L’Italia è al terzo posto della classifica che riunisce i Paesi europei con il più alto numero di morti Covid dall’inizio della pandemia a oggi. Sul gradino più alto del podio troviamo la Russia, con oltre 334mila decessi, seguita dal Regno Unito e dalle sue quasi 158mila vittime. Arriviamo così all’Italia, con poco meno di 148mila persone che hanno perso la vita a causa del Sars-CoV-2. Per fare un confronto, Francia e Germania occupano il quarto e quinto slot, con rispettivamente quasi 132mila e 119mila vittime; la Spagna, caso di studio interessante, è ottava con neanche 100mila decessi raggiunti (94mila).

Prima di proseguire oltre è necessario fare un paio di precisazioni. Innanzitutto, i dati che abbiamo letto sono soltanto una fotografia istantanea che ritraggono la situazione epidemiologica in un determinato momento, e cioè quello nel quale stiamo leggendo quegli stessi numeri; quindi, senza ombra di dubbio, quando starete leggendo queste righe il conteggio delle morti che abbiamo utilizzato sarà già salito. Come se non bastasse, nonostante le cifre riportate nei bollettini ufficiali e tutti gli sforzi profusi dalle autorità sanitarie, bisogna sempre considerare un margine di errore.

Sia perché, magari, alcuni cittadini deceduti per Covid non sono stati segnalati come tali, sia per l’esatto contrario – ovvero persone decedute per altre cause sono state etichettate come “morte per Covid” – e sia, pure, per errori tecnici di conteggio. Insomma, prendere i bollettini come il Sacro Graal non è sempre utile, soprattutto se vogliamo effettuare un confronto tra Paesi. E qui arriviamo a un altro problema bello grosso, ossia alle modalità di conteggio seguite dai vari governi europei per stilare i bollettini epidemiologici. Già, perché a quanto pare nessuno ha mai seguito un principio generale.

Modalità di conteggio

A seconda del metodo di conteggio utilizzato cambiano anche tutti gli altri valori. C’è stato un momento, nella primavera del 2020, durante il quale in Italia il tasso di letalità del coronavirus superava il 10%, mentre in Spagna si aggirava intorno al 7% e in Germania era addirittura inferiore all’1% di tutti i contagiati accertati. Insomma, fin dalle prime ondate della pandemia – è evidente – non tutte le morti collegate al Sars-CoV-2 sono state registrate nel modo corretto. La Francia, ad esempio, non conteggiava i decessi avvenuti al di fuori degli ospedali mentre, in Spagna non testava le persone decedute in casa o nelle rsa. Nel Regno Unito, addirittura, fino al 5 marzo 2020, ogniqualvolta un paziente moriva in ospedale a causa di un’infezione respiratoria, il suo referto non conteneva la parola “Covid”, ma una generica “broncopolmonite”, “polmonite” o altro ancora; in più, i test Covid erano effettuati soltanto ai ricoverati in ospedale. Arriviamo così all’Italia, dove chiunque risultava positivo e deceduto finiva nel registro degli infetti, indipendentemente dalla presenza di altri fattori clinici o patologie presenti nel paziente in stato avanzato.

Con il passare dei mesi la situazione si è armonizzata, per lo meno a parole. Nell’aprile 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato un documento contenente le linee guida a livello internazionale per definire un “decesso da Covid-19”. Il testo utilizza tre principi: “Un decesso dovuto a Covid-19 è definito ai fini della sorveglianza come un decesso risultante da una clinica malattia compatibile, in un caso Covid-19 probabile o confermato, a meno che non vi sia una chiara alternativa causa di morte che non può essere correlata alla malattia Covid (es. trauma). Non ci dovrebbe essere alcun periodo di completa guarigione da Covid-19 tra malattia e morte. Una morte dovuta a Covid-19 non può essere attribuita a un’altra malattia (es. cancro) e dovrebbe essere conteggiata indipendentemente da condizioni preesistenti che si sospetta possano innescare un decorso grave di Covid-19”. Attenzione però, perché quelle dell’OMS sono soltanto linee guida, e quindi raccomandazioni. Ogni Stato, in sostanza, avrebbe potuto – come in certi casi è avvenuto – seguire i propri criteri. L’Istituto Superiore di Sanità (ISS), e quindi l’Italia, ha recepito le raccomandazioni dell’OMS. Ma i numeri sembrano non tornare.

