Mentre il nuovo governo italiano volge il suo sguardo verso l’Africa, con Giorgia Meloni che ha parlato immediatamente di un “piano Mattei” per il continente a sud del Mediterraneo, dalla Libia giungono notizie che fanno riflettere. La prima, e forse una delle più importanti, è il viaggio del primo ministro Abdul Hamid Dbeibeh in Turchia per siglare due nuovi accordi in materia di difesa con il governo di Recep Tayyip Erdogan. Il primo accordo “prevede di aumentare l’efficienza delle capacità dell’aviazione militare in Libia”, spiegano le agenzie libiche.

Cosa che, come riporta Agenzia Nova, secondo alcuni analisti sarebbe l’anticamera per l’invio di nuovi droni turchi a Tripoli in sostegno del governo di unità nazionale. A questo proposito, alcuni osservatori hanno parlato di una fornitura che si aggirerebbe intorno ai 250 milioni di dollari di droni Baykar Bayraktar Akinci. Il secondo accordo, invece, prevede l’attuazione di protocolli già firmati nel 2019, e che ora diventerebbero sostanzialmente esecutivi.

Gli obiettivi della Turchia

Il segnale lanciato dalla Turchia non è da sottovalutare. In primis perché conferma l’attivismo di Ankara in una settore fondamentale quale quello del Mediterraneo centrale, in particolare nel ginepraio libico. E questo risulta essenziale anche alla luce del fatto che nonostante altre crisi incombano ai confini turchi – da quella ucraina, al di là del Mar Nero, fino alle tensioni con la Grecia e alle stessa ebollizione del fronte caucasico – Erdogan sembra non avere mollato affatto la presa sul governo di Tripoli.

Anzi, proprio in un momento in cui il governo di Ankara sembrava proiettato su altre questioni di più urgente attualità, la conferma di questi due accordi di sicurezza serve come monito per ricordare a tutti l’importanza della Libia nella politica estera del “sultano”. Quell’avamposto del Mediterraneo centrale che, per gli interessi turchi, serve non solo per proiettare la propria sfera d’influenza, ma anche come fondamentale carta negoziale nell’ambito delle trattative con l’Italia e in generale con l’Europa.

La sfida alle potenze europee

Su questo punto, è chiaro che Erdogan ha deciso di non arretrare. In una regione, quella nordafricana, in cui l’influenza del “sultano” è stretta tra l’Egitto e l’Algeria, la Libia rappresenta l’unico verso trampolino per proiettarsi nel Mediterraneo centrale ma anche per proseguire una penetrazione centroafricana resa possibile, nel corso di questi anni, da un mix di distrazione e scontro tra potenze europee e occidentali, caos interno e da una approfondita politica di soft power. Una rete di interessi che è giunta fino al Sahel e in cui si ripropongono spesso le dinamiche internazionali viste in Medio Oriente con la spartizione di aree di influenza con la Russia o anche con fondamentali attori arabi.

La recente politica di disgelo da parte della Turchia, specialmente per quanto concerne i partner/rivali del Levante va inevitabilmente ci pari passo con questa strategia africana di Ankara. Ed è chiaro che in una fase di riequilibrio della politica energetica, con lo sganciamento europeo dalla Russia e con la ricerca spasmodica di nuove fonti, mantenere una presa su Tripoli serve anche come elemento di pressione nei confronti dell’Europa.

Non va dimenticato che a inizio ottobre, il governo libico e quello turco hanno firmato memorandum d’intesa su energia e gas per l’esplorazione di idrocarburi. Un settore dove l’apporto di Eni risulta fondamentale, ma che rischia di essere messo a rischio da questo tipo di manovre politiche. Il memorandum, che si inserisce nel contesto degli accordi anche sulla spartizione delle zone economiche esclusive, evidenzia ancora una volta lo stretto legame tra Ankara e Tripoli. E nonostante l’opposizione di Egitto e Grecia (e anche l’irritazione francese), non sembra che il Paese nordafricano e quello mediorientale puntino a una marcia indietro.

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