La Corea del Nord è arrivata ad un numero di casi positivi da Covid-19 pari a 262.270 in un Paese non vaccinato. A dire il vero si tratta di casi sospetti, poiché Pyongyang non ha i test necessari per verificare l’entità dei sintomi. A mancare sono anche le risorse sanitarie necessarie per curare i pazienti, motivo per cui Kim Jong-un sta tentando di impedire un tracollo economico facilmente prevedibile.

Il numero dei casi, però, potrebbe addirittura essere sottostimato. Il quartier generale dell’antivirus ha infatti riportato un totale di 63 decessi, che secondo gli esperti è troppo basso rispetto al numero dei positivi, o presunti tali. Stando alle dichiarazioni dell’agenzia di stampa centrale coreana ufficiale, più di 1,98 milioni di persone si sono ammalate di febbre dalla fine di aprile. Solo alcuni dei casi sono stati confermati come contagi di Covid-19. La mancanza dei test potrebbe avere conseguenze gravi se si pensa all’alta percentuale di asintomatici che potrebbero silenziosamente diffondere il virus e contribuire all’aumento dei contagi.

Circa 740mila sono le persone in quarantena, ma a chi presenta sintomi lievi è stato suggerito di curarsi con metodi casalinghi. Kim pensa forse di risolvere il problema con tè alle foglie di salice o al caprifoglio? Non sarebbe la prima volta che la Corea del Nord utilizza “trattamenti scientificamente non provati“, come le iniezioni a base di ginseng che utilizzano per curare diverse malattie/patologie, dall’Aids all’impotenza. I mezzi con cui vengono diffusi consigli su come affrontare il virus sono giornali, tv statali e radio. La tv di Stato ha persino mandato in onda spot pubblicitari animati per consigliare di consultare il medico in caso di difficoltà respiratorie, in particolare se dovessero sputare sangue o svenire. Ed è qui che consigliano anche i rimedi casalinghi e quali farmaci assumere.

La diffusione dei casi si pensa sia stata conseguenza di una parata militare organizzata da Kim a Pyongyang ad aprile, per celebrare le capacità nucleari del Paese, come ha affermato l’agenzia di stampa del sud Newssis. L’arrivo dell’epidemia in modo così preoccupante ha inoltre spinto il Nord a valutare l’accettazione e la distribuzione dei vaccini, secondo l’agenzia di stampa Yonhap.

Corea del Nord, Parata militare a Pyongyang
Corea del Nord, Parata militare a Pyongyang, 15 aprile 2022

La realtà è che negli ultimi giorni Cina e Corea del Sud hanno offerto il loro supporto per inviare vaccini, medicinali e altre risorse, ma il Nord non ha risposto alle offerte. Anche in passato il Paese aveva rifiutato milioni di dosi di vaccini dall’azienda cinese Sinovac, offerte da Unicef nel programma Covax, ma anche AstraZeneca, convinta che avrebbero potuto causare effetti collaterali e di non voler accettare aiuti esterni per la gestione della crisi pandemica. Secondo i media sudcoreani, tre aerei cargo nordcoreani avrebbero raggiunto in giornata Shenyang, nella Cina nord-orientale, per raccogliere 150 tonnellate di aiuti di emergenza. Il ministero degli Esteri cinese ha però negato quanto affermato nel rapporto.

È molto alta la preoccupazione per l’economia del Paese, già in difficoltà da un paio d’anni in seguito alle sanzioni economiche imposte dalle Nazioni Unite, soprattutto in merito al programma di sviluppo di sistemi di lancio intercontinentali e ordigni nucleari portato avanti dal regime.

L’aumento dei contagi è giunto infatti in un momento in cui Kim sta attuando una serie provocatoria di dimostrazioni di armi. Gli analisti avevano supposto che la divulgazione delle informazioni riguardo i contagi a Pyongyang fosse significativa e avrebbe potuto avere influenze anche sulle ambizioni nucleari mostrate quest’anno dal Paese. A smentire le supposizioni, poche ore dopo l’annuncio, sono stati tre missili balistici a corto raggio lanciati a circa 360 km verso est secondo le affermazioni dell’esercito sudcoreano. Non è forse il Covid-19 che rallenterà la manovra di Kim, che tenta di far accettare agli Stati Uniti che il Paese è una potenza nucleare al fine di negoziare concessioni economiche e di sicurezza da una posizione privilegiata.

