Omicron ha letteralmente mandato in tilt i sistemi di tracciamento di mezzo mondo. L’ultima variante del Sars-CoV-2 è troppo contagiosa affinché le autorità preposte possano mappare la catena di contagi generata da ogni paziente positivo. Allo stesso tempo c’è però una notizia positiva, ovvero che la malattia provocata dalla variante Omicron si manifesterebbe negli infetti con sintomi molto meno gravi rispetto alle altre varianti conosciute.

Abbiamo usato il condizionale perché è ancora presto per sbandierare certezze assolute. I primi dati registrati in Regno Unito e Sudafrica lasciano ben sperare, visto che il numero di persone ricoverate, o peggio, finite nei reparti di terapia intensiva non è salito allo stesso modo dei nuovi casi. In uno scenario del genere, le istituzioni dovranno capire come cambiare le loro risposte all’emergenza in concomitanza con le trasformazioni del virus.

La decisione del Sudafrica

Il citato Sudafrica, ad esempio, ha annunciato di aver interrotto il tracciamento dei casi di contatto con persone positive al Covid-19, visto che secondo le stime degli esperti la maggioranza della popolazione è già entrata in contatto con il virus. “Il tracciamento dei casi di contatto verrà interrotto con effetto immediato, salvo che nei casi di cluster e nei casi di positivi in luoghi chiusi”, come scuole, prigioni, rsa o per grandi assembramenti, indica una circolare inviata dalla direzione generale del ministero della Salute ai responsabili provinciali.

L’obbligo di farsi testare per il Covid permane in questi casi solo in presenza di sintomi, mentre nell’ipotesi di positività è prevista una quarantena per dieci giorni, che si concluderà senza obbligo di un successivo tampone negativo. “La percentuale di persone che hanno sviluppato un’immunità, sia a seguito di un’infezione sia a seguito di vaccinazioni, è forte”, riferiscono le autorità sanitarie sudafricane, sottolineando che sarebbe alto anche il numero di persone asintomatiche. Ricordiamo che il Sudafrica è il Paese più colpito del continente africano e che qui, lo scorso novembre, è stata rilevata per la prima volta la variante Omicron.

I nuovi rischi

Dal momento che Omicron è una variante molto contagiosa, nel caso in cui la maggior parte dei Paesi dovesse continuare a mettere in atto le stesse regole applicate da due anni a questa parte per individuare i positivi, c’è il rischio che decine e decine di persone possano ritrovarsi chiuse in casa. In altre parole, il tracciamento – così come è stato pensato – non ha più ragion d’essere. “Ha senso interrompere il tracciamento perché questa variante è talmente trasmissiva che non riusciamo più a tracciare tutte le persone. Tutti i centri di tracciamento italiani sono in crisi e in ritardo. Il rischio è quello di mettere tutta l’Italia “in tracciamento”, ha spiegato a InsideOver Emanuele Montomoli, professore ordinario di igiene e sanità pubblica presso l’Università di Siena.

Altra considerazione da fare riguarda il tracciamento degli asintomatici. Costoro, è vero, possono trasmettere il virus, ma dal rilevamento dei primi dati sembra che i soggetti vaccinati senza sintomi non richiedano ricoveri o cure. Dunque, perché tracciarli e metterli in quarantena? In fin dei conti non è tanto fondamentale azzerare i casi, ma far si che non sussistano casi gravi o che le strutture sanitarie siano travolte. Quindi abbiamo sotto gli occhi un primo indizio che dimostrerebbe l’ingresso del virus in una fase endemica? Il futuro di Sars-CoV-2 potrebbe essere questo.

“Bisogna però usare ancora la massima cautela”, ha aggiunto Montomoli. “L’Italia, ad esempio, conta circa il 10% della sua popolazione non vaccinata. Stiamo parlando di una piccolissima percentuale, e per di più la maggior parte di questi soggetti sono bambini che, se contagiati, non presenterebbero sintomi. Bisogna tuttavia ragionare in termini di valore assoluto. Il 10% significa qualcosa come circa 6 milioni di persone. Se lasciamo circolare il virus in queste condizioni, c’è ancora il rischio di intasare gli ospedali”, ha concluso, ancora Montomoli.

L’obiettivo, insomma, dovrebbe essere quello di garantire tassi di vaccinazione sempre più alti e, al tempo stesso, rivedere il sistema dei tracciamenti. “Dobbiamo smettere di pensare che se qualcuno ha il tampone positivo pensa di essere appena uscito dal reattore nucleare di Chernobyl perché non è così. Continuando con questa strategia, tra un mese rischiamo di avere l’Italia ferma”, ha dichiarato nei giorni scorsi Matteo Bassetti, infettivologo dell’ospedale San Martino di Genova. “Se continuiamo in questo modo a fare tamponi a tutti, anche a chi non sintomi o magari ha un raffreddore, cosa potrebbe accadere il 25 gennaio con magari 1,5 milioni di persone contagiate? Vorrebbe dire avere 10 milioni di persone ferme e in quarantena”, ha quindi aggiunto lo stesso Bassetti.

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