Da quando la pandemia è esplosa a Shanghai non c’è mai stato un vero lockdown. Ora è tutto diverso. Gli abitanti della città nel 2020 potevano uscire, andare a lavorare e prendere i mezzi pubblici. “Adesso è dal primo aprile che io non posso uscire. Sono blindato in casa e controllano che nessuno esca”, racconta a InsideOver Guido Roma, veterinario che vive in città.

Il regolamento prevede che con un solo positivo nel compound, si debba aspettare 14 giorni prima di essere liberati. “Noi viviamo nel terrore di avere un tampone positivo, perché poi comunque ti vengono a prendere”, afferma Roma. Se un test molecolare, di solito svolto nei cortili dei compound uno alla volta scortati dalla polizia, o un antigenico rapido, che viene consegnato a casa e del quale bisogna riportare il risultato con fotografie annesse, risulta positivo, vengono contattati e a quel punto parte una chiamata in cui si avvisa che stanno andando a prenderli e di farsi trovare in strada. “A quel punto sei nelle mani di Dio”. E in quel momento si spera solo in due risultati negativi ai test, la sola salvezza per poter uscire.

 

Quarantine protocol

Ancora più kafkiana è la storia di Alessandro Pavanello, 31 anni e business director di un’azienda musicale, che racconta a InsideOver con una videochiamata che agli inizi di marzo hanno costretto le persone a sottoporsi a tamponi abbastanza regolarmente, perché per poter andare a lavoro, o ad esempio in palestra, era necessario essere in possesso di un molecolare negativo ogni due giorni. “Poi il 26 marzo mi hanno mandato un antigenico a casa che è risultato positivo. Il mio primo test positivo risulta dal 29 di marzo. Poi me ne hanno fatto uno il 2 aprile, sempre positivo. Un antigene il 5 di aprile, risultato questa volta negativo. E poi sono stato portato in questo centro di isolamento a Shanghai il 10 aprile alle 2:00 di mattina. Adesso sono qua da ormai 5 giorni. Per uscire da questo posto ho bisogno di due tamponi negativi. E poi comincerà un iter di cui purtroppo non conosco bene i dettagli e non so quanto durerà”.

Dentro un centro di isolamento

In un tour all’interno del capannone dell’Expo, Alessandro mostra le condizioni in cui si è trovato. Brandine da campeggio, scomode, soprattutto per gli anziani. Luci perennemente accese. Di notte vengono spente parzialmente e su alcune “stanze” rimangono accese h 24, rendendo difficile quel minimo di riposo a loro concesso. Quando arriva ogni “ospite” riceve una bacinella e un asciugamano. E questo gli deve bastare per lavarsi. Mancano le docce. Tutti dormono ad un metro e mezzo/due di distanza l’uno dall’altro. È un contesto poco igienico, in cui positivi asintomatici si trovano a contatto ravvicinato costantemente.

Per qualcuno la vita procede come al solito, sono liberi di vagare all’interno della struttura. C’è chi balla, chi fa esercizio fisico o passeggia nel cortile. I giovani non sono contenti, ma le condizioni di questo centro in particolare sono migliori rispetto ad altre a Pudong ad esempio. I più anziani, invece, sembrerebbero essere felici di trovarsi lì, per loro ricevere tre pasti al giorno è molto importante.

Le condizioni che Alessandro ci ha mostrato sono quasi “accettabili”, rispetto ad altre immagini in cui, invece, si rivelano tragiche: bagni intasati, latrine maleodoranti e non pulite da nessuno. Non di rado in alcuni centri piove dentro mentre in altri casi si hanno testimonianze di scatole di cartone adibite a letto. Le condizioni igieniche disastrose di alcuni posti vengono spesso riprese in filmati che circolano per qualche ora sui social, ma che improvvisamente spariscono.

Chi si trova in quarantena, da un punto di vista lavorativo è in malattia. Vista la situazione singolare, il governo ha deciso che verranno pagati al 100% del loro stipendio nei giorni in cui dovranno stare in quarantena. Anche questo viene visto come un fattore positivo per le persone che sono costrette a rimanere in questi centri. Roma, invece, sostiene che “il problema principale è che se puoi lavorare da casa puoi continuare a fare il tuo lavoro, ma ci sono persone come per esempio me, io sono veterinario, e purtroppo non posso lavorare da casa. Sono sostanzialmente due settimane che io sono qui a casa che non posso fare niente”. Non si tratta solo di un problema effettivo di impossibilità lavorativa, ha anche un impatto a livello psicologico.

Giravano video in cui si vedevano bimbi con tute da adulto che camminavano spaesati e salivano su pulmini per essere portati negli ospedali dove venivano raggruppati tutti i bambini. Fortunatamente c’è stata però una mobilitazione e al momento permettono ai genitori di restare con i bambini.

