La seconda ondata di Sars-CoV-2 che sta travolgendo l’India avrà inevitabili ripercussioni sulle campagne vaccinali di tutto il resto del mondo. Non potrebbe essere altrimenti se il nuovo epicentro globale di Covid è soprannominato “farmacia del mondo” per la sua enorme potenza di fuoco nella produzione di farmaci e vaccini, compresi gli anti Covid. Gli oltre 300 mila casi al giorno che, ormai da giorni, hanno mandato in tilt gli ospedali dell’Elefante indiano, rappresentano probabilmente la fine della diplomazia dei vaccini avviata da Nuova Dehli per contrastare il soft power cinese e, al tempo stesso, consolidare il proprio oltre i confini nazionali.

Molte città hanno avviato o prolungato i lockdown già in essere, ma la situazione resta critica. Non ci sono soltanto i dati sanitari ad allarmare gli esperti. Accanto a un intero sistema ospedaliero prossimo al collasso dopo decenni di pessima gestione, e a una media di circa un decesso ogni cinque minuti, ci sono da mettere in conto gli ingenti danni economici presenti e futuri. Non solo: dal punto di vista diplomatico, l’India è costretta a rivedere ambizioni e obiettivi. Per stroncare la curva epidemiologica, infatti, il gigante asiatico è costretto ad accelerare a dismisura il proprio piano vaccinale così da immunizzare quante più persone possibile. Il che significa: meno vaccini esportati e più dosi destinate all’immensa popolazione indiana, formata da quasi 1.4 miliardi di unità.

Contraccolpi ed effetti indesiderati

Al momento l’India ha iniettato almeno una dose di vaccino a circa l’8.5% della popolazione, e deve fare ancora moltissima strada prima di raggiungere un punto tale da poter tirare un sospiro di sollievo. Anche perché, considerando le dosi spedite all’estero, Nuova Dehli non ha più frecce nel suo arco vaccinale. È questo, in sostanza, il prezzo che il governo indiano sta pagando anche a causa di una diplomazia dei vaccini forse troppo azzardata. Per ovviare all’impasse, il Paese ha aperto alle importazioni dello Sputnik russo, per il quale vi erano accordi pregressi, e chiesto alle aziende di accelerare.

Il Serum Institute of India (SII) è il più grande produttore di vaccini al mondo. A marzo era in grado di sfornare qualcosa come 5 mila dosi di Covishield – così è chiamato il vaccino AstraZeneca in India – al minuto. Le sue capacità erano in seguito state ulteriormente potenziate per far fronte a due esigenze. L’India è infatti l’ingranaggio principale del Covid-19 Vaccine global access, meglio noto come Covax, cioè il programma internazionale pensato per garantire un accesso equo ai vaccini anti Covid (e distribuirli) a tutti i Paesi, compresi quelli in via di sviluppo. Inoltre Nuova Delhi, come detto, ha esportato diverse dosi di vaccini in Paesi strategici per oliare la famigerata diplomazia del vaccino.

Stop all’export di vaccini per Covax

L’attuale ondata di Sars-CoV-2 non ha stravolto soltanto i piani dell’Elefante indiano. Considerando che l’India è il più importante produttore di vaccini anti Covid al mondo, la sensazione è che, da qui alle prossime settimane, Nuova Delhi possa frenare ancora di più la distribuzione delle dosi per il programma Covax dando la precedenza ai propri cittadini. Sia chiaro: il governo indiano ha di fatto bloccato l’esportazione dei vaccini oltre confine, causando un rallentamento (ovviamente inaspettato) nei piani vaccinali tanto dei Paesi in via di sviluppo, che in quelli che avevano deciso di puntare sull’AstraZeneca made in India per accelerare l’immunizzazione nazionale. Ma, a fronte del suddetto stop, qual è il rischio più grande? A detta di alcuni esperti, se i Paesi più poveri dovessero restare a secco di vaccini, è possibile che al loro interno possano svilupparsi nuove varianti, o peggio, che le loro situazioni sanitarie possano degenerare fino al punto di non ritorno. Per questo è importante che la macchina indiana possa ripartire al più presto.

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