Abu Musab al-Zarqawi, il (vero) padre del Daesh

Negli stessi anni in cui l’amministrazione Bush Jr lanciava la Guerra al Terrore, in risposta agli attentati dell’11 settembre 2001, un uomo che non era Osama bin Laden e che non apparteneva ad Al-Qāʿida stava spargendo sangue in Medio Oriente e minacciando gli interessi e le vite degli Stati Uniti.

Lo chiamavano lo sceicco dei macellatori. Era tra i fondatori di un gruppo terroristico noto come Jamāʿat al-tawḥīd wa al-jihād, che nel 2006 sarebbe stato ribattezzato Stato Islamico. Il suo nome era Abū Mus‘ab al-Zarqāwī e questa è la sua storia.

Abū Mus‘ab al-Zarqāwī, al secolo Aḥmad Fāḍil al-Nazāl al-Khalāʾil, nacque nella periferia di al-Zarqā, Giordania, il 30 ottobre 1966. Cresciuto in una famiglia numerosa – nove fratelli –, Zarqāwī aveva origini beduine. Perse il padre durante l’infanzia, un lutto che lo incoraggiò ad abbandonare la scuola in favore del crimine.

La ricerca di denaro facile lo avrebbe portato prima nel mondo dei combattimenti clandestini e poi nei traffici illeciti, incluso lo sfruttamento della prostituzione. Stanco del vagabondaggio e della violenza, sul finire degli anni Ottanta, Zarqāwī avrebbe colto l’opportunità presentatagli da alcuni contatti di recarsi in Afghanistan per combattere i sovietici.

Le fonti sul periodo afgano di Zarqāwī discordano: per alcune avrebbe combattuto, partecipando a degli scontri a Khowst e Gardez, per altre non avrebbe fatto in tempo, causa la ritirata delle truppe sovietiche, limitandosi a fare il giornalista per il bollettino islamista Al-Bonian al-Marsous.

Nel 1990, a guerra finita, Zarqāwī si sposta nel vicino Pakistan, il cuore pulsante dell’emergente e vigorosa internazionale jihadista, dove sarebbe avvenuto l’incontro della vita, destinato a cambiarlo per sempre, con l’ideologo salafita Abū Muḥammad al-Maqdisī. Zarqāwī, un criminale alla ricerca di uno scopo esistenziale, trovò negli insegnamenti di al-Maqdisī, un seguace di Sayyid Qutb, l’illuminazione.

Nel 1992, rientrato nella natìa Giordania, Zarqāwī viene arrestato per il ritrovamento di armi ed esplosivi nella propria dimora. Rivedrà la luce della libertà soltanto sette anni dopo, nel 1999, grazie ad un’amnistia generale concessa da re Abdullah.

L’uomo uscito di prigione è un soggetto pericoloso, una mina vagante, che ha completato il processo di radicalizzazione religiosa iniziato in Pakistan ed è pronto ad entrare in azione. Sgominato un piano terroristico che avrebbe dovuto colpire il Radisson hotel di Amman la sera di capodanno, e che lo vede coinvolto, Zarqāwī fugge in Pakistan. Dal Pakistan raggiunge l’Afghanistan, dove incontra Osama bin Laden. È ancora il 1999.

Tra Zarqāwī e bin Laden non è idillio, perché hanno idee diverse sulla conduzione del Jihād globale – il primo vorrebbe un’insorgenza inizialmente circoscritta al Medio Oriente, il secondo vorrebbe una guerra, da subito, mondiale –, ma trovano un modus vivendi e cominciano a collaborare. Con la benedizione del capo di Al-Qāʿida, fondamentale per operare nel paese, Zarqāwī stabilisce un campo di addestramento a Herat dedicato ai combattenti giordani, alla produzione di armi chimiche e alla crescita di un gruppo da lui fondato: Jamāʿat al-tawḥīd wa al-jihād.

Dopo un periodo trascorso in Iran, per ragioni mai chiarite, Zarqāwī fa ritorno in Afghanistan con l’inizio dell’invasione americana. Guida i suoi combattenti nella resistenza all’occupazione, mettendosi e mettendoli a disposizione di Al-Qāʿida e Talebani. Ferito in un combattimento, viene trasportato in Iran per ricevere cure mediche tra la fine del 2001 e l’inizio del 2002.

