Le recenti dichiarazioni rilasciate da Gao Fu, capo del Chinese Center for Disease Control and Prevention (CDC), hanno sollevato diversi punti di domanda sull’efficacia dei vaccini anti Covid cinesi. Innanzitutto, quella del signor Gao, è stata una sorta di accusa lanciata ai vari Sinopharm, CanSino e Sinovac? La sensazione è che le sue parole siano state lette con troppa superficialità. Anche perché stiamo parlando di un personaggio che, soltanto pochi mesi fa, dichiarava ai quattro venti quanto fossero efficaci gli antidoti realizzati da Pechino.

“Attualmente, nessun vaccino ha completato gli studi clinici di fase III. Pfizer e Moderna hanno affermato che i loro prodotti sono molto efficaci. Voglio dire al pubblico che anche i vaccini cinesi lo sono”, aveva spiegato Gao, nel novembre 2019, durante un seminario online su la prevenzione del Covid-19. Difficile, dunque, immaginare che il direttore del CDC cinese abbia totalmente cambiato opinione in merito a un argomento così delicato, e in un momento cruciale nella sfida geopolitica tra Cina e Stati Uniti. Al contrario, come del resto hanno sottolineato i media cinesi, è molto probabile che il signor Gao abbia anticipato alcune questioni rilevanti che le autorità sanitarie del Dragone stanno trattando per scongiurare che le nuove varianti del Covid possano compromettere il piano vaccinale nazionale.

Le ipotesi sul tavolo: dal nuovo dosaggio alla terza dose

I temi focali riguardano aspetti quali il dosaggio di ogni somministrazione, il numero di dosi che dovrebbero essere iniettate a ciascun cittadino e, cosa più importante, l’intervallo di vaccinazione tra la prima e la seconda dose. La Cina potrebbe addirittura mescolare vaccini diversi tra loro per aumentarne l’efficacia, ma anche variare la sequenza delle dosi. Probabilmente gli scienziati cinesi hanno notato qualche segnale poco incoraggiante giunto in concomitanza con la comparsa delle nuove varianti del Covid. Dal momento che alcune mutazioni possono rendere il virus più contagioso e mortale, oltre che più resistente ai vaccini, Pechino è al lavoro per scongiurare rischi del genere.

In che modo? Ad esempio proponendo un intervallo temporale più lungo tra le due dosi iniettate, passando dagli iniziali 14 giorni alle 3-8 settimane. Del resto è lo stesso discorso che, in un contesto ben diverso, stanno affrontando anche gli esperti occidentali: prolungare l’intervallo relativo alla somministrazione della seconda dose, aumenta l’efficacia del vaccino? Il dibattito è aperto. E forse è arrivato anche in Cina, dove si paventa – ha sottolineato l’Associated Press – perfino l’idea di combinare i vaccini cinesi con quelli a mRNA, realizzati cioè con la stessa tecnologia adottata da Pfizer-BioNTech e Moderna.

“I livelli di anticorpi generati dai nostri vaccini sono inferiori a quelli dei vaccini a mRNA e anche i dati relativi all’efficacia sono più bassi. La conclusione naturale è che i nostri vaccini basati su virus inattivati o che usano un vettore virale adenovirus siano meno efficaci dei vaccini a mRNA”, ha detto Tao Lina, scienziato di Shanghai, secondo quanto riportato dal South China Morning Post. Pechino potrebbe accelerare i tempi e sviluppare un proprio vaccino a mRNA entro la fine dell’anno. Nel frattempo la parola d’ordine è una soltanto: accelerare la campagna vaccinale con le dosi a disposizione.

Effetto a cascata?

Nel caso in cui la Cina dovesse adottare cambiamenti sostanziali alla propria campagna vaccinale, ad esempio aggiungendo una terza dose, combinando vaccini tradizionali con quelli a mRNA o prolungando temporalmente il “richiamo”, ci sarebbero conseguenze rilevanti per tutti quei Paesi che hanno ricevuto i vaccini da Pechino. Il gigante asiatico è sostanzialmente tranquillo, non deve fare i conti con decessi o contagi e può permettersi di mutare in corsa la strategia vaccinale. Ma nazioni come Ungheria o Cile, due degli Stati che hanno basato gran parte del piano nazionale di vaccinazione sui sieri cinesi, potrebbero subire un inaspettato contraccolpo.

Qualora le autorità cinesi ritenessero necessario adottare una terza dose per garantire un’efficacia migliore, i governi che già hanno stretto accordi con la Cina saranno costretti ad acquistare nuove dosi per adeguarsi all’eventuale modifica. La situazione diventerebbe ancor più complessa a fronte di un ipotetico mix vaccinale. I Paesi in via di sviluppo, gli stessi che hanno puntato sui sieri cinesi o tradizionali, si ritroverebbero in seria difficoltà, almeno fino a quando Pechino non produrrà il proprio vaccino a mRNA, probabilmente più economico dei vari Pfizer & co.

Fare congetture adesso può essere controproducente. Ma la vicenda sollevata da Gao Fu merita di essere approfondita. Se non altro perché la diplomazia del vaccino cinese ha toccato tutti i continenti. Solo per citare le ultime notizie, l’Ecuador ha appena ricevuto 700 mila dosi del Sinovac (per un totale di 1.5 milioni di dosi), mentre l’Egitto produrrà presto il medesimo vaccino per una quantità prevista di 80 milioni di dosi all’anno. I vaccini prodotti saranno distribuiti ovviamente in Egitto, ma anche in altri Paesi africani. L’intesa prevede la costruzione di due impianti: uno da 20 milioni di dosi all’anno, l’altro da 60 milioni. Per il resto, se la Georgia, che ha appena acquistato dalla Cina i vaccini Sinopharm, ha dichiarato che si tratta di prodotti sicuri ed efficaci, la vice ministra della Salute albanese, Mira Rakacolli sostiene che il siero realizzato da Sinovac non sia “all’altezza degli standard appropriati”. Secondo Rakacolli, che ha citato uno studio cileno, il vaccino Sinovac sarebbe efficace solo al 3% dopo la somministrazione della prima dose, aumentando al 56,5% dopo la seconda.

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