Salvador Allende, il marxista incompreso

Le grandi mobilitazioni popolari del 2019 e del 2020, e la gara per la presidenza del 2021, sono la prova che il Cile non ha mai del tutto superato il trauma del pinochetismo. Diviso in opposti estremismi, e lacerato dalla polarizzazione economica, il Cile è la fotografia dell’America Latina: ricco eppure povero, assetato di giustizia ma trasudante corruzione, credente perciò anticlericale.

Il Cile di oggi è una nazione in cerca di riscatto, che sta ancora facendo i conti con il proprio passato, e che nel novembre 2021 ha voluto affidare il proprio destino ad un giovane idealista: Gabriel Boric. Una scelta comprensibile, sebbene rischiosa, di cui il pubblico estero ha colto la profondità un mese dopo, il 20 dicembre, vedendo una foto di Boric intento ad osservare con ammirazione il busto del defunto Salvador Allende. Una figura, quella di Allende, di cui è necessario scrivere, raccontare, pena l’impossibilità di capire il Cile e quella voglia di sinistra, rivoluzione e cambiamento che periodicamente investe l’America Latina.

Salvadore Guillermo Allende nasce in quel di Santiago del Cile il 26 giugno 1908. Figlio di una famiglia appartenente alla classe medio-alta, composta da aristocratici e massoni, Allende avrebbe manifestato una forte passione per l’attivismo politico e le cause sociali sin dalla giovinezza.

Ricettore di un’educazione libera e liberale, e ciononostante rigida, Allende avrebbe vissuto un’adolescenza di studio, sport e servizio militare. Da giovane, poco più che adolescente, la conoscenza di Juan de Marchi, un anarchico italiano reinventatosi calzolaio a Valparaiso, lo avrebbe plasmato in maniera profonda, giocando un ruolo-chiave nella sua formazione politico-ideologica.

Al compimento dei diciotto anni, nel 1926, si sarebbe iscritto all’Università del Cile di Santago per studiare medicina. Una scelta fatta un po’ per convincimento – era un seguace della medicina sociale di Max Westenhofer – e un po’ per accontentare la famiglia. La voglia di fare attivismo, però, lo avrebbe perseguitato: nel 1926 l’elezione a presidente del Centro studentesco, nel 1929, l’assunzione della vicepresidenza della Federazione degli studenti, nel 1930 la rappresentanza degli studenti della facoltà di medicina.

Inviso ai professori e ai dirigenti, perché più impegnato a dibattere che a studiare, Allende avrebbe pagato a caro prezzo l’attivismo a favore dei compagni: espulsione. Ripresi gli studi, anche per una questione di onorabilità – la nomea della famiglia, l’appartenenza alla Grande loggia del Cile –, si sarebbe infine laureato nel 1931.

La permanenza nei corridoi degli ospedali in qualità di anatomopatologo, ad ogni modo, lo avrebbe convinto definitivamente a dedicarsi alla politica. Perché anche qui, infatti, sarebbe finito col passare più tempo nell’unione sindacale dei dottori che nei laboratori. La decisione di abbandonare i panni del medico per vestire quelli del politico sarebbe giunta nel 1933, anno in cui, insieme all’amico Marmaduque Grove, co-fondò la sezione valpairisiana del Partito Socialista, alla cui causa avrebbe dedicato l’intera esistenza.

Il carisma naturale e l’attitudine leaderistica, dimostrati sin dai tempi dell’università, avrebbero trasformato Allende nella stella polare del Partito Socialista. Il 1938 sarebbe stato l’anno della ribalta: dopo aver contribuito in maniera determinante alla vittoria alle presidenziali di Pedro Aguirre Cerda del Fronte Popolare – l’alleanza tra radicali, socialisti e comunisti –, in quanto elaboratore della campagna di comunicazione e scrittore del programma elettorale, fu messo a capo del ministero della Sanità.

