Chi era Shamil Basayev, il “bin Laden russo”

Quando si scrive di Guerra al Terrore, spesso e volentieri, vengono in mente gli Stati Uniti delle ere Bush e Obama, ma la verità è che quella al jihadismo è stata – e, per certi versi, è – una lotta senza quartiere riguardante un gran numero di Paesi del globo, ed in particolare dell’Eurafrasia.

La Russia, in 44esima posizione nel Global Terrorism Index, ha avuto e continua ad avere un grave problema col terrorismo islamista, perché trattasi di una minaccia estesa da parte a parte del territorio federale, e negli anni dell’indipendenza è stata casa, oltre che di sanguinose guerre etno-religiose, di alcuni dei più gravi attentati jihadisti mai compiuti nella storia – come, ad esempio, gli attacchi agli edifici residenziali del 1999: 300+ morti, 1000+ feriti.

Il timore che la neonata Russia potesse implodere a causa delle pressioni trasversali provenienti da anarchia, separatismi e terrorismo sarebbe stato uno dei motivi alla base dell’ascesa di Vladimir Putin, l’eletto dello stato più profondo. E Putin, proprio come nelle migliori storie, una volta insediatosi al trono del Cremlino fu costretto ad affrontare una terribile nemesi: Šamil “Abu Idris” Basaev.

Šamil Salmanovič Basaev nacque il 14 gennaio 1965 in un piccolo villaggio della Cecenia meridionale, Dyshne-Ved, all’interno di una famiglia guerriera organizzata secondo l’antico modello tribale-clanistico del Teip.

Ultimo membro di una lunga e prolifica dinastia di guerrieri, che nel Quattrocento avevano combattuto il termibile Tamerlano e a inizio Novecento appoggiarono la nascita dell’Emirato del Caucaso settentrionale, Šamil fu così chiamato in onore di uno dei grandi eroi nazionali ceceni, l’imam Šamil, e fu allevato ai culti degli antenati, dell’autodisciplina, dell’islam e della patria. Un destino ascritto alla nascita.

Dopo essersi diplomato nella scuola del villaggio, Basaev prestò brevemente servizio nelle forze armate sovietiche in qualità di pompiere e, dopo un’esperienza lavorativa in una fattoria nella regione di Volgograd, si trasferì a Mosca. Qui, però, le cose non sarebbero andate come previsto: prima rifiutato dalla Scuola di legge dell’Università statale di Mosca, poi espulso dall’Istituto di ingegneria e gestione del suolo di Mosca per gli scarsi voti.

Più bravo a cavarsela in strada che nelle aule scolastiche, e più fatto per l’autonomia che per un lavoro sotto padrone, Basaev si sarebbe presto ritrovato a bazziccare nelle vie delle vibranti comunità cecene di Mosca. E qui, disilluso dal sogno sovietico, si sarebbe radicalizzato, insieme a molti altri connazionali, in concomitanza con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e con il sorgere della questione cecena.

Il 9 novembre 1991, a pochi giorni dalla dichiarazione di indipendenza della Repubblica cecena di Ichkeria unilateralmente proclamata da Džochar Dudaev, Musaev dirottò l’Aeroflot Tu-154, lungo la tratta Mineral’nye Vody-Ankara, allo scopo di attrarre le luci dei riflettori internazionali sulla neonata causa cecena. Il dirottamento terminò in Turchia, risolvendosi senza vittime, e avrebbe proiettato lo sconosciuto – e senza contatti – Basaev a capo dell’insurgenza cecena.

Pochi mesi più tardi, guidato dal duplice obiettivo di fare esperienza sul campo e allargare il proprio capitale umano, Basaev partì come volontario alla volta del Karabakh, insieme a centinaia di connazionali, per combattere gli armeni. Era una guerra laica, per una terra contesa, ma per alcuni, lui incluso, era una questione di fede – di cristiani contro musulmani.

Sul campo karabakho avrebbe riscoperto le proprie origini, e cioè di discendente di una stirpe di valorosi guerrieri, e perduto definitivamente ogni inibizione. Dopo aver partecipato all’adrenalinica e sanguinosa battaglia di Şuşa, tra gli episodi più elevati della Prima guerra del Karabakh, si recò nella vicina Abchasia per assistere i separatisti antigeorgiani. E qui, oramai forte di una fama costruita sul campo, fu nominato comandante in capo della Confederazione dei popoli delle montagne del Caucaso.

Più o meno nello stesso periodo, a cavallo tra la prima guerra cecena, l’esperienza karabakha e la comparsa in Abchasia, il giornalismo investigativo russo cominciò a dedicare dei ritratti a questo ceceno enigmatico, di lignaggio nobile e pronto a combattere ovunque si levassero le grida di ribellione dei piccoli popoli del Caucaso, evidenziandone i lati oscuri e i presunti legami con gli apparati securitari della Federazione russa.

Secondo le fonti di Boris Kagarlitskij della Rossiyskaya Gazeta, successivamente corroborate dalle ammissioni di Sergej Stepašin, Basaev sarebbe stato sul libropaga del GRU, il servizio segreto militare di Mosca, che lo avrebbe finanziato (e armato) allo scopo di indebolire le neonate repubbliche del Caucaso meridionale. Ad un certo punto, però, Basaev sarebbe sfuggito al controllo dei suoi creatori, in un déjà-vu che ricorda la storia di Osama bin Laden, utilizzando le armi e i capitali ricevuti per portare avanti il sogno della Cecenia indipendente.

