Hofstad, assalto ai Paesi Bassi

Gli attentati dell’11 settembre 2001 sono stati un catalizzatore straordinario di eventi, fenomeni e tendenze, incidendo in maniera determinante sulla traiettoria del Duemila. Secolo di speranze, come l’utopia della democratizzazione del mondo, che si sono infrante dinanzi all’irruento ritorno della storia nella quotidianità delle genti e degli Stati.

All’indomani dell’11 settembre, in particolare fra il 2003 e il 2007, l’Europa sarebbe finita nel mirino di Al-Qāʿida, diventando il teatro di una sequela di sanguinosi attentati. L’emersione dagli abissi dei ghetti invisibili di un problema sino ad allora ignorato: la radicalizzazione religiosa serpeggiante all’interno delle comunità islamiche del continente.

Belgio, Francia e Spagna avevano subìto attentati riconducibili all’islamismo e/o al jihadismo sin dalla metà degli anni ’80, da Madrid ’85 alla saga della banda di Roubaix, ma per il resto dell’Europa trattavasi di una sfida (quasi) del tutto nuova. Nei Paesi Bassi, anch’essi rei di disinteresse, miopia e noncuranza, quella sfida avrebbe assunto la forma del gruppo di Hofstad.

Quella del Gruppo di Hofstad è stata un’epopea breve ma intensa, fugace ma sanguinosa. È il 2002, sono passati pochi mesi dall’11 settembre e il Servizio di sicurezza e intelligence generale dei Paesi Bassi, popolarmente noto con l’acronimo Aivd, ha aumentato il livello di sorveglianza nei quartieri multietnici e nelle aree più problematiche del paese.

Le ricerche dell’Aivd non producono risultati di spessore, cioè non vengono trovate tracce di cellule qaediste nei Paesi Bassi, ma una cosa balza all’occhio: è pieno di briciole da raccogliere e decifrare. Forse, pensano all’Aivd, non è che Osama bin Laden non ha esteso i suoi tentacoli tra Amsterdam e Rotterdam. Li ha estesi, ma è stato molto abile a nasconderli. Si fa strada, presto, l’ipotesi dell’esistenza di una piovra invisibile.

Le briciole raccolte dall’Aivd conducono nelle periferie dell’Aia, di Amsterdam e Rotterdam. Semenzai di criminalità, che daranno i natali successivamente alla famigerata mafia marocchina (Mocro Maffia), e zone grigie dove l’integrazione resta un’utopia e si intravedono segnali di radicalizzazione religiosa.

Nel mirino dei servizi segreti olandesi finiscono, a cavallo tra il 2002 e il 2003, la moschea wahhabita El Tawheed, sita ad Amsterdam e finanziata da capitali sauditi, due convertiti – i fratelli Walters – e una decina di persone di origine marocchina sparse tra Amsterdam e L’Aia. Nell’ottobre 2003, su indicazione dell’Aivd, gli inquirenti traducono in arresto quattro persone – Redouan al-Issar, Samir Azzouz, Ismail Akhnikh e Jason Walters – in relazione alle indagini sullo sbarco di Al-Qāʿida nei Paesi Bassi. La magistratura, però, non ritenendo valida le evidenze raccolte contro di loro, li scagiona. Un errore che verrà pagato a caro prezzo.

2003. Nonostante la magistratura non sia d’accordo con le risultanze dell’AIVD, perché ritenute deboli e circostanziali, gli 007 olandesi non demordono e proseguono le attività di sorveglianza nei confronti del gruppo di radicali scoperto all’Aia. Due vengono fermati mentre in procinto di partire come combattenti stranieri in Cecenia. Altri due vengono interrogati di ritorno dal Pakistan, dove, sospettano gli investigatori, avrebbero  ricevuto addestramento paramilitare e tessuto legami con gli ambienti filotalebani.

Gli 007 non hanno prove, soltanto dubbi e sospetti. Reali dimensioni e pericolosità del gruppo, ribattezzato il circuito di Hofstad, sono ancora da appurare. Sciogliere il rebus non è facile: più le indagini vanno avanti, più si scoprono tracce da seguire. Alcune delle quali lontane, sbiadite, che portano a Kabul, Rabat e Damasco. Mancano le risorse per vagliare la solidità di ogni pista e, soprattutto, per sorvegliare ognuno dei soggetti in odore di terrorismo.

