Un anno fa, quando la pandemia stava mettendo in ginocchio Europa e Stati Uniti, la stampa internazionale li considerava a tutti gli effetti dei “modelli” da seguire. Contagi quotidiani contenuti, decessi limitati o quasi nulli, misure restrittive chiare ed efficaci, utilizzo chirurgico della tecnologia per stroncare sul nascere la trasmissione del Sars-CoV-2: nella letteratura sulla pandemia di Covid-19 trovano spazio diversi Paesi passati agli onori delle cronache per aver bloccato con successo la diffusione del virus.

Nell'”ora più buia”, a voler parafrasare Winston Churchill, proprio mentre Italia, Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti venivano travolti da più ondate, dall’altra parte del mondo c’era chi poteva permettersi di tirare un sospiro di sollievo. Merito di un’organizzazione interna capillare, oppure di una cultura sociale molto più attenta al bene della comunità anziché al singolo, o ancora di caratteristiche geografiche ben precise.

Fatto sta che, Cina a parte, gli esperti hanno studiato da vicino interessanti modelli di lotta al coronavirus, alcuni applicabili anche in Occidente, altri imitabili soltanto in parte. Il paradosso è che questi Paesi, considerati mosche bianche nel contenimento del Sars-CoV-2, sono diventati adesso pecore nere da non seguire. Già, perché se mesi fa i loro governi erano stati in grado di applicare efficaci politiche anti coronavirus, oggi quelle stesse autorità non riescono a far decollare i piani vaccinali nazionali.

Da mosche bianche a pecore nere

È arrivato il momento di svelare le carte. Il New York Times ha acceso i riflettori su quattro Paesi in particolare: Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda e Australia. Da cosa sono accomunati? Come anticipato, dal fatto di aver abbattuto con successo la curva epidemiologica quando ancora non erano disponibili vaccini, ma soprattutto dalla poco invidiabile tendenza di contare, oggi, bassissime percentuali di vaccinati tra le rispettive popolazioni. Insomma, da modelli a modelli da non imitare, il passo è stato breve. Anche perché, di fronte a tassi di vaccinazioni così bassi, i successi ottenuti da certe nazioni in una prima fase rischiano di evaporare come neve al sole.

Ci troviamo di fronte a una situazione completamente rovesciata rispetto a un anno fa. I governi che erano in balia del virus, come Regno Unito e Stati Uniti, adesso stanno guidando la classifica delle vaccinazioni, somministrando centinaia e centinaia di migliaia di dosi al giorno. Gli ex paradisi asiatici e indo-pacifici, che avevano silenziato il virus, sono invece tra i più lenti al mondo a vaccinare i loro residenti. Giusto per fare un confronto, Washington ha vaccinato completamente, quindi con due dosi, quasi un quarto della popolazione, mentre Londra ha inoculato i “primi colpi” alla metà dei residenti. Australia e Corea del Sud hanno immunizzato meno del 3% della popolazione, Giappone e Nuova Zelanda addirittura meno dell’1%.

Le cause del flop

Dal momento che il virus continua a mutare, e che le nuove varianti sono più contagiose rispetto alla forma tradizionale dell’agente patogeno, ritardare l’immunizzazione della popolazione potrebbe rivelarsi un boomerang e danneggiare la ripresa economica di chi pensava di essere ormai fuori dal tunnel. Certo, Tokyo, Seul, Canberra e Auckland hanno accumulato un notevole vantaggio temporale, e possono quindi permettersi il lusso di ritardare le campagne di vaccinazione nazionali. Ma a che prezzo? Altissimo, sostengono gli esperti. Perché crogiolarsi sugli allori adesso, quando invece bisognerebbe accelerare con le iniezioni, e vaccinare a tappeto almeno le categorie a rischio, rischia di compromettere l’ottimo lavoro svolto da un anno a questa parte.

Basti pensare che in alcuni reparti di Tokyo le iniezioni agli over 65 sono iniziate soltanto una settimana fa. In Corea del Sud le autorità avevano dichiarato di esser pronte a vaccinare quasi un milione di persone al giorno (siamo a circa 27 mila nei primi tre mesi di vaccinazione). In Australia il governo ha abbandonato l’obiettivo di immunizzare l’intera popolazione entro la fine dell’anno. Tutto questo è causato soltanto dall’eccessivo compiacimento per aver bloccato il virus? No, perché a peggiorare lo scenario c’è anche la geopolitica dei vaccini.

Innanzitutto, coreani, giapponesi, australiani e neozelandesi si affidano – al momento – a vaccini sviluppati e prodotti all’estero. Canberra e Tokyo hanno dovuto fare i conti con enormi problemi di fornitura. Detto altrimenti: dosi che dall’Europa non sarebbero arrivate a destinazione come previsto. L’Australia ha affermato che l’Unione europea non è riuscita a consegnare 3.1 milioni di dosi AstraZeneca, un vaccino, tra l’altro, finito nell’occhio del ciclone a causa di presunte e rarissime trombosi causate dalla sua somministrazione.

Le cause di un flop inaspettato sono dunque molteplici e variano da Paese a Paese. Il Giappone richiede sperimentazioni cliniche interne ad hoc per i nuovi vaccini, anche se – sostengono gli esperti – è possibile che le autorità nipponiche non siano riuscite a negoziare contratti che richiedano consegne anticipate delle fiale. In ogni caso, Pfizer ha spiegato che invierà al Giappone 144 milioni di dosi entro la fine del 2021. Anche se nel frattempo Tokyo non ha ancora approvato i vaccini Moderna e AstraZeneca, nonostante abbia stipulato un contratto con entrambe le aziende per acquistare milioni di vaccini. Possiamo, tuttavia, trovare un minimo comune denominatore delle nazioni citate: per ridurre i tassi di infezione, i suddetti Paesi si sono affidati troppo a misure di contenimento quali il distanziamento sociale. Illudendosi che potesse bastare, e perdendo di vista l’importanza di programmare un efficiente campagna di vaccinazione nazionale.

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