La politica Covid di Kim Jong-un finora

In termini ufficiali, la pandemia in Corea del Nord non era mai arrivata e solo una settimana fa il Paese ha ammesso per la prima volta la presenza di casi positivi di coronavirus. Finora le autorità nordcoreane sostenevano che il Covid non fosse mai arrivato, ma la maggior parte degli osservatori ritiene che sia improbabile. I media ufficiali hanno annunciato il primo focolaio di Omicron a Pyongyang ad aprile, senza indicare il numero dei contagi.

Il personale disinfetta la stazione di Pyongyang
Il personale disinfetta la stazione di Pyongyang nell’ambito di una campagna di prevenzione antiepidemica per arginare l’attuale crisi sanitaria da coronavirus a Pyongyang, in Corea del Nord.

Il motivo per il quale erano riusciti a limitare l’arrivo della pandemia, o a evitarla – come affermano loro -, è stata la chiusura ferrea dei suoi confini già nel gennaio 2020. Questa mossa, però, ha anche impedito anche gli scambi commerciali con la Cina, l’unica economia disposta a mantenere buoni rapporti con il Paese, bloccando l’ingresso di forniture essenziali nel paese, causando carenza di cibo e conseguenze per l’economia.

Se fino ad ora la Corea del Nord non ha avuto necessità di affermare la presenza di casi Covid, perché ammetterlo proprio adesso? Probabilmente la situazione per Kim è diventata troppo grave da nascondere. Così come è accaduto per la Cina, Omicron ha messo in ginocchio anche la Corea del Nord. Un’indubbia aggravante è poi la mancanza di vaccini, un’assistenza sanitaria scadente e una limitata possibilità di testare le persone. Il Paese non aveva altra scelta che mettere la popolazione in lockdown e per farlo ha dovuto annunciarlo. Al contrario, la soluzione ai problemi per Kim è la stessa che in Cina sta causando dopo due anni non pochi problemi: la zero-Covid policy.

Politica zero-Covid?

Kim Jong-un ha ordinato al governo di fronteggiare la crisi con l’applicazione della politica zero-Covid, già ampliamente testata dalla Cina. Sappiamo, però, che nelle ultime settimane l’efficacia della strategia si sta riducendo, soprattutto a Shanghai. Bisogna considerare anche che la Corea del Nord non possiede le risorse necessarie per applicarla in modo proficuo, andando incontro ad una serie di conseguenze.

Sin dai primi mesi di pandemia, la Cina ha risposto con rigidi lockdown e test di massa, accompagnandola ad una campagna di vaccinazione della popolazione che ha efficacemente risposto alla minaccia. Omicron è stata però molto più difficile da debellare, costringendo il Paese ad attuare restrizioni troppo forti anche per la popolazione cinese, ma soprattutto con grandi difficoltà di gestione.

Dal 12 maggio, anche Kim ha ordinato “misure di massima emergenza” con l’obiettivo di eliminare la pandemia, che ha definito una “grave emergenza nazionale”. In pratica un lockdown in stile cinese, pregando la popolazione di collaborare per non rischiare di incorrere in una grave crisi alimentare, considerando che in Corea del Nord la scarsità di cibo è un problema già ampliamente presente. Per ridurre le conseguenze economiche del lockdown, infatti, gli spostamenti tra città e province sono stati vietati, ma sono consentiti per recarsi al lavoro o per fare la spesa nei piccoli mercati, e il leader ha invitato i cittadini ad organizzare il lavoro.

Un’altra grande differenza rispetto alla Cina, che ne ha in abbondanza tale da testare animali di ogni sorta, è la mancanza di test per una rilevazione accurata dell’epidemia, ma mancano anche le risorse necessarie per trattare i casi gravi negli ospedali. Per ora chi presenta febbre o altri sintomi riconducibili al virus, viene isolato. Non è chiaro se ci siano abbastanza centri per la quarantena e, su quelli esistenti, si nutrono forti dubbi in merito alle condizioni igieniche. Le intenzioni di Kim sono quindi quelle di seguire la sua vicina, ma le possibilità di riuscita sembrano essere molto basse.

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