In città la situazione resta critica. Ci sono voci riguardo droni che portano cibo negli appartamenti. I rifornimenti procurati dalle autorità cinesi non sono sufficienti per sfamare una famiglia, che deve organizzarsi diversamente. Per i singoli e soprattutto per gli stranieri risulta molto difficile, quasi impossibile. “Bisogna alzarsi molto presto la mattina e provare a vedere se ci sono delle disponibilità da parte di supermercati e negozi, altrimenti si rimane tutto il giorno senza la possibilità di ordinare”, spiega ancora Pavanello.

Scelta sanitaria o mossa politica?

Sopraggiunge la domanda sul perché sia stata attuata una politica così drastica solo adesso, dopo due anni in cui diversi sono stati gli scenari a cui abbiamo assistito in tutto il mondo al fine di contrastare i contagi. La loro politica tolleranza zero ha reso impossibile la vita di moltissime persone in tutta la Cina già da marzo 2020. “Io, per esempio, sono tre anni che non torno a casa. Se lasciavo il paese il visto mi veniva annullato. Ho amici che sono tornati a casa e ora hanno problemi con i documenti per tornare qui”, racconta Roma. Nonostante sia stata una politica ferrea, qualche caso ancora veniva registrato. Si trattava di 2/3 casi al giorno. Poi è arrivata la variante Omicron. La prassi finora è stata chiudere tutto. Nessuno entrava e nessuno usciva dalla città. Questa variante pare si sia rivelata un nemico molto più forte di quanto si aspettavano: i casi sono aumentati in modo esponenziale, arrivando ad oltre 20.000 asintomatici.

Spinti dalla paura e dalla voglia di mettere un punto a questa situazione, sono riusciti a pensare ad una sola soluzione: ammassare i positivi in spazi chiusi, sperando che il problema si risolvesse da solo. Il governo centrale ha assunto il controllo della situazione, richiamando infermieri, medici, operatori sanitari che erano nell’esercito per gestire la situazione a Shanghai. Roma sostiene che la situazione “non sta migliorando e non sappiamo quanto durerà questa cosa”. E qui riecheggiano le parole “vediamo come va”.

Alessandro sostiene che sia una scelta dettata dalla politica. “Non esiste alcun tipo di logica, loro hanno deciso che vogliono avere zero casi, la zero covid policy, in Cina. Il problema di questo contesto è che è stato poco ben pensato. È successo tutto all’improvviso e hanno dovuto adattarsi nella maniera che loro hanno ritenuto più idonea”.

In merito alla soppressione degli animali domestici, Roma conferma che “al momento si sa che non c’è nessuna dimostrazione che gli animali trasmettano il virus all’uomo. Gli animali a contatto con infetti possono prendere il virus, anche se il rischio è basso, ma non è stato dimostrato che a loro volta possano trasmettere ad altre persone. Purtroppo loro questo o non lo sanno o lo ignorano, ma ci sono dei video che io per scelta ho deciso di non guardare. Mi sento male a guardarli”. Studi internazionali dimostrano che gli animali non possono passare il virus all’uomo, “non so neanche io perché lo facciano, però probabilmente l’obiettivo è eliminare ogni possibilità dove può esserci il virus ed è probabilmente per questo che lo fanno”.

“Ha senso?” si chiede Roma, “perché loro fanno tutti questi tamponi alla ricerca del positivo, ma la maggioranza sono tutti asintomatici. C’è gente che manifesta solo un lieve raffreddore e loro prendono tutti questi positivi e li portano in questi centri, in questi hangar”.

Una presa di coscienza

Guido Roma racconta della sua sensazione che la gente si stia stancando e prendendo consapevolezza del fatto che si tratti di una gestione che non sta portando risultati. “L’ho capito qualche giorno fa quando nella chat del gruppo ci hanno detto alle 11 di sera che avremmo dovuto fare il Covid test questa sera. Nella chat qualcuno ha risposto “no io non vengo a farlo adesso, facciamo domani” e questa è una cosa che per un cinese…a loro basta che gli si dica “tu fai questo a quest’ora qui” e loro fanno questo a quell’ora lì. Perché sono abituati così. È un regime, quindi devono obbedire a quello che gli viene detto. Io vedo che però si stanno stancando. E lo capisco perché sono due settimane che succede tutto questo. Stanno cominciando a farsi delle domande”.

Anche Alessandro ci conferma la sensazione di Guido. “Sicuramente ha cambiato la prospettiva di noi stranieri che viviamo qui, ma anche di qualche cinese. Io personalmente mi sono sentito privato della mia dignità di essere umano. Mentre i cinesi non lo so con certezza come si sono sentiti ad essere trattati così. Per loro è la prima volta che la Cina fa qualcosa di così drastico. Noi lo sappiamo che qui la libertà è abbastanza limitata. È limitato quello che si può dire ed è limitato in qualche modo anche quello che si può fare. Però essere portati via dalle proprie case ed essere portati in un centro così… spero che abbia cambiato la mentalità di qualche persona in Cina. Ma lo vedremo col tempo”.

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