Burocrazia, demografia, sistema sanitario

Facciamo un esempio concreto per capire che cosa succede a Roma e dintorni. Quando una persona muore durante un incidente stradale, ed è positiva, in teoria non dovrebbe essere considerata come vittima Covid; se però quella stessa persona è affetta da una patologia renale, cardiovascolare o ha il diabete, e muore mentre è positiva, allora rientra nella lista di morti Covid. Il motivo? Il Covid è stato determinante. Restano tuttavia dubbi, gli stessi sollevati ad esempio dal Corsera nel corso di un lungo approfondimento. Si fa notare come dal 12 agosto 2021 fosse stato riconosciuto agli ospedali – con effetto retroattivo – un incremento tariffario massimo per ogni ricovero superiore a un giorno di 3.713 euro per l’area medica e 9.697 euro per la terapia intensiva. In base al confronto con altri Paesi, c’è chi ha ipotizzato, in certi casi, l’ombra di una mossa burocratica che avrebbe talvolta attribuito ricoveri e decessi di alcuni pazienti al Covid soltanto per incassare il suddetto rimborso. E questo anche se il paziente era nel frattempo guarito o morto a causa di patologie pregresse. Impossibile passare in rassegna ogni documento, ma il movente burocratico può senz’altro aver giocato un ruolo non secondario.

Passiamo poi alla possibile spiegazione demografica: in Italia il Covid ha ucciso più persone perché la popolazione italiana risulta essere più anziana? Questa versione regge fino a un certo punto. In Portogallo, dove la percentuale di over 65 equivale quasi a quella italiana (circa 22% contro 23%), ci sono stati appena 20mila decessi totali. In Germania e Finlandia, altri due Paesi con un numero di over 65 simile a quello italiano, si contano rispettivamente 119mila e circa 2mila vittime: molto meno rispetto all’Italia. Passiamo quindi ad analizzare il peso giocato dal sistema sanitario italiano, secondo alcuni non all’altezza dell’emergenza a causa dei tagli perpetuati negli anni alla sanità. Basta fare un confronto con la Germania per capire di che cosa stiamo parlando. Un anno fa, la Germania contava circa quattro medici ogni mille abitanti, un valore non troppo distante da quello italiano; il punto è che Berlino poteva contare su ben 13 infermieri per mille abitanti, ovvero il doppio dell’Italia ferma a 6. Unendo i punti, appare plausibile immaginare una serie di concause che potrebbero aver portato il nostro Paese ad essere tra i più martoriati dal Sars-CoV-2: dall’età particolarmente avanzata a un sistema sanitario da rafforzare, passando per un metodo di conteggio non sempre chiarissimo.

Anche gli esperti non sono convinti dei decessi conteggiati dall’Italia, decisamente elevati rispetto a quelli registrati in altri Paesi. Secondo Maria Rita Gismondo, virologa del Sacco di Milano, potrebbero esserci ancora morti collegate alla variante Delta, “ma potrebbe esserci pure un’errata classificazione dei decessi Covid come molti stanno evidenziando”. Impossibile che nell’ultimo mese l’Italia abbia totalizzato 9.620 vittime a fronte di circa 4 milioni di contagi, e che la Francia – che nello stesso lasso di tempo ha contato il doppio delle infezioni – sia ferma a 6.845, mentre Spagna e Germania (entrambe circa 3,2 milioni di casi) addirittura rispettivamente a 4.203 e 4.872. Persino il Regno Unito, Paese che ha sempre adottato minime restrizioni, sempre nell’ultimo mese, ha totalizzato meno morti dell’Italia (8.273). I conti non tornano.

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