Simon Wiesenthal, il cacciatore di nazisti

La storia è nota: nel secondo dopoguerra, con la complicità di apparati deviati del Vaticano e di un insieme di reti transnazionali, migliaia di nazisti riuscirono a fuggire dall’Europa e a ricostruirsi una nuova vita altrove, principalmente nelle Americhe Latine, perché protetti da una nuova identità e dalle pareti spesse dell’omertà.

Coloro che scapparono dalla giustizia di Norimberga e dalla vendetta del neonato Mossad furono in tanti, oltre diecimila, sebbene le cronache abbiano frequentemente posto l’enfasi su un gruppo di pochi noti, carnefici dal cognome pesante, composto da personaggi come Adolf Eichmann, Josef Mengele e Martin Bormann.

La maggior parte dei fuggitivi morì di vecchiaia o per cause naturali, come Walter Rauff, ma non tutti ebbero la stessa sorte fortunata. Perché il Mossad riuscì a catturarne alcuni, come Eichmann, e ad eliminarne altri, come Herberts Cukurs. E un ruolo importante nella caccia all’uomo dei servizi segreti israeliani fu giocato dai cosiddetti «cacciatori di nazisti», in particolare da Simon Wiesenthal.

Simon Wiesenthal nacque il 31 dicembre 1908 in quel di Buczacz, ieri appartenente alla Polonia austriaca e oggi nota come Bučač e sita in Ucraina. Figlio di due commercianti ebrei rifugiatisi in Galizia per fuggire dai pogrom giudeofobici che stavano scuotendo l’Impero russo, Wiesenthal rimase orfano di padre all’età di sette anni – morì nel fronte orientale nel 1915, combattendo nell’esercito austro-ungarico.

Le strade dei membri della famiglia Wiesenthal si sarebbero divise nel primo dopoguerra: Rosa, la madre, si risposò e si trasferì a Dolyna insieme al nuovo marito; Simon, invece, rimase alcuni anni in Galizia, dove trovò moglie, prima di spostarsi a Praga per ragioni di studio.

In Repubblica Ceca, complice il clima dell’epoca, Wiesenthal sarebbe venuto a contatto con due realtà contrapposte e inconciliabili: il nazismo e il sionismo. E per fronteggiare il primo, che minacciava di riproporre in Europa una replica su larga scala di quei pogrom zaristi che avevano traumatizzato la sua infanzia, decise di sposare la causa del secondo.

Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, Wiesenthal si trovava a Leopoli in compagnia della madre, che, causa l’assassinio del secondo marito – arrestato dai sovietici perché “capitalista”, morì in un campo di prigionia –, era tornata dai figli.

Con l’aggravarsi della guerra, e in concomitanza con il peggioramento delle condizioni di vita degli ebrei ucraini, Wiesenthal e sua moglie furono trasferiti con la forza, dalle autorità naziste, nel campo di concentramento di Janowska. La madre di Wiesenthal, invece, avrebbe trovato la morte nel campo di sterminio di Belzec nell’agosto 1942.

Lavoratore instancabile, loquace e mai causa di problemi, Wiesenthal sarebbe riuscito a diventare amico di un importante ufficiale del lager di Janowska, Adolf Kohlrautz, che, nell’ottobre 1943, all’alba dello smantellamento del sito – con annessa eliminazione fisica dei prigionieri – lo avrebbe aiutato a fuggire.

Finita la guerra, della cui violenza era stato testimone diretto (e vittima), Wiesenthal prese la decisione che avrebbe cambiato per sempre la sua vita: si sarebbe messo alla caccia dei fuggitivi nazisti. Cominciò aiutando le forze alleate a schedare gli ufficiali che avevano prestato servizio presso i campi di concentramento, come quello di Mathausen, per poi entrare a far parte dell’Ufficio dei Servizi strategici degli Stati Uniti.

Le informazioni sensibili ottenute supportando gli Alleati, inclusive di nomi, cognomi, indirizzi e fotografie, sarebbero state utilizzate per dare vita al Centro di documentazione ebraica (Jewish Documentation Center), fondato nel 1947, avente quale obiettivo la raccolta di prove contro i perpetratori dell’Olocausto. Wiesenthal e soci, insieme, riuscirono a depositare presso le cancellerie del tribunale di Norimberga oltre tremila testimonianze di sopravvissuti ai lager, giocando un ruolo-chiave nel processo.

La chiusura di Norimberga, avvenuta in concomitanza con l’ascesa della Guerra fredda, avrebbe però portato Wiesenthal e soci a sperimentare un progressivo e crescente isolamento, persino da parte del neonato Israele. Perché le priorità, ovunque, date le circostanze, erano diventate altre.

Nella consapevolezza che migliaia di nazisti l’avrebbero fatta franca a causa del confronto egemonico tra i due blocchi, Wiesenthal decise di radunare i soci del Centro di documentazione ebraica per perseguire un nuovo obiettivo: partire dalla documentazione in loro possesso per dare la caccia a coloro che ancora risultavano mancanti all’appello della giustizia.

Dei tanti nazisti sulle cui tracce Wiesenthal decise di mettersi, uno fu particolarmente importante: Adolf Eichmann, uno degli architetti della Soluzione finale. Tutto ebbe inizio nel 1953, quando Wiesenthal ricevette una lettera attestante la presenza di Eichmann a Buenos Aires. Quella lettera, poi passata alle autorità israeliane e tedesche, avrebbe dato vita alle prime ricerche in loco.

Nel 1960, alla morte di Eichmann padre, Wiesenthal ebbe un’altra idea: infiltrare degli investigatori privati al funerale per fotografare il fratello di Adolf, Otto. I due, difatti, avevano un aspetto molto simile. L’importanza di quelle fotografie, in seguito, fu confermata dagli agenti del Mossad che parteciparono alla cattura di Eichmann.

Nel dopo-Eichmann, Wiesenthal sarebbe divenuto un agente operativo del Mossad, dal quale ricevette la delega di occuparsi dei rimanenti fuggitivi di alto profilo. Tra i vari successi di Wiesenthal, si ricordano per importanza la localizzazione con annessa cattura di Erich Rajakowitsch, Franz Murer, Franz Stangl e Hermine Braunsteiner.

Non sarebbe mai riuscito, però, a catturare due nazisti per i quali aveva sviluppato un’ossessione pari a quella provata per Eichmann: Josef Mengele e Martin Bormann. Impossibili da localizzare, perché ben protetti, sarebbero morti entrambi per cause naturali, anziani, lontani dall’Europa e al riparo dai caccia-nazisti di Wiesenthal e del Mossad.

Wiesenthal, per il contributo dato alla messa a processo degli architetti dell’Olocausto, fu fatto oggetto di una pluralità di riconoscimenti prestigiosi, tra i quali il Premio Erasmo dei Paesi Bassi, la Legione d’onore della Francia e l’Ordine dell’Impero britannico. Nel 1985, all’acme della popolarità, fu persino candidato per il Nobel per la pace – poi andato a Elie Wiesel, scrittore e superstite dell’Olocausto.

Si ritirò a vita privata nel 2001, morendo quattro anni più tardi – il 20 settembre 2005 –, poco dopo aver contribuito alla cattura dell’ultimo nazista della sua lunga carriera: Julius Viel. In totale, secondo i resoconti del Centro Wiesenthal, le indagini del più famoso cacciatore di nazisti di sempre avrebbero permesso e/o facilitato la cattura di un numero impressionante di ex seguaci del Terzo Reich: approssimativamente un migliaio.

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