno dei capitoli più importanti della Guerra fredda e, a latere, dell’intera storia novecentesca. Tra le giungle dell’Indocina fu combattuto il più lungo, esteso e sanguinoso conflitto per procura tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Che si concluse, come è noto, con la (sudata) vittoria di quest’ultima.

Gli Stati Uniti alla fine si ritirarono, su suggerimento di Henry Kissinger, ma soltanto dopo aver percorso ogni via ritenuta praticabile e dopo aver impiegato ogni arma. Si ritirarono, sì, ma lasciando a Ho Chi Minh l’onere di ripulire il terreno da oltre venti milioni di galloni di erbicidi e da più di 325mila tonnellate di napalm. Si ritirarono dopo aver raso al suolo il 6% dell’intero territorio boschivo vietnamita. E dopo aver sterminato buona parte dei Viet Cong nel corso del programma Phoenix.

Ho Chi Minh aveva un’armata, i cui soldati erano noti come Viet Cong, composta da un numero imprecisato di persone. Sicuramente almeno 100mila. Ma, forse, persino di più. Impossibile quantificare con esattezza il numero dei militari del Vietnam del Nord. Gli Stati Uniti sapevano soltanto una cosa: i bombardamenti a tappeto non erano sufficienti.

Oltre ai Viet Cong, poi, Ho Chi Minh poteva contare su un esercito di collaboratori civili, composto dalle 80mila alle 150mila persone, che supportava la causa nordvietnamita in vari modi: indottrinamento, intelligence, logistica, operazioni psicologiche, reclutamento e proselitismo nel Vietnam meridionale.

Erano i civili Viet Cong, più che le loro controparti militari, a rappresentare il vero problema. Si espandevano nei villaggi controllati da Saigon, convertendone gli abitanti – spediti nei campi di rieducazione – e corrompendone i capi – minacciati di morte. Poco alla volta, uno dopo l’altro, l’ala civile dei Viet Cong stava conquistando il Vietnam meridionale senza colpo ferire. Il Programma Phoenix nacque per fermarne l’avanzata.

Il programma Phoenix, noto in vietnamita come Chiến dịch Phụng Hoàng, ebbe luogo tra il 1967 e il 1972 e fu portato avanti dal Civil Operations and Revolutionary Development Support della Central Intelligence Agency, in combutta coi servizi segreti australiani e con l’esercito sudvietnamita.

Descritto dalla CIA come un “insieme di programmi per attaccare e distruggere l’infrastruttura politica dei Viet Cong”, Phoenix avrebbe perseguito il duplice scopo di cui sopra seguendo una scaletta rigorosa: infiltrazione nei villaggi, cattura dell’obiettivo, interrogatorio, tortura e assassinio.

Furono create delle Unità di riconoscimento provinciale, deputate all’infiltrazione degli agenti nei villaggi, e dei centri di interrogatorio regionali, dal nome autoesplicativo. L’efficacia del programma era misurata sulla base dell’indice di neutralizzazione dei Viet Cong civili tradotti nei centri di interrogatorio. E l’efficacia, numeri alla mano, fu elevatissima: 81.740 catturati, dei quali 26.369 successivamente uccisi.

A guidare gli interrogatori, basati su una combinazione di torture e psicologia, un veterano delle forze armate degli Stati Uniti: Peer de Silva. Un uomo con alle spalle la partecipazione al progetto Manhattan, alla guerra di Corea e ad operazioni sovversive in Asia. Un uomo universale, con esperienza nella ricerca militare, nei colpi di stato, nelle guerre urbane e negli interrogatori.

Fu de Silva, un profondo conoscitore della mentalità dei popoli asiatici, a pionierizzare un nuovo metodo di interrogatorio, concepito per estrapolare il maggior numero di informazioni dai vietnamiti. E tanta fu l’intelligence raccolta dagli specialisti formati al metodo de Silva che, ad un certo punto, nell’ambito di Phoenix fu istituito il Programma di sfruttamento e coordinamento dell’intelligence (ICEX, Intelligence Coordination and Exploitation Program).

Alla fine, nonostante il dispiegamento di un piccolo esercito – più di 700 agenti Phoenix nel 1970 –, l’operazione avrebbe seguito il destino dell’intera campagna militare. Ed entro il 1972, complice la progressiva ritirata degli Stati Uniti, sarebbe stata abortita.

Il programma Phoenix non ribaltò le sorti della guerra, ma certamente contribuì a complicare la resistenza di Ho Chi Minh all’invasore statunitense, privandolo di componenti essenziali dell’infrastruttura civile Viet Cong.

La lista nera di Phoenix era in continua evoluzione: chiunque poteva finire nel mirino degli specialisti di de Silva. E, difatti, vi finirono quasi 100mila persone. Secondo William Colby, direttore della CIA dal 1973 al 1975, i rapporti di intelligence comprovarono l’utilità di Phoenix: il periodo più duro per i Viet Cong fu il 1968-72, cioè quello coincidente con la campagna di rapimenti e omicidi supervisionata da de Silva.

Alla fine i Viet Cong prevalsero, ma per un breve periodo ebbero paura di sporgersi eccessivamente nei villaggi del Sud, divenuti dei veri e propri campi minati dove chiunque poteva essere un agente sul libropaga della CIA. Fare ritorno alla base dopo un interrogatorio col metodo de Silva, poi, non assicurava la fiducia dei capi e il ritorno alla normalità. I Viet Cong non si fidavano dei superstiti, perché consapevoli del fatto che il metodo de Silva implicava stupri, elettroshock, waterboarding, utilizzo di animali – dai serpenti ai cani. Il superstite era, per forza di cose, una persona che aveva parlato – probabilmente tanto. La sua eliminazione, per mano dei Viet Cong, un’inevitabilità.

La storia del programma Phoenix, una macchia indelebile per la reputazione degli Stati Uniti, emerse per la prima volta nel 1970. A portarla a galla, nonostante il silenzio stampa imposto da Kissinger, Ed Murphy e Frances Fitzgerald. Un anno dopo, a operazione ancora in corso, il duo sarebbe riuscito a portare l’argomento al Congresso – con l’aiuto di testimoni diretti dell’accaduto.

K. Barton Osborne, un operativo di Phoenix, scioccò il Congresso raccontando di non aver visto un solo vietnamita sopravvivere ad uno degli interrogatori col metodo de Silva. Ma Phoenix, del resto, era stata concepita come “un programma di assassinii, sterilizzazioni e spoliazione dell’identità”. Due i risultati ammessi: la morte dell’interrogato o la sua spersonalizzazione. Un formato successivamente entrato a far parte dell’armamentario della CIA e mai più abbandonato, come hanno dimostrato i vari scandali sulle violazioni dei diritti dei detenuti esplosi durante la Guerra al Terrore.

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