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Ci sono scienziati che passano il loro tempo a studiare i virus più pericolosi del mondo in appositi laboratori di sicurezza, con l’intenzione di trovare vaccini capaci di prevenire possibili epidemie e capire meglio il comportamento degli agenti patogeni archiviati. Poi esistono altri scienziati – la minoranza – letteralmente incaricati di dare la caccia a questi piccoli nemici invisibili dell’uomo all’interno di grotte, foreste, allevamenti e, in generale, nelle zone sperdute in chissà quale parte del mondo.

Li chiamano cacciatori di virus perché, allo stesso modo dei cacciatori “tradizionali”, scendono in campo “armati” e con il chiaro intento di catturare la preda designata. Che si tratti di un pipistrello, un gorilla o un pangolino, la preda dei cosiddetti Virus Hunter, si tratta comunque un animale. La differenza sostanziale sta nell’utilizzo di quanto cacciato, visto che i cacciatori di virus hanno il complicato compito di rintracciare bestiole potenzialmente pericolose perché possibili serbatoi di qualche virus contagioso.

Da quando, tra il 2002 e il 2003, il coronavirus Sars ha effettuato il salto di specie, passando da un animale all’uomo (e scatenando un’epidemia che avrebbe potuto fare ingenti danni sanitari in tutto il pianeta), la comunità scientifica ha pensato bene di intensificare gli sforzi preventivi, mettendo nel mirino per lo più i pipistrelli. Nessuno li avrebbe uccisi o sterminati; al contrario, appositi cacciatori di virus sono stati incaricati di catturarli, studiare i virus presenti nei loro organismi e liberali.

I cacciatori di virus

In Cina tutto questo è stato preso alla lettera, anche perché il Sars ha toccato da vicino la Repubblica Popolare. Per evitare situazioni analoghe, gli scienziati cinesi hanno pensato bene di rafforzare gli studi su virus e coronavirus. Un video pubblicato nel 2019 da SMG mostrava ai telespettatori le gesta di tal Tian Junhua, ricercatore del Centro per il controllo delle malattie di Wuhan. Nel filmato il signor Tian si trovava nei meandri di una grotta buia, faccia a faccia con un gruppo di pipistrelli. Il suo lavoro: rintracciare i virus dai pipistrelli che abitavano le caverne e portare il materiale in laboratorio. “Quando trovi i virus, sei anche più facilmente esposto ai virus”, dichiarava Tian guardando dritto nell’obiettivo della telecamera.

Come ha riportato National Geographic, anche gli americani sono attivi nella caccia ai virus, e lo dimostra la storia di un gruppo di ricercatori statunitensi operativi in una miniera abbandonata della Liberia. Il loro compito non è tanto diverso da quello dei colleghi cinesi: cercare pipistrelli, nello specifico i portatori di Ebola. “Ricevi urina e feci aerosolizzate, ma anche se uccidi i pipistrelli vieni anche esposto direttamente al loro sangue” , è la squallida descrizione fatta da un membro del team, utile a capire la pericolosità di questo mestiere.

Prevenire la minaccia

Ebbene, se oggi siamo stati in grado di sfornare vaccini anti Covid a tempo record lo dobbiamo a chi, negli anni passati, ha saputo catturare i virus più pericolosi rischiando la propria vita. Un lungo reportage di The Intercept fa luce sull’attività di questi personaggi, con tutti gli inconvenienti del caso. Intanto, mentre stiamo per entrare nel terzo anno di pandemia, gli esperti hanno capito che è urgente saperne di più su Sars-CoV-2, il quale potrebbe aver avuto origine proprio nei pipistrelli. Recenti ricerche su Mers, altro antenato di Sars-CoV-2, e sul normale virus del raffreddore umano hanno infatti permesso agli scienziati di sviluppare vaccini e trattamenti appositi. Attenzione però, perché rintracciare la fauna selvatica infetta da virus in località remote è costoso, faticoso e per niente semplice.

Certo è che negli ultimi due decenni – quindi prima del Covid – i timori per il bioterrorismo hanno spinto numerosi governi, in primis quello americano, a finanziare la sorveglianza virale, compresa la caccia e lo studio di patogeni precedentemente sconosciuti e presenti nella fauna selvatica. Il fine ultimo è semplice: trovare i virus più nocivi prima che possano infettare l’uomo. Tutto in discesa, quindi? No, e per almeno due ragioni. La prima: secondo vari esperti è improbabile che la continua ricerca di virus mortali possa impedire l’emergere di malattie infettive o possa aiutarci quando ciò avviene. La seconda: ricerche del genere potrebbero, al contrario, innescare la prossima pandemia e aver provocato quella attuale.

Rischi e pericoli

Dietro a un lavoro importantissimo si nascondono rischi altrettanto importanti. Il più banale è che i virus trovati negli animali selvatici possano trasformarsi in armi se dovessero cadere nelle mani sbagliate, magari di qualche terrorista. Ma c’è dell’altro, perché gli stessi scienziati possono fungere da vettori per i virus che cacciano (basta un piccolo errore); a quel punto, il loro lavoro può mettere a rischio la vita dei colleghi e, di conseguenza, del resto del pianeta.

La ricerca di animali e virus in regioni inaccessibili all’uomo è particolarmente pericolosa, così come lo è l’invio dei patogeni da questi luoghi alle strutture di ricerca, gran parte delle quali situate in aree urbane più densamente popolate (vedi il caso del Wuhan Institute of Virology). C’è, infine, da considerare la difficoltà insita nella caccia stessa. Per capirlo, è utile leggere quanto scritto da Michael Callahan su Politico: “Animali che si dimenano, artigli e denti che mordono e graffiano durante la raccolta dei fluidi corporei. Denti e artigli che penetrano facilmente nei guanti sottili necessari per mantenere la destrezza quando si maneggiano animali selvatici fragili. E sopra la testa, i pipistrelli arrabbiati rilasciano una sottile patina di aerosol di urina carichi di virus”. In definitiva, “il fatto che i ricercatori non vengano infettati ogni volta che eseguono una raccolta sul campo è una domanda che continua a lasciarci perplessi”, ha concluso Callahan.

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