È sempre il 2003. Mentre l’AIVD è impegnato a ricostruire le alleanze internazionali del gruppo di Hofstad, nonché a capire se trattasi di una vera e propria cellula qaedista o se di fumo negli occhi, viene perso di vista uno dei sorvegliati speciali: Mohammed Bouyeri. Nato e cresciuto ad Amsterdam, Bouyeri è quello che si definisce un ragazzo problematico e da qualche tempo ha trovato sfogo al suo malessere nella moschea El Tawheed, tagliando ogni relazione con amici olandesi e coi parenti non praticanti. Nel quartiere, per via del vestiario e dell’aspetto, hanno iniziato a chiamarlo “il talebano”.

Bouyeri è un uomo-chiave all’interno del gruppo di Hofstad e sarà proprio lui a velocizzarne l’uscita allo scoperto, il 2 novembre 2004, con l’assassinio del regista Theo van Gogh. Ucciso a coltellate perché accusato da Bouyeri di aver insultato l’Islam producendo e dirigendo un controverso cortometraggio a tema islamico, Submission, uscito qualche mese prima.

Per l’Aivd, dopo l’omicidio di van Gogh, è il momento di agire e di prevenire nuovi spargimenti di sangue. Il primo individuo da neutralizzare è Walters, residente all’Aia, ma l’operazione di arresto si rivelerà più ardua del previsto. Perché Walters, in casa col compagno di merende Ismail Akhnikh al momento dell’arrivo delle forze dell’ordine, darà vita ad un’interminabile resistenza della durata di quattordici ore. Utilizzando ogni arma in suo possesso per affrontare i poliziotti, tra le quali delle bombe a mano.

gruppo hofstad
Una foto di un familiare degli imputati al processo contro il gruppo Hofstad nel 2006. Foto: MARCEL ANTONISSE / ANSA / LI.

Uno dopo l’altro, nel corso del 2005, i membri del gruppo Hofstad verranno assicurati alla giustizia, il loro arsenale sequestrato e i loro piani terroristici sgominati e scoperti. Questa volta, al processo, le prove a carico degli indagati non mancheranno: armi da fuoco, bombe, fertilizzanti, intercettazioni, manuali sulla costruzione artigianale di esplosivi, schemi su possibili attentati.

Van Gogh, nella visione del gruppo di Hofstad, avrebbe dovuto essere l’inizio di una lunga stagione di massacri e operazioni di alto livello, tra cui un attacco al quartier generale dell’Aivd, una strage all’aeroporto di Amsterdam-Schiphol, un sabotaggio dell’impianto nucleare di Borssele. Per questi disegni terroristici, per l’assassinio van Gogh e per altri reati – come il possesso di armi ed esplosivi –, quattordici persone furono processate dalla Corte distrettuale di Rotterdam.

La conclusione del processo al gruppo Hofstad, l’evento giudiziario della nazione più spettacolarizzato dell’epoca, divise l’opinione pubblica olandese, la classe politica e gli apparati securitari. I giudici, invero, pur riconoscendo la pericolosità della cellula, accolsero la linea della difesa, non bollando il gruppo come un’organizzazione terroristica, col risultato di produrre delle sentenze più miti di quelle richieste dall’accusa.

Cinque degli imputati furono assolti e poi ricompensati, con un totale di circa 300 mila euro, per via dei danni morali provocati dall’incarcerazione subita. Erano innocenti, secondo la giustizia, perché, pur avendo delle idee estremiste, non le avevano mai messe in pratica. Uno dei cinque, Rachid Belkacem, nel 2006, sarebbe stato ritrovato privo di vita, nella propria abitazione, in circostanze altamente sospette – avvelenamento. Il caso non è mai stato risolto.

Le pene più severe furono comminate a Bouyeri, ergastolo per l’uccisione di van Gogh, a Jason Walters e a Ismail Akhnikh, quindici anni a testa per la guerriglia coi poliziotti, a Samir Azzouz, nove anni per la pianificazione dell’attacco alla sede dell’AIVD, e a Nouredine El Fahtni, già obiettivo dei servizi segreti portoghesi per una presunta trama omicida ordita ai danni dell’allora premier lusitano José Manuel Durão Barroso e condannato a quattro anni per la pianificazione di assalti ad alcuni politici olandesi.

Alcune pene furono ritoccate nel 2010, l’anno dell’arrivo del processo all’ultimo grado di giudizio. Dei condannati, nel frattempo, avevano già finito di scontare il loro debito con la giustizia. Altri avrebbero rivisto la libertà a breve. Ma la sentenza definitiva del 2010, ad ogni modo, sarebbe stata ricordata per via della decisione di riconoscere, sebbene a posteriori, che il gruppo Hofstad fu un’organizzazione terroristica a tutti gli effetti. E che Theo van Gogh, dunque, non fu ucciso da dei semplici criminali.

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