Mustafa “al Suri” Nasar: il nemico pubblico numero uno di Madrid

Errante. Imprendibile. Imprevedibile. Temibile. Ubiquo. Il suo nome non ha più un volto da decenni, perché è scomparso dai radar, ma in taluni ambienti continua ad avere un significato: è sinonimo di paura. Perché al suo passaggio, spesso, ha fatto seguito un attentato. Errante e imprendibile, nonostante il suo nome sia stato collegato, negli anni, a uno dei primi attentati islamisti avvenuti in Europa – Madrid 1985 –, all’11/9 e alle bombe sui treni madrileni del 2004. È il nemico pubblico numero uno di Madrid. Ed è stato descritto come “l’esponente più articolato del Jihād  moderno e il suo più sofisticato stratega”. Il suo nome è Mustafa Setmariam “al Suri” Nasar e questa è la sua storia.

Mustafa bin Abd al-Qadir al-Rifa’i Semariam Nasar, altresì noto col nom de guerre Abu Musab al-Suri o con l’alias Umar Abd al-Hakim, nasce ad Aleppo il 26 ottobre 1958. Di origini egiziane, attraverso la madre, Nasar viene allevato nella consapevolezza di avere lignaggio nobile: è, invero, discendente del noto Aḥmad ibn ʿAlī al-Rifāʿī, giurista, mistico e fondatore della confraternita sufi Rifāʿiyya.

La giovinezza è delle più tranquille: carattere introverso, vita sociale improntata alla morigeratezza, focalizzazione sugli studi. al Suri è, almeno fino ai vent’anni, quello che si potrebbe definire un ragazzo casa e moschea. Ma nel 1980 avviene la svolta inaspettata. Il giovane abbandona gli studi di ingegneria meccanica all’università di Aleppo, che stava frequentando con voti eccelsi, per abbracciare un’organizzazione legata alla Fratellanza Musulmana.

Corrotto da qualche cattivo maestro, o forse mosso da qualche istinto o ideale sino ad allora sottaciuto, al Suri si unisce alla sollevazione islamista che sta mettendo a ferro e fuoco la Siria della famiglia Assad. I superiori lo apprezzano, perché è un uomo che apprende ottimamente e in fretta, e lo addestrano alle arti più svariate, dalla costruzione artigianale di armi ed esplosivi alla guerra urbana.

Dopo il 1982, anno della sua partecipazione alla battaglia di Hama tra islamisti e forze di sicurezza governative, al Suri diventa un fantasma. Ha capito che l’insorgenza è agli sgoccioli, che Hama è stato il capolinea – la Fratellanza Musulmana, in quell’occasione, si stima che abbia perduto i 30-50 mila combattenti –, che è meglio scappare altrove – come poi farà. E la fuga dalla caccia all’uomo lanciata da Hafez Assad lo porterà prima in Francia e poi in Spagna.

Nel dopo-battaglia di Hama, forse già nel 1982, al Suri ha preso residenza stabile in Europa. Dopo un breve soggiorno in Francia, forse utilizzata come porta di ingresso, si sposta in Spagna e qui dà vita a una cellula terroristica innovativa e pionieristica. Perché prima del suo genere nella tranquilla Spagna, un Paese sino ad allora privo di problemi in materia di islamismo e radicalizzazione religiosa. E perché destinata d entrare nelle cronache nere del continente per gli attentati commessi in un’epoca (molto) lontana dall’emergenza jihadismo del dopo-11 settembre.

Stuzzicato e galvanizzato dalla sollevazione dell’Internazionale jihadista in Afghanistan, teatro di una feroce guerra di logoramento tra mujāhidīn di ogni dove e sovietici, al Suri avrebbe deciso, nel 1985, di inviare un messaggio ai colleghi mediorientali: il Jihād globale è arrivato in Europa. E a portarlo sarebbe stato proprio lui. Alle ore 22:30 del 12 aprile. Piazzando una bomba al ristorante El Descanso, Madrid. 18 morti e 82 feriti – il più grave massacro dai tempi della guerra civile e il primo attentato islamista nella storia di Spagna.

Sulla strage al Descanso non è mai stata fatta pienamente luce. Depistaggi, tesi inconcludenti e morti sospette hanno intorbidito le acque al punto di rendere impossibile la scoperta della verità oggettiva. Si è pensato a lungo a una triangolazione nel nome dell’antiamericanismo fra i separatisti dell’Eta, gli antifascisti del Gruppo 1 Ottobre e l’Organizzazione Jihad Islamica, già responsabile di Beirut 1983. Si è indagato sul potente trafficante di armi siriano Monzer al-Kassar, attivo a Marbella in quegli anni. E soltanto nel 2005, dopo un ciclo infinito di chiusure e riaperture del caso, si arriverà alla richiesta dell’estradizione di al Suri, rintracciato in Pakistan.

Nel 1987, poco dopo aver ottenuto la cittadinanza spagnola via matrimonio, Nasar si sposta in Pakistan. Il suo nome è giunto alle orecchie dell’Internazionale jihadista, che è desiderosa di conoscerlo. A Peshawar, crocevia a cielo aperto dei mujāhidīn diretti versi l’Afghanistan, “ha l’onore” di incontrare colui che in quegli anni è il padrino della resistenza antisovietica, Abdullah Azzam, e colui che un giorno diventerà il nemico pubblico numero uno del mondo: Osama bin Laden.

Dal Pakistan all’Afghanistan il passo è breve. al Suri vuole combattere, è un uomo d’azione, che ha già assaporato la guerra anni addietro, quando era un giovane guerrigliero della branca siriana dei Fratelli Musulmani, e verrà accontentato, giacché le cronache raccontano che abbia affrontato le forze armate sovietiche tra il 1987 e il 1988.

