Solo lo scorso febbraio si considerava l’India un Paese quasi fuori dall’emergenza sanitaria, seppur senza una campagna vaccinale avviata. Proprio per questo motivo era studiata come un caso particolare. Adesso però la situazione è precipitata con un’impennata improvvisa di contagi e decessi. La ciliegina sulla torta è stata caratterizzata dall’evento religioso del Kumbh Mela che ogni anno richiama milioni di persone ad immergersi nel Gange. Non è questo però l’unico rito che mette in allarme: in Arabia Saudita in questi giorni è corsa contro il tempo per mettere in sicurezza l’annuale pellegrinaggio dei musulmani a La Mecca.

L’impennata di contagi in India

Crescono in modo vertiginoso i casi di contagio da coronavirus in India. Numeri che parlano chiaro circa un’emergenza sanitaria che ancora resiste e non accenna ad aprire barlumi di speranza nell’immediato. I dati di questo mese mettono in evidenza come la situazione sia precipitata all’improvviso dopo un periodo di stasi cui ha fatto seguito un rialzo graduale dei contagi. A gennaio infatti si contavano tra i 9mila e i 12mila casi al giorno. Di rado si è sforato con quota 13mila, ma senza andare mai particolarmente oltre. Un equilibrio che ha fatto ben sperare dal momento che a febbraio la situazione è stata pressoché simile. Tra la fine del mese e l’inizio di marzo la curva ha iniziato piano piano a rialzarsi. Poi il boom dei contagi ad aprile: nella prima settimana è stata superata quota 100mila e, pochi giorni dopo, sono stati contati più del doppio dei casi con 273.802 nuovi contagi in sole 24 ore il 18 aprile.

Complice di questa esplosione è stato il rito religioso del Kumbh Mela. Si tratta di una delle festività più importanti per gli induisti, i quali rappresentano l’80% della popolazione. Come da tradizione, milioni di persone si sono immerse nel fiume Gange, le cui acque sono ritenute sacre. Assembramenti e assenza di mascherine, hanno fatto immediatamente impennare la curva dei contagi con al seguito polemiche sul mancato rispetto dei protocolli necessari durante il rito religioso. Le immagini con le immersioni nel fiume Sacro hanno fatto il giro del mondo in poco tempo. Le autorità avevano previsto delle misure rigide di sicurezza con, ad  esempio, dei test sulla positività al Covid, ma in molti potrebbero essere riusciti ad eludere i controlli. Alla luce di questo episodio l’India ha sospeso le celebrazioni del Kumbh Mela chiedendo di procedere in modo simbolico con i festeggiamenti. Una decisione forte e senza precedenti per questo evento e che fa seguito ad un invito del premier Narendra Modi. Del resto, a morire a causa del virus è stato anche Mahamandaleshwar Kapil Dev Das, leader spirituale di una delle più importanti congregazioni induiste.

Il periodo che ha fatto ben sperare

L’attuale situazione che vive il Paese asiatico tiene alto il livello di guardia sull’emergenza che non può e non deve oltremodo precipitare. Anche perché l’India conta più di un miliardo di abitanti. I numeri non necessitano di alcuna interpretazione per capire come l’equilibrio che si era generato ad inizio anno è venuto meno e rischia di mettere il Paese in ginocchio. Si è ben lontani da quella fase in cui gli studiosi cercavano di capire il perché del rapido calo di contagi pur in assenza dell’avvio della campagna vaccinale e di misure restrittive come in altri Paesi. Qui non ci sono lockdown dallo scorso mese di giugno e il divieto di spostamento sul territorio è stato limitato solo a piccole zone.

A febbraio gli esperti del settore hanno avanzato diverse ipotesi sull’ “arma segreta” dell’India. Per alcuni il fenomeno era legato al sistema immunitario abituato a combattere contro diverse malattie come colera e tifo. Per altri la risposta al coronavirus era legata ad una popolazione giovane e quindi in grado di resistere meglio al virus, contratto il più delle volte in forma asintomatica. Di certo nessuno mai ha dato nulla per scontato o di scientificamente provato. Si è trattato di un periodo alquanto particolare che ha fatto ben sperare. Oggi la situazione si è capovolta.

Corsa contro il tempo per salvare il pellegrinaggio a La Mecca

Dall’India all’Arabia Saudita: le tradizioni sono diverse, la storia però è molto simile. Anche qui ha sede uno dei riti religiosi più importanti e sentiti di sempre, capace di richiamare ogni anno milioni di persone. Si tratta dell’Hajj, il pellegrinaggio che costituisce uno dei cinque pilastri fondamentali dell’Islam. Almeno una volta nella vita, ogni musulmano deve recarsi nella Città Santa di La Mecca. Per le autorità saudite si tratta, soprattutto in tempi di coronavirus, di una sfida importante sul fronte organizzativo: in ballo c’è la gestione di un rito a cui partecipano milioni di persone provenienti da tutto il mondo. Un rischio molto elevato in fatto di trasmissione del virus.

Nel 2020 il pellegrinaggio è di fatto saltato. Solo in diecimila sono potuti entrare a luglio, mese dell’Hajj, nella grande moschea dove tradizionalmente i fedeli girano nel cortile attorno alla Kaba. Cifra esigua considerando che nel 2019 i pellegrini sono stati 2.5 milioni. Per Riad è importante quest’anno non far saltare la tradizione. Il piano messo a punto dal governo saudita prevede l’ingresso a La Mecca soltanto per tre categorie: chi ha avuto iniettate entrambe le dosi, chi ha una dose da almeno 14 giorni e chi in passato ha già contratto il virus. Ma i timori sono comunque molto forti. Tanto che ancora non è stato specificato se a luglio verrà o meno consentito l’accesso ai fedeli non sauditi. Ad ogni modo, anche il pellegrinaggio a La Mecca è destinato ad essere messo sotto stretto monitoraggio.

Le tradizioni al tempo del Covid

Più in generale, tutti i riti religiosi nelle varie parti del mondo hanno dovuto subire nell’ultimo biennio gli effetti delle limitazioni anti coronavirus. In Europa ad esempio, sia nel 2020 che nel 2021 sono saltate le più tradizionali cerimonie pasquali. Niente processioni, niente eventi che nelle strade da secoli coinvolgono intere comunità. In Italia sia nelle grandi città che nei più piccoli paesi è oramai da due anni che risultano cancellate o ridimensionate le feste dei vari Santi patroni. Se da un punto di vista religioso è possibile partecipare alle celebrazioni, diverso è il discorso sul fronte della tradizione: processioni e riti particolari caratterizzanti la vita del nostro Paese costituiscono un elemento fondamentale della quotidianità.

Per migliaia di fedeli e cittadini, l’assenza di una festa legata al proprio territorio potrebbe significare la perdita di un riferimento tanto religioso quanto culturale. Si tratta di un aspetto forse non molto preso in considerazione dell’emergenza Covid, ma non per questo meno importante. La vita al tempo della pandemia è stata stravolta. E all’interno del calderone dei tanti piccoli e grandi elementi della normalità venuti a mancare, i riti religiosi assumono un significato particolare. Vale per tutti i continenti e per tutte le più grandi fedi: oggi le tradizioni rischiano seriamente di essere messe in discussione.

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