La svolta della vita, che trasformò Basaev da un assetto dei servizi segreti russi al nemico numero uno del Cremlino, sarebbe avvenuta nel dopo-Abchasia. Verso la metà degli anni Novanta, oramai irrimediabilmente radicalizzato, Basaev sarebbe stato avvicinato dall’ISI, l’agenzia di intelligence del Pakistan, e spedito in Afghanistan per ricevere formazione religiosa e addestramento para-militare. Un’esperienza che lo avrebbe cambiato per sempre, introducendolo all’internazionale jihadista baricentrata su Al-Qāʿida, rendendolo un mujaheddin e consacrandolo quale leader della rinascente insurrezione cecena.

Nel 1996, di ritorno dai campi d’addestramento afgani, Basaev avrebbe assunto il comando della risorgente insurrezione cecena. Implacabile e inarrestabile, in soli due mesi – luglio e agosto – guidò l’eliminazione del signore della guerra più temuto della Cecenia, Ruslan Labazanov, e la riconquista di Groznyj, sino ad allora sotto il controllo di una forza d’occupazione russa.

A fine anno, confidando nell’immagine di eroe popolare costruita negli anni, Basaev decise di competere per la presidenza della Repubblica cecena di Ichkeria. Arrivò secondo, ottenendo le preferenze di un quarto dell’elettorato, ma gli fu comunque concesso di entrare nel governo in qualità di vice-primo ministro.

La situazione disastrosa del bilancio pubblico, sullo sfondo delle accuse di corruzione e dei mal digeriti legami con l’internazionale jihadista – emblematizzati dal rapporto fraterno con Ibn al-Khattab –, avrebbero portato alla rottura tra Basaev e le istituzioni dell’Ichkeria. E nel 1998, dopo aver rassegnato le dimissioni dal governo, Basaev sarebbe tornato alla clandestinità.

Prima che il settembre rosso di sangue del 1999 provocasse lo scoppio della Seconda guerra cecena, il Caucaso settentrionale sarebbe stato scosso da un altro evento bellico di grande importanza: il tentativo dell’anonima wahhabita, appoggiata da Basaev, di rovesciare le autorità legittime del Daghestan allo scopo di instaurare una teocrazia indipendente dalla Russia e satellizzata dalla Cecenia. Due episodi, avvenuti a breve distanza l’uno dall’altro, che avrebbero spinto il Cremlino a riaprire il fronte ceceno-daghestano.

Basaev negò ogni coinvolgimento nella pioggia di attentati del settembre 1999, vero casus belli della seconda guerra cecena, ma questo non gli impedì di finire nel mirino del Cremlino. Neanche l’assunzione di responsabilità da parte dell’Esercito di liberazione del Daghestan, implicitamente scagionante l’insurgenza cecena, avrebbe salvato Groznyj dall’arrivo delle forze armate russe.

Nel contesto della seconda guerra cecena, Basaev avrebbe dismesso i panni del guerrigliero per indossare quelli del terrorista. Capitalizzando i legami con l’ISI e coi mujaheddin afgani stabiliti alcuni anni prima, Basaev lanciò un appello al Jihād globale che, risuonando in tutto il vicinato mediorientale e centrasiatico, fu in grado di magnetizzare nelle alture cecene migliaia di combattenti volontari.

L’eco di Basaev avrebbe avuto effetti profondi, e durevoli, a livello di panorama religioso – la trasformazione di Cecenia e dintorni da terre di sufismo a terre di wahhabismo – e nel modo di combattere – le battaglie irregolari e urbane sostituite da attentati suicidi e autobombe.

Il 4 aprile 2000, giustiziando nove soldati d’élite dell’OMON come rappresaglia per il caso Yurij Budanov – un ufficiale russo colpevole di aver violentato e ucciso un’adolescente cecena –, Basaev sarebbe diventato il terrorista più ricercato della Russia. Su di lui, un anno più tardi, fu messa una taglia di un milione di dollari. Tutto inutile: nel 2002 la crisi del teatro Dubrovka – 130+ morti e 700+ feriti –, nel 2003 l’assassinio di Akhmad Kadyrov – padre di Ramzan – e nel 2004 il massacro di Beslan – 300+ morti e 700+ feriti.

Nel 2005, causa il crescendo di attentati sanguinosi architettati in lungo e in largo la Russia (e lo spazio postsovietico), su di Basaev pendeva una taglia di dieci milioni di dollari e sulle sue tracce si trovavano i servizi segreti di decine di paesi, inclusi gli Stati Uniti. Quello stesso anno, nonostante le pressioni e i rischi, decise di accettare la proposta di intervista fattagli pervenire dal giornalista Andrej Babitskij, censurata in Russia e trasmessa negli Stati Uniti da ABC.

Sì, sono un cattivo ragazzo, un bandito e un terrorista… ma a loro [i russi] come li dovreste chiamare? Più di 40mila dei nostri bambini sono stati uccisi e decine di migliaia sono stati mutilati. Qualcuno ha qualcosa da dire in merito? La responsabilità è dell’intera nazione russa, che col suo tacito assenso sta dicendo “sì” a tutto questo.

Il 10 luglio 2006, al termine di una caccia all’uomo lunga sei anni, Basaev trovò la morte a Ekazhevo, in Inguscezia, a causa di una violenta esplosione nei pressi di un arsenale nelle disponibilità dell’insurrezione cecena. Un’incidente secondo alcuni. Un’eliminazione da manuale, firmata FSB, secondo altri.

Nonostante i tentativi di Ramzan Kadyrov di rimuovere la memoria di Basaev dalla storia recente della Cecenia, il terrorista continua a godere di una diffusa venerazione popolare. Nonostante il sangue (innocente) che ha fatto scorrere, Basaev continua a essere visto come una sorta di anti-eroe da ampie fasce della popolazione. E il suo pensiero continua a circolare, trasmesso di generazione in generazione, attraverso l’autobiografia scritta nei primi anni Novanta: Libro di un mujaheddin.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.