La guerra è la sua musa ispiratrice. Di ritorno a Peshawar, fresco delle battaglie contro i soldati del Cremlino, comincia a dedicarsi alla scrittura adottando un alias: Umar Abd al-Hakim. La sua opera più nota e influente, Al-tajrubah al-suriyyah, verrà pubblicata nel 1991, alla vigilia del ritorno in Spagna, e avrà un impatto profondo e duraturo nell’albeggiante galassia del jihadismo. Novecento pagine dedicate all’approfondimento del qutbismo, alla spiegazione della dimensione escatologica delle relazioni internazionali e alla critica dei Fratelli Musulmani. Un mastodontico trattato destinato a diventare uno dei pilastri fondativi del pensiero qaedista.

Verso la seconda metà del 1995 la famiglia Nasar, ora composta da quattro bambini, si trasferisce a Londra. Forse perché la capitale inglese ha un sottobosco jihadista molto sviluppato. Forse perché sa di essere nell’elenco dei sospettati per il ciclo di attentati terroristici in Francia del 1995, commessi dal Gruppo islamico armato di Algeria al quale lui, lupo solitario che dialoga con tanti branchi, è legato. O forse per entrambe le ragioni.

Nel 1997, da Londra, dove prova a sviare le indagini sul suo conto fondando una compagnia di comunicazione, l’Ufficio per gli studi sui conflitti islamici, svolge un ruolo-chiave di intermediazione tra la Cnn e Al-Qāʿida, rendendo possibile la storica intervista di Peter Bergen a bin Laden. Da allora, e fino al 2001, i giornali occidentali si sarebbero rivolti a Nasar per dialogare col terrorista.

Nel 1998, infine, sentendo l’aumento della pressione investigativa, Nasar abbandona per sempre l’Europa. Si trasferisce in Afghanistan con la famiglia, aprendo un’agenzia di comunicazione a Kabul e un campo di addestramento (al-Ghuraba) col permesso del governo talebano. L’inizio di una nuova vita. La prosecuzione delle attività intellettuali e dell’organizzazione di attentati in tutto il mondo. La continuazione di una fuga interminabile dalla giustizia internazionale.

Nasar è il teorico di un modo di condurre il Jihād globale che non va d’accordo con la linea apertamente confrontazionale di bin Laden. È un apologeta della violenza, ma ripudia gli attentati dell’11 settembre 2001, preconizzando un ritorno di fiamma, la guerra al terrore, che potrebbe annichilire quanto duramente costruito sino ad allora. Ha contezza dell’importanza della comunicazione e delle gerarchie, ma ad una Al-Qāʿida verticistica e strutturata rigidamente ne preferirebbe una liquida, decentralizzata e composta da cellule semiautonome.

I dissidi con bin Laden sulla gestione del Jihād globale, per quanto accesi, non gli procureranno danno. Gode della stima incondizionata dei talebani che, nonostante l’arrivo degli eserciti occidentali nel dopo-11 settembre, continueranno a fare della sua protezione dalle grinfie della giustizia internazionale e dei rivali un loro imperativo. Intoccabile.

La vicinanza di al Suri a talebani e qaedisti non sfugge all’attenzione degli inquirenti statunitensi, che di questo personaggio, ufficialmente e apparentemente pulito, vorrebbero sapere di più. Di questo personaggio hanno iniziato a interessarsi nel 2002, dopo che alcuni terroristi, sotto interrogatorio, lo hanno identificato nel guerrigliero-ideologo Abu Musab al-Suri. E su questo personaggio pongono una taglia di cinque milioni di dollari, nel 2004, su indicazione dei colleghi spagnoli, per i quali avrebbe pianificato gli attentati ai treni madrileni dello stesso anno.

Il 2005 è l’anno dell’entrata in totale clandestinità. L’intoccabile diventa invisibile. Si rincorrono le voci della sua cattura a Quetta, in Pakistan, che sarebbe avvenuta su input degli Stati Uniti. Da Quetta, proseguono le indiscrezioni, sarebbe stato poi trasferito segretamente in un sito nero che si vocifera la Central Intelligence Agency abbia nell’atollo britannico di Diego Garcia. Ma sono soltanto pettegolezzi di giornali che non trovano riscontro nelle dichiarazioni dei governi.

Il 2005 è l’anno della sparizione di al Suri dai radar dell’antiterrorismo occidentale. Qualcuno lo crede in libertà in Pakistan. Altri lo pensano prigioniero fantasma nei siti neri degli Stati Uniti. Altri ancora, incluse fonti qaediste, lo indicano detenuto in Siria. Nessuno, in ogni caso, lo ritiene morto. Certo è che, nonostante la scomparsa, Nasar non ha mai smesso di influenzare il grande movimento del Jihād globale.

Le sue idee sulla necessità di destrutturare e flessibilizzare le organizzazioni terroristiche, poi sistematizzate nel ciclopico The Global Islamic Resistance Call – un trattato di circa 1.600 pagine –, sono state interiorizzate dal Daesh, che su lupi solitari e cellule autonome ha costruito un’era di terrore. Le sue idee sulla trasformazione del jihadismo da internazionale destrutturata in guerra perpetua contro gli infedeli a movimento socioculturale hanno condizionato Jabhat al-Nuṣra. Ed è possibile che qualcuno, un giorno, raccoglierà una delle sue intuizioni più distopiche: l’evoluzione quantiqualitativa del sistema liquido, con le cellule autonome programmate per vivere di vita propria, al di là della sopravvivenza del corpo centrale, e per portare avanti delle resistenze senza capi e delle guerre asimmetriche ad alto impatto.

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