Un blocco apparentemente monolitico minaccia l’egemonia globale degli Stati Uniti. Nella guerra tra il cosiddetto Mondo libero e il Secondo mondo, cioè tra democrazie e autocrazie, un geniale stratega propone di vincere il blocco causandone l’implosione. Diplomazia triangolare. E tutto avrà inizio nel più impensabile, e perciò insospettabile, dei modi: un’innocua partita di ping pong.

Quella di cui sopra può sembrare la sintesi dell’indimenticabile Glenn Cowan-Zhuang Zedong, apripista della normalizzazione delle relazioni bilaterali tra Washington e Pechino e della rottura sino-sovietica, e in effetti lo è. Ma, ai posteri l’ardua sentenza, potrebbe un giorno adattarsi anche alla spiegazione delle partite a ping pong che hanno contrapposto Recep Tayyip Erdoğan e Kassym-Jomart Tokayev durante il 2022.

Il mondo russo è turco

Il Duemila è il secolo della storia alla riscossa, degli imperi risorgenti e dei remake dei kolossal geopolitici del passato, e in Asia centrale, mackinderiano cuore del mondo, è di nuovo Torneo delle ombre. Rispetto a ieri, però, quella di oggi non è più una partita a due tra Mosca e Londra, coi popoli turchici nelle vesti di amebiche vittime, quanto un vero e proprio campionato.

Il mondo è in Asia centrale. Le petromonarchie arabe e Israele per contrastare l’Iran. L’India e il Giappone per estendere il contenimento della Cina a ponente. L’Italia per se stessa. E la Turchia per coronare il sogno di riportare informalmente in vita – e guidare – i Sedici grandi imperi turchi (16 Büyük Türk Devleti), massima espressione del redivivo turanismo, e massimizzare il profitto estraibile dall’epocale guerra tra il Momento unipolare e la Transizione multipolare.

Il mondo è in Asia centrale. Perché qui è dove si incontrano e scontrano interessi e destini dei tre imperi che minacciano l’integrità della traballante Pax americana: Russia, Cina e Iran. È dove gli Stati Uniti sperano di impantanarli, con quella mina vagante chiamata Afghanistan e altri mezzi: dispute territoriali, rivalità interetniche, sabotaggi lungo i corridoi dell’Unione Economica Eurasiatica e della Belt and Road Initiative, separatismi e terrorismo. Ed è dove gli Stati Uniti dispongono di un ariete dalle eccezionali potenzialità, la Turchia, che è casa spirituale dei popoli turchici, socio di maggioranza del Consiglio turco e triplogiochista innata. Capire questo equivale a toccare le corde profonde del caloroso sodalizio tra Erdoğan e Tokayev, nonché ad intuire ciò che potrebbe accadere nella regione nel prossimo futuro.

L’importanza del Kazakistan

La politica è una questione di immagini, messaggi subliminali, eloquenti non detti e simboli. Nella politica, specie quella internazionale, il simbolismo è tutto. Perciò quanto accaduto ad Astana nella giornata del 12 ottobre, una partita a ping pong tra Erdoğan e Tokayev – la seconda in cinque mesi –, è tutto fuorché da sottovalutare. Perché Erdoğan e Tokayev sono come Cowan e Zhuang, le controfigure di Richard Nixon e Zhou Enlai, con alcune differenze di forma e di sostanza.

La Turchia è in Asia centrale per se stessa, nel quadro della costruzione di una sfera di influenza in loco – che passa, inevitabilmente, dalla sottrazione di territorio a Russia e Cina – e della ricerca di maggiore autonomia geopolitica (dall’Occidente), ma anche per gli Stati Uniti, che abbisognano di pragmatici faccendieri ai quali delegare una parte della riedizione del Torneo delle ombre.

Il Kazakistan non è una “nuova Cina”, avendo già degli ottimi rapporti con l’Occidente, ma è la potenza-guida e la genitrice di tendenze dell’Asia centrale, i cui membri ha plasmato con la sua multivettorialità sin dagli anni Novanta. Una potenza che, nella visione degli Stati Uniti, può e deve essere corteggiata, allontanata dalla Russia, affinché il doppio contenimento e l’agenda di derussificazione dello spazio postsovietico abbiano maggiori probabilità di successo. Perché tutto ciò che accade ad Astana si ripercuote, poi, sul resto della regione.

Il futuro dell’Asia centrale, prateria ricca di risorse strategiche – dagli idrocarburi all’uranio, passando per terre rare e oro – e snodo indispensabile per i traffici commerciali eurasiatici, passa, in sintesi, dal Kazakistan. Che, da solo, è fermata di ben undici rotte transcontinentali che (col)legano i mercati dell’entroterra cinese e dell’Europa. E che, confermando le aspettative degli Stati Uniti – il gioco di Biden –, ha reagito alla guerra in Ucraina antagonizzandosi la Russia, palesando velleità di maggiore integrazione ai mercati occidentali e aprendosi crescentemente alla Turchia.

