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Ci sono gli allevamenti intensivi da monitorare con estrema attenzione, soprattutto quelli situati all’interno dei Paesi in via di Sviluppo, dove le barriere legali sono più porose e la possibilità di infrangere le leggi in vigore sono molto più alte. Ci sono, poi, fenomeni dannosi come la deforestazione e la vendita, per fini alimentari e medici, di animali selvatici. Comprese le specie più a rischio di trasmettere all’uomo virus, molte delle quali coinvolte in giri di contrabbando internazionale. Ad amplificare l’eventuale passaggio all’essere umano di malattie zoonotiche, inoltre, troviamo l’usanza di smerciare le suddette carni in mercati ad hoc, spesso privi dei più basilari requisiti sanitari.

Queste, e tante altre situazioni simili, rappresentano le condizioni ideali che consentono ad agenti patogeni tipicamente attivi all’interno di organismi animali di effettuare la cosiddetta zoonosi, o salto di specie, proprio come accaduto nel caso del Sars-CoV-2 e, in passato, della Mers e della Sars. “Nel mondo ci sarà presto un’altra pandemia”, e per questo motivo sarà necessario “rafforzare” quanto prima il sistema sanitario globale. Le parole di Joe Biden non sorprendono più di tanto, anche perché il presidente degli Stati Uniti – un po’ a sorpresa – si è limitato a ripetere un concetto già espresso milioni di volte dagli scienziati di tutto il mondo.

Uno sguardo al passato

Tra previsioni apocalittiche, rischi seri, annunci più o meno verosimili, supposizioni basate su dati di fatto concreti, soltanto una cosa sembra essere certa. Nel corso del XXI secolo il rischio di assistere a un revival di quanto abbiamo vissuto con il Sars-CoV-2 è particolarmente elevato. L’ombra di una nuova – e non meglio specificata – pandemia è dietro l’angolo. E la sensazione è che quest’ombra, dietro l’angolo, ci resterà per un bel po’ di tempo. Se non altro per spingere i governi a migliorare i rispettivi sistemi sanitari, rivelatisi inefficaci in occasione della diffusione del Covid-19.

Chi studia pandemie ed epidemie sa che, dall’inizio dell’esistenza umana a oggi, sono avvenuti decine e decine di disastri sanitari. Alcuni passati alla storia (come la famigerata influenza spagnola, a cavallo tra il 1918 e il 1920, o la peste nera che scosse l’Europa a metà del 1300), altri altrettanto terribili ma non famosi abbastanza per essere ricordati da tutti (tifo, colera, morbillo, vaiolo e via dicendo). Possiamo dire che i patogeni tipicamente animali hanno iniziato ad attaccare l’uomo nel momento in cui quest’ultimo ha iniziato “a condurre uno stile di vita sedentario e ad addomesticare gli animali”, ha spiegato il biologo professor Krzysztof Dolowy.

Minacce future

Il Sars-CoV-2 vanta diversi antenati ma potrebbe presto avere anche nuovi “amici”, come ha sottolineato Repubblica citando Gazeta Wyborcza. Il motivo è spiegato nella rivista Pnas, dove un gruppo di scienziati ha analizzato ben 887 virus zoonotici cercando di capire qual è il rischio che qualcuno di loro possa diffondersi tra gli esseri umani. In cima alla lista degli esperti troviamo la febbre emorragica di Lassa, una malattia proveniente dall’Africa per la quale, al momento, non si conoscono vaccini. Per caratteristiche (alta contagiosità, mortalità bassa e pressione sugli ospedali), in caso di pandemia, questo patogeno potrebbe ricalcare il nuovo coronavirus.

La classifica presenta anche Ebola, Sars-CoV-1, rabbia, epitatite E, Marburg, ma anche Seoul – il cui nome deriva dalla capitale della Corea del Sud, dove è stato scoperto – e Nipah (diffuso nel sud est asiatico e connesso ai pipistrelli). In generale, gli esperti ritengono che esistano circa 1.7 milioni di virus sconosciuti diffusi tra mammiferi e uccelli, e che la metà di loro possa – a fronte di condizioni favorevoli – essere in grado di effettuare il temutissimo salto di specie. Non sappiamo quando, ma sappiamo che potrebbe succedere di nuovo.

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