La presidenza Aguirre Cerda non sarebbe durata a lungo, causa le tensioni con le forze armate, la sedizione filonazista e il pessimo stato di salute del presidente, ma Allende avrebbe valorizzato il tempo a disposizione gettando le basi per l’edificazione del primo stato sociale cileno. Prima di andarsene, invero, avrebbe aumentato le pensioni alle vedove, introdotto la mensa gratuita nelle scuole e aumentato i diritti degli operai.

Nel 1941, alla morte per tubercolosi di Aguirre Cerda, Allende avrebbe mantenuto la casacca ma cambiato ruolo: senatore. Un ruolo ricoperto per un decennio, fino a quando nel 1952, infine, avrebbe deciso di tentare l’azzardo: concorrere per la presidenza. Non una, ma ben quattro volte: nel 1952, nel 1958, nel 1964 e nel 1970.

A partire dal 1964, causa la crescente popolarità di Allende tra i cileni e complice il contesto internazionale – la rivoluzione cubana, la Guerra fredda, l’espansione del comunismo in Latinoamerica –, le presidenziali sarebbero entrate nel mirino degli Stati Uniti. Perché la Casa Bianca non poteva permettersi una seconda Cuba, meno che mai una rivoluzione democratica, legittimata dal basso: Allende andava fermato.

Quasi sei milioni di dollari furono investiti dalla Central Intelligence Agency fra il 1962 e il 1964 nel sabotaggio della corsa presidenziale di Allende. Denaro in parte andato al democristiano Eduardo Frei Montalva e in parte andato a giornali, radio e chiunque si impegnasse a fare propaganda contro il socialista.

Sei anni dopo, nonostante un investimento in operazioni psicologiche di simile entità, la Cia non sarebbe riuscita a fermare la corsa di Allende. Il socialista era troppo popolare, come dimostrato dai numeri – dal 5,45% del 1952 al 36,2% del 1970 –, mentre il fronte filoamericano era spaccato in più poli e, non meno importante, percepito come distante, elitario e classista dalla società. Il 4 settembre 1970, con quel 36,2% di voti, Allende fece la storia: primo marxista dichiarato a venire eletto democraticamente in America Latina.

Allende, ad ogni modo, non avrebbe mai assaporato il gusto dolce della vittoria. Ad un mese dalle elezioni, nel pieno delle trattative tra Unità Popolare – la coalizione vittoriosa – e Democrazia Cristiana – il secondo classificato –, il presidente avrebbe assistito alla morte violenta di uno dei suoi più grandi (e importanti) sostenitori: il comandante in capo delle forze armate René Schneider. Un presagio di ciò che avrebbe dovuto affrontare: gli Stati Uniti e le loro quinte colonne in loco non avrebbero mai consentito che l’utopica “Via cilena al socialismo” venisse trasposta in realtà.

La morte violenta di Schneider avrebbe incoraggiato opposizione e forze armate a stare dalla parte di Allende, sebbene non per molto, permettendogli di implementare una parte di quell’utopica Via cilena al socialismo. Quella libertà (limitata) di manovra permise al presidente di operare una parziale rinazionalizzazzione dei settori strategici, dall’estrazione mineraria alla finanza, passando per telecomunicazioni e industria, proiettando il Cile verso la sovranità economica ma privando le corporazioni nordamericane di profitti miliardari e posizioni monopolistiche di lunga data.

Come se non bastasse, in concomitanza con l’espansione a macchia d’olio dello Stato imprenditore-investitore, Allende cercò di dare impulso ad un nuovo corso politico nelle Americhe Latine: ristabilimento delle relazioni diplomatiche con Cuba, aumento dell’interscambio intraregionale, rottura del tabù del commercio con il blocco sovietico.

Dopo un anno di relativa calma, sostanzialmente dovuta al fatto che l’omicidio Schneider aveva costretto le quinte colonne americane ad un oblìo tattico, il Cile sarebbe entrato in un circolo vizioso a carica degenerativa crescente a partire dal 1972 e per tutto il 1973. E nulla avrebbe potuto Allende per contrastare la messa in atto del progetto Fubelt, il piano mefistofelico architettato dal più abile degli strateghi dell’epoca, Henry Kissinger, per soddisfare il volere di Richard Nixon, che voleva “far gridare l’economia cilena”.

