L’ultima previsione dei ricercatori dello University College di Londra ha anticipato perfino la road map sulle riaperture annunciata a fine marzo da Boris Johnson. Posizione eccessivamente ottimista per alcuni, plausibile per altri, stando agli esperti dello Ucl il Regno Unito taglierà il traguardo dell’immunità di gregge contro il Sars-CoV-2 proprio il 12 aprile. La tabella di marcia del governo, invece, delineava l’uscita dall’incubo Covid in quattro step: l’8 marzo con la riapertura delle scuole, il 29 dello stesso mese con la possibilità per i cittadini di recarsi nuovamente fuori dalle abitazioni, fino ad arrivare a giugno, con la ripresa delle vacanze entro i confini nazionali.

Ad agosto, nei piani di Londra, la situazione epidemiologica dovrà essere talmente sicura da autorizzare anche i viaggi all’estero. Certo, per una serie di ragioni, il raggiungimento dell’immunità di gregge non coincide con la fine improvvisa dell’incubo. Tuttavia, una condizione del genere, oltre a rappresentare una vera e propria iniezione di fiducia nei cittadini, rappresenta un attestato al merito del piano vaccinale orchestrato dal governo britannico. Un piano che, almeno fino a questo momento, ha impressionato per organizzazione ed efficacia.

Vaccini e immunità

Torniamo sulla previsione della Ucl. Se il Regno Unito dovesse aver raggiunto la fantomatica herd immunity, significherebbe che il 75% dei residenti ha raggiunto l’immunità contro il coronavirus. In che modo? In primis grazie all’effetto dei vaccini, somministrati in massa, e in parte per via degli anticorpi retaggio delle infezioni pregresse. Ricordiamo, infatti, che nel corso dell’ultimo anno Londra è stata travolta da un elevato numero di contagi e decessi, risultando uno dei Paesi più colpiti al mondo.

Abbiamo però usato il condizionale, perché in merito all’immunità di gregge britannica la comunità scientifica è piuttosto divisa. A detta di vari esperti, infatti, ci sarebbero due nodi spinosi con i quali fare i conti: il declino dell’immunità anti Covid – visto che non conosciamo, con esattezza, la sua durata – e il possibile effetto sulla pandemia delle nuove varianti del virus (resisteranno ai vaccini? Saranno più contagiose?). Dando un’occhiata agli ultimi dati sulle vaccinazioni, risulta che nel Regno Unito ci siano circa 32 milioni di persone con almeno una dose all’attivo, ovvero quasi la metà della popolazione complessiva.

I pilastri della strategia di Londra

Indipendentemente dall’immunità di gregge, come ha fatto Londra a vaccinare un numero così elevato di cittadini? Possiamo semplificare la strategia adottata da Boris Johnson parlando di tre pilastri.

  1. Il primo riguarda gli accordi stretti tra il governo britannico e le case farmaceutiche produttrici di vaccini. Un anno fa, mentre l’Unione europea doveva ancora capire come muoversi, il Regno Unito iniziava a definire le prime intese con le Big Pharma “a scatola chiusa”, cioè ancor prima che i test sui vaccini fossero completati. Tutto questo ha consentito a Johnson di bruciare le tappe sia sull’autorizzazione dei singoli antidoti, sia sull’inizio della campagna di vaccinazione (l’8 dicembre, 19 giorni prima del resto dell’Europa). Risultato: Londra, grazie ad investimenti rapidi e massicci, è riuscita ad accaparrarsi un numero sufficiente di dosi.
  2. Il secondo pilastro è strettamente connesso al primo, e in parte lo abbiamo anticipato. Nell’approvvigionamento delle dosi, il Regno Unito si è mosso in completa autonomia, senza dover fare i conti con Bruxelles. Che, al contrario, ha messo in pratica una gestione emergenziale a dir poco rivedibile, considerando la situazione vaccinale presente in Europa.
  3. Arriviamo quindi al terzo e ultimo punto, inerente all’organizzazione britannica. Londra ha approvato tre vaccini: il Pfizer-BioNTech, importato dal sito produttivo belga di Puurs; l’AstraZeneca-Università di Oxford, prodotto in numerosi siti dislocati nel Regno Unito (come il Cobra Biologics di Keele e il Wockhardt facility di Wrexham) e, in parte, dal Serum Institute of India e dallo stabilimento Halix, nella città olandese di Leiden; il Moderna, il quale raggiunge l’Uk da Spagna (Rovi plant) e Svizzera (Lonza Plant) passando dal Belgio (nel frattempo cresce l’attesa per i vaccini prodotti da Johnson & Johnson, Novavax e Valneva).

Appurato che le dosi non mancano, resta da capire dove vengono effettuate le vaccinazioni: in appositi hub ospedalieri, negli ambulatori medici locali e nelle farmacie comunitarie e, infine, nei principali siti di vaccinazione diffusi pressoché ovunque. La Bbc ha evidenziato come il Regno Unito abbia ordinato oltre 400 milioni di dosi dei vaccini più promettenti, in attesa di nuovi accordi. La macchina organizzativa allestita da Johnson continua a procedere in quella che sembrerebbe essere la direzione giusta.

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