Manca meno di un anno alla scelta del successore alla guida della Nato dell’ex premier norvegese Jens Stoltenberg, che è stato prorogato di un anno in carica dopo l’inizio della guerra in Ucraina. Stoltenberg ha gestito la Nato nella fase più turbolenta della sua storia recente e ora attende solo la fine del mandato per poter scegliere la via della Banca di Norvegia di cui sarà nominato presidente all’uscita dall’Alleanza Atlantica. E ora col benestare degli Stati Uniti a occupare la casella più alta della Nato potrebbe essere un esponente dell’Europa orientale, così da blindare il nuovo corso apertamente anti-russo e votato al contenimento di Mosca dell’Alleanza.

Prima della guerra si pensava sarebbero state l’Italia e il Regno Unito a giocarsi la guida della Nato per il mandato destinato a prender forma dal 2024. Ora, invece, Washington parrebbe interessata a dare semaforo verde a una figura esponente dei Paesi antemurali del contenimento antirusso, in cui peraltro sarebbe possibile pescare, per la prima volta, un’autorevole figura politica di sesso femminile per dare alla Nato il suo primo Segretario generale donna in oltre settant’anni di storia.

Donna, antirussa, dell’Est Europa: la figura ideale per la guida della Nato appare corrispondente a questo identikit. La guerra in Ucraina sembra aver ridotto le chanches di una delle favorite del 2021, l’ex presidentessa croata Kolinda Grabar-Kitarović. A lungo alla guida dell’Unione Democratica Croata, formazione cattolica e conservatrice, capo dello Stato dal 2015 al 2020 la Grabar-Kitarović è stata a lunga papabile come principale candidata donna alla Nato, essendo stata in passato una diplomatica che ha ricoperto sia la carica di Ministro dell’Europa che quella di Ministro degli Esteri della Croazia. Ha avuto un ruolo importante nelle domande di adesione del paese all’Unione Europea e alla Nato e, cosa da non sottovalutare, ha anche servito come ambasciatrice del paese negli Stati Uniti dal 2008 al 2011, consolidando forti relazioni a Washington. Sulla politica nata a Fiume 54 anni fa pesa, però, la fama di avvocata dei rapporti russo-croati nel mandato presidenziale.

Restano, considerando tale physique du role, altre candidate importanti. Dalia Grybauskaitė della Lituania è una di queste: presidente della Lituania dal 2009 al 2019, è conosciuta come “la Lady di ferro dei Paesi Baltici per la sua dura posizione sulla Russia e potrebbe avvantaggiarsi a causa del forte istinto di Vilnius nel rispondere a ogni contrasto a Vladimir Putin.

L’ex presidente estone Kersti Kaljulaid era data nel 2021 tra le altre candidate, ma ora nel Paese tutti pensano che la donna forte per la Nato potrebbe essere il premier Kaja Kallas. Esponente del Partito Riformista Estone di orientamento centrista e liberale, la Kallas guida il Paese dal gennaio 2021 e per Edward Lucas, non-resident senior fellow al Center for European Policy Analysis la 45enne Ministro capo dell’Estonia sarebbe addirittura indicata come la favorita assoluta. “Sotto la sua guida”, ha scritto Lucas su Formiche, “l’Estonia ha fatto di più per l’Ucraina, in rapporto alle sue dimensioni, di qualsiasi altro Paese, fornendo da fonti pubbliche e private denaro ed equipaggiamenti equivalenti a un impressionante 1% del prodotto interno lordo. La spesa per la difesa è salita al 2,8% del reddito nazionale”, quasi un terzo oltre le prescrizioni dell’Alleanza Atlantica.

Non è una donna ma vanta salde credenziali anche un candidato alla guida di un Paese sempre più strategico per l’Alleanza: il presidente romeno Klaus Iohannis. Il capo dello Stato di Bucarest, pontiere di rapporti sempre più saldi tra il Paese e la Nato, da qualche tempo ha fatto sapere che avrebbe accettato volentieri l’incarico, anche se il fatto che anche l’attuale numero due della Nato, Mircea Geoana, sia rumeno, probabilmente può ridurre le chances. A meno che Geoana lasci da qui al 2023 è infatti altamente improbabile che la Nato permetta che le sue due figure più importanti condividano la stessa nazionalità.

Il resto della concorrenza appare ben indietro. Suggestioni come quelle di Federica Mogherini e Theresa May sembrano essere tramontate per ridotta approvazione statunitense; Chrystia Freeland è stata lanciata dall’Hill Times canadese che ha scritto che il vicepremier di Justin Trudeau dovrebbe essere il prossimo segretario generale della Nato, il primo in capo a Ottawa, in virtù del suo legame politico con l’Est Europa e della sua ascendenza familiare ucraina, ma la mossa non ha per ora suscitato discussioni vere in campo politico in Europa. E fuori gioco appare anche la candidatura dell’ex premier belga Sophie Wilmes. A meno di una candidatura pesantissima come potrebbe essere quella, per l’Italia, di Mario Draghi o di figure apicali in carica nei principali governi europei sembra proprio che con il consenso di Washington la poltrona-guida della Nato prenderà, per la prima volta, la direzione dell’Europa orientale. A plasmare, una volta per tutte, la disconnessione dalla Russia. In nome del rilancio di una “nuova Europa” tanto scettica verso la Bruxelles comunitaria quanto entusiastica verso quella del quartier generale Nato.

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