28 ottobre 2002. Zarqāwī è un fantasma che viene visto ovunque, dalla Siria all’Iraq, e al cui passaggio seguono spargimenti di sangue. Quel giorno, ad esempio, un commando agente per conto del terrorista assassinerà il diplomatico americano Laurence Foley ad Amman. Il salto di qualità di Jamāʿat al-tawḥīd wa al-jihād.

2003: i terroristi di Zarqāwī estendono il raggio d’azione di quella che è destinata a divenire la principale rivale di Al-Qāʿida, assumendo ufficialmente le sembianze dello Stato Islamico tre anni più tardi. A Casablanca, negli attentati del 16 maggio, vengono uccise più di trenta persone e ferite oltre cento. A Istanbul, tra il 15 e il 20 novembre, di concerto con Al-Qāʿida, vengono lasciati a terra più di cinquanta morti e oltre settecentocinquanta feriti.

2004. Zarqāwī è in procinto di rubare la scena al fuggitivo dei fuggitivi, bin Laden, perché nell’attentato al Canal Hotel di Baghdad perde la vita l’inviato speciale per l’Iraq delle Nazioni Unite, Sérgio Vieira de Mello, e perché una maxi-operazione dei servizi segreti giordani scioglie una cellula pronta a compiere un attentato al vertice NATO di Istanbul, un attacco chimico all’ambasciata statunitense di Amman e degli assalti alla sede del primo ministro e al quartier generale dell’intelligence. Nel corso del raid verranno sequestrate circa venti tonnellate di armi chimiche, esplosivi e veicoli da impiegare per gli attentati. Per la trama terroristica, tre anni dopo, Zarqāwī riceverà una condanna a morte (in contumacia) dall’Alta corte di Giordania.

È ancora il 2004, l’anno più lungo dell’epopea del precursore dello Stato Islamico, quando Zarqāwī riesce a sequestrare un imprenditore ebreo americano attivo in Iraq, Nicholas Berg, e a scioccare l’opinione pubblica occidentale attraverso la diffusione del video della sua decapitazione. Una vendetta, sentenzia Zarqāwī, per lo scandalo di Abu Ghraib. Il gesto gli costerà l’ingresso in simultanea nell’Olimpo dei jihadisti e nella kill list della Central Intelligence Agency.

Iraq, 2004. Zarqāwī giura fedeltà a bin Laden, trasformando Jamāʿat al-tawḥīd wa al-jihād in Tanzim Qaidat al-Jihad fi Bilad al-Rafidayn (Al-Qāʿida in Iraq), cominciando a pubblicare video propagandistici in linea con la visione del primo sceicco del terrore. Una sottomissione necessaria o tattica, a seconda delle letture, che consente al terrorista di mantenere il controllo della propria organizzazione e, soprattutto, di mettersi al riparo da eventuali rappresaglie ad opera di rivali e invidiosi.

Costretto a circoscrivere le proprie azioni al solo Iraq, lasciando il resto del mondo ad Al-Qāʿida, Zarqāwī avrebbe giocato un ruolo fondamentale nel provocare lo sprofondamento del paese nel baratro nel dopo-Saddam. Il paese diventa il laboratorio in cui testare alcune teorie, proprie di Zarqāwī, circa la possibilità di innescare una guerra civile tra sunniti e sciiti e di utilizzarla per impantanare gli americani in un’estenuante guerra di logoramento.

La strategia di Zarqāwī provocherà più di duecento morti in attentati soltanto tra marzo e dicembre 2004. Ma sarà soltanto nel 2006, a pochi mesi dalla morte, che la visione di un Iraq devastato dalla guerra di religione sembrerà prendere forma. All’indomani dell’attentato al santuario sciita ‘Askariyya, avvenuto il 22 febbraio e causa di settanta morti tra i fedeli, il paese cadrà in una settimana di scontri interreligiosi che lasceranno a terra oltre mille persone.

Il 7 giugno 2006 è il giorno della svolta. Zarqāwī viene localizzato in una casa a nord di Baʿqūba ed eliminato in un’operazione chirurgica da due bombe guidate sganciate da due F-16 dell’Aviazione degli Stati Uniti. È la fine di un uomo che era riuscito a impensierire bin Laden creando un’organizzazione capace di rivaleggiare con Al-Qāʿida, sua genitrice inconsapevole, e a spargere sangue da Casablanca a Istanbul. È la fine di un uomo, sì, ma non della sua creatura, giacché Al-Qāʿida in Iraq darà vita allo Stato Islamico nello stesso anno, né della sua diabolica visione per il Medio Oriente – pantano degli americani e trincea di una guerra intra-islamica tra sunniti e sciiti.

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