Erdoğan pigliatutto

Le foto che ritraggono Erdoğan e Tokayev al tavolo di ping pong, appartatisi per giocare e parlare alla vigilia del sesto vertice della CICA (Conference on Interaction and Confidence-Building Measures in Asia), hanno un che di storico. E nella storia rimarranno. Riportano la mente dei più all’epoca della storica svolta sinoamericana. Evidenziano l’influenza acquisita da Ankara ad Astana, dove il presidente turco è stato peraltro accolto col tappeto rosso dall’omologo kazako. Parlano di quelle che potrebbero essere le future traiettorie della competizione tra grandi potenze in Asia centrale.

Erdoğan è uno statista ambizioso, lungimirante e pragmatico, allevato all’ottomanismo da Necmettin Erbakan ed ispirato dall’eurasismo di Devlet Bahceli, ed è in errore, o in malafede, chi lo dipinge come il cavallo di Troia dell’asse Mosca-Pechino. La questione è (molto) più complessa delle apparenze ed è così descrivibile: Erdoğan è alla ricerca di maggiore autonomia geopolitica dall’Occidente, che del resto sarebbe coerente col glorioso passato della Turchia, ed è disposto a siglare degli opportunistici matrimoni di convenienza con chiunque possa aiutarlo a conseguire tale scopo. Il cerchiobottismo come mezzo per un fine.

Erdoğan è il machiavellico principe che, con la prudenza, può tutto. E lo ha dimostrato armando l’Ucraina e negoziando con la Russia, dal grano ai prigionieri, alternando nei suoi confronti semafori verdi – sì al proseguimento della cooperazione energetica – e rossi – no all’adesione al circuito MIR. Essendo un membro NATO ma ricattando l’UE. Accordandosi con la Russia per la spartizione delle periferie del brzezinskiano Arco di crisi, dalla Tripolitania al Levante, pur facendole contemporaneamente guerra dall’Asia centrale alla Siberia, passando per il Caucaso, all’inseguimento di un sogno chiamato Turan.

Diplomazia del ping pong in salsa turca

Sforzarsi di analizzare il fenomeno Erdoğan, colui che più di ogni altro sta traendo profitto dalla guerra in Ucraina e dalla grande battaglia tra Momento unipolare e Transizione multipolare, è fondamentale. Perché i destini del mondo si scriveranno, oltre che lungo l’insanguinata Berlino-Mosca e l’inquieto Indo-Pacifico, anche dentro quelle porzioni di Mondo russo contese tra Sublime Porta e Terza Roma. Come l’Asia centrale.

Il futuro è imprevedibile, ma alcune tendenze sono decifrabili. E una di esse riguarda Erdoğan, che, come Henry Kissinger a suo tempo, sembra essere pronto a, e in grado di, sfruttare l’irripetibile opportunità rappresentata dalla presenza di zizzania all’interno del campo nemico. Nemico irriducibile per gli Stati Uniti, aminemico per la Turchia.

Tutto sembra indicare che Erdoğan, forte dell’indispensabile beneplacito degli Stati Uniti, accolto a braccia aperte dal Kazakistan e aiutato dagli errori di calcolo della Russia, potrebbe presto raccogliere quanto seminato negli anni precedenti, tra gli altopiani caucasici e le steppe turkestane, per (provare a) dar vita ad una diplomazia triangolare suscettibile di riscrivere la divisione del potere nello spazio postsovietico.

Se la diplomazia triangolare kissingeriana fu in grado di mettere Mosca contro Pechino, quella erdoganiana, di concerto con Washington, potrebbe capitalizzare il malessere e la russofobia serpeggianti nello spazio postsovietico per alimentare conflitti e discordia tra metropoli e periferie, o persino tra periferie – magari tra i turchici kirghizi e gli iranici tagiki, così da screditare e dividere l’OTSC. E oggi come allora, si augurano alla Casa Bianca, tutto potrebbe nascere da una partita a ping pong.

Ma la trappola è dietro l’angolo…

Nelle relazioni internazionali è, come diceva Thomas Hobbes, bellum omnium contra omnes. E la riedizione del Torneo delle ombre è la prova di ciò: tante competizioni egemoniche all’ombra del braccio di ferro principale e, non meno importante, l’incompreso-ma-importante grande azzardo degli Stati Uniti.

Nella visione degli Stati Uniti per l’Asia centrale, di difficile comprensione per il grande pubblico parimenti al doppio contenimento, appaltare alla Turchia l’onere di fronteggiare Russia e Cina potrebbe collateralmente produrre un altro risultato gradito: l’indebolimento critico della potenza anatolica. Paradosso. Tre piccioni con una fava.

La Turchia, esattamente come l’Europa, è per gli Stati Uniti un alleato utile nella misura in cui non rappresenta un rischio per la tenuta del sistema. Il che significa che se una Turchia mediamente forte è una garanzia contro lo strapotere dell’Europa a guida tedesca e l’espansionismo russo, una Turchia troppo forte è una minaccia ai non-equilibri che dovrebbero regnare tra Heartland e Rimland. E benedirne il protagonismo nello spazio postsovietico, in tale contesto, equivale a gettare le basi di uno scontro che potrebbe beneficiare più gli spettatori dei partecipanti.

Se turchi, russi e cinesi cadranno nel tranello, o se invece si coalizzeranno contro Washington, potrà dirlo soltanto il tempo. Nel frattempo è, come nel 1971, diplomazia del ping pong. Nel frattempo è come sempre, bellum omnium contra omnes.

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