Rifornire il resto del mondo con due miliardi di dosi di vaccini anti Covid-19 e, al tempo stesso, donare 100 milioni di dollari al programma di cooperazione globale Covax, sostenuto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). È questo il duplice obiettivo della Cina annunciato da Xi Jinping in persona in occasione del Forum Internazionale per la cooperazione sui vaccini curato a Pechino.

“La Cina continuerà a fare tutto il possibile per aiutare i Paesi in via di sviluppo a far fronte alla pandemia”, ha spiegato il presidente cinese, ribadendo l’impegno cinese per la costruzione di una “comunità globale della salute”. La Cina, insomma, continua a guardare con un certo interesse alla situazione geopolitica internazionale, pur stando bene attenta a blindarsi, onde evitare che varianti o viaggiatori infetti possano bucare la Grande Muraglia allestita dal partito (come in effetti è accaduto qualche settimana fa all’aeroporto di Nanchino, dove un focolaio divampato all’interno della struttura ha dato il via a contagi sparsi in tutta la nazione).

Già durante le prime fasi della pandemia, proprio nel tentativo di rafforzare il proprio soft power e, al contempo, creare relazioni più solide con determinati governi, il Dragone ha inviato aiuti sanitari in ogni angolo del pianeta. Da equipe di medici in carne ed ossa a ventilatori polmonari, da mascherine a guanti, gli aerei provenienti dalla Cina erano soliti atterrare in pompa magna nei vari scali stranieri, accolti tra applausi e ricolmi dei loro preziosi carichi. Adesso che la variante Delta sta creando scompiglio in diversi Stati, Xi sembra aver ricalibrato la strategia nazionale, adattandola al nuovo contesto.

Vaccini e donazioni

In questo momento più o meno tutti i Paesi hanno imparato a conoscere il Sars-CoV-2, dotandosi dei più basilari strumenti per contenerne la diffusione. In uno scenario simile ha poco senso continuare a inviare mascherine e kit di primo soccorso. Ecco allora che la Cina ha elevato all’ennesima potenza quella diplomazia dei vaccini già testata diversi mesi fa. Ricordiamo, infatti, che Pechino ha “vinto” alla grande – almeno dal punto di vista numerico – il duello a distanza con Russia, India, Stati Uniti ed Europa in quanto a numero di dosi distribuite nel mondo.

Al 25 aprile, nel picco della sfida, la Russia era riuscita a inviare appena 4.504.500 dosi in 22 Stati, l’India 56.709.280 mentre la Cina ben 106.512.00. Con il passare delle settimane, e la recrudescenza del virus, Mosca e Nuova Delhi hanno frenato le loro esportazioni, lasciando di fatto terreno libero a Pechino. Il gigante asiatico ha esportato i suoi vaccini principalmente in tre regioni: Sud-Est asiatico, Africa e America Latina.

Non a caso, nel suo ultimo discorso Xi ha spiegato di voler distribuire vaccini al mondo, in particolare ai Paesi in via di sviluppo (alleati potenzialmente utili in un futuro nemmeno troppo lontano per questioni di tutt’altro rilievo). “Vogliamo lavorare con la comunità internazionale per promuovere la cooperazione internazionale sui vaccini e costruire una comunità con un futuro condiviso per l’umanità”, ha concluso Xi, sottolineando l’obiettivo del Dragone.

Rischi da non sottovalutare

Il duplice annuncio cinese non può che essere accolto con tutti gli onori del caso. Donare vaccini e denari per sostenere l’umanità nella lotta contro il virus è un atto, non solo coraggioso, ma anche di grande solidarietà. Ci sono tuttavia due problemi da considerare con estrema attenzione. Il primo: quali vaccini esporterà la Cina? La domanda non nasce a caso, visto che – secondo alcuni esperti – i vaccini prodotti oltre la Muraglia hanno spesso dimostrato di non saper stoppare tutte le varianti del virus.

Le controprove della (presunta) minore efficacia dei vaccini cinesi rispetto a quelli occidentali arrivano dal Sud-Est asiatico, dove Thailandia e Malesia, ad esempio avevano scelto di affidarsi ai sieri made in Beijing salvo poi – in seguito a un’impennata di casi – richiedere Pfizer e Moderna, ma anche dall’America Latina (discorso simile in Perù e Messico).

Arriviamo così al secondo problema sollevato da vari esperti. Nel caso in cui la Cina dovesse donare ai suddetti Paesi in via di sviluppo gli stessi vaccini dimostratisi poco efficaci in altre circostanze, non è da escludere l’effetto contrario a quello sperato: la nascita di nuovi focolai anziché la totale protezione della popolazione.

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