In principio fu lo sciopero degli autotrasportatori dell’ottobre 1972, a seguito del quale l’economia non si sarebbe più ripresa del tutto. Poi, di lì a breve, seguirono il cosiddetto “embargo invisibile” a livello internazionale – causa della drastica riduzione dell’import-export con l’Occidente –, gli attacchi speculativi contro la valuta cilena, il sabotaggio delle istituzioni finanziarie internazionali, le occupazioni di fabbriche e terreni e gli attentati contro le infrastrutture strategiche da parte di Patria e Libertà – un gruppo terroristico di estrema destra finanziato dalla Cia –, sullo sfondo degli scontri di piazza settimanali e della martellante campagna antigovernativa del mondo dell’informazione.

Entro la fine del 1972, causa la guerra coperta multidimensionale lanciata dagli Stati Uniti, il Cile sarebbe stato ad un passo dalla guerra civile: inflazione al 150%, capitale preda di una guerra molecolare tra opposti estremismi, settore esportativo liquefatto, crescendo di terrorismo e violenze politiche.

L’ultimo fedelissimo di Allende, il generale Carlos Prats, che il 29 giugno 1973 aveva impedito ad un ramo ribelle delle forze armate di consumare un colpo di stato, fu eliminato in maniera morbida, cioè a mezzo di una campagna persecutoria che lo avrebbe condotto alla pazzia e quindi a rassegnare le dimissioni dopo un incidente con dei civili lo aveva visto coinvolto. Allende avrebbe accettato le dimissioni dell’amico e generale a malincuore, scegliendo quale suo successore a capo delle forze armate Augusto Pinochet. Il resto è storia.

Allende continua ad essere una delle figure più divisive della Latinoamerica: per alcuni un rivoluzionario che ha pagato con la vita per le sue idee, per altri un agente dell’Unione Sovietica che avrebbe inevitabilmente trascinato il Cile verso la dittatura. Interpretazioni diverse, che contemplino una descrizione meno ideologica del personaggio, non sono né accettate né consentite.

Scrivere e parlare di Allende è ancora oggi difficile, come hanno dimostrato le presidenziali cilene del 2021, ma decifrarlo antropologicamente, inquadrarlo storicamente, è tutt’altro che impossibile. Perché Allende, il marxista incompreso, non è stato altro che uno dei tanti figli legittimi della Latinoamerica profonda: antiamericana, bolivarista, populista, rivoluzionaria, terzomondista.

Allende come Lazaro Cardenas: un tata, cioè un padre, più che un caudillo; da qui il diniego all’utilizzo della forza sui concittadini che avrebbe potuto evitare la guerra civile. Allende come Juan Domingo Peron: un pensatore alla ricerca di una terza posizione più che un radicale inamovibile; da qui la decisione di aderire al Movimento dei non allineati. Allende come Getulio Vargas: un populista perché orientato verso il popolo. Allende come Simon Bolivar: latino prima che cileno; da qui il sogno di creare un’unione panamericana che sostituisse l’Organizzazione degli Stati Americani a guida statunitense.

Non si può capire l’America Latina contemporanea senza scrivere di Allende, e non si può capire quest’ultimo senza conoscere l’America Latina, che di populisti votati alla ribellione contro l’imperialismo e la povertà ne produce a cadenza regolare, per ogni epoca e generazione. E di tutti i populisti concepiti dal Novecento ad oggi, che sono stati tanti, Allende è stato sicuramente uno dei più influenti nel lungo termine. Perché sono state le sue proposte di unità regionale ad aver plasmato il Mercosur. Perché a lui si ispirò Hugo Chavez all’atto di creare l’ALBA. E perché al suo legato ha attinto, nel 2021, il giovane Gabriel Boric.

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