Jihād, ossia sforzo, suggestivo termine di origine araba col quale i russi hanno familiarizzato nel corso dell’Ottocento, nel contesto della loro espansione tra Caucaso e Asia centrale, e che è entrato nel vocabolario degli occidentali nel dopo-11 settembre.

Il Jihād è lo sforzo del fedele in direzione di una meta, spesso coincidente con l’automiglioramento spirituale, ma per chi musulmano non è, un po’ per analfabetismo religioso e un po’ per le storture mediatiche – e politiche –, è esclusivamente sinonimo di guerra santa. La semplificazione della complessità.

Jihād è un concetto che i più descrivono come intrinsecamente ambiguo e sarebbe proprio questa sua plurivocità in potenza la ragione dell’effetto esercitato sulle genti, un mix di fascino e timore. Mix che ha abbagliato e continua ad abbagliare generazioni di musulmani, in tutto il mondo, la cui perniciosità il Vecchio Continente ha toccato con mano a partire dagli anni Novanta del defunto Novecento. E che continuerà a perseguitarlo ancora a lungo.

Il terrorismo islamista non è scomparso

L’aggravamento della competizione tra grandi potenze, avvenuto all’indomani della sconfitta dell’autoproclamato Stato Islamico in qualità di attore territoriale, ha gradualmente spostato l’attenzione di decisori politici e opinione pubblica dal terrorismo islamista ai grandi sommovimenti a livello di relazioni internazionali. Ma questo non significa assolutamente che la minaccia jihadistica sia venuta meno.

L’Africa, tutta, è in subbuglio a causa dell’insurgenza jihadistica dal Sahel al Mozambico. Che ha letteralmente travolto alcuni paesi, come il Burkina Baso, dove le forze del terrorismo islamista controllano circa il 40% del territorio nazionale. In Asia va scorrendo sangue lungo le Nuove vie della seta, assaltate da kamikaze e autobombe dallo Sri Lanka al Pakistan. In Latinoamerica, all’ombra della protestantizzazione, aumentano le enclavi dell’Islam radicale, vengono siglati patti profani tra terroristi e crimine organizzato e si combatte un paragrafo delle guerre irano-israeliane.

E poi c’è l’Europa, dove il terrorismo islamista ha ucciso più di 1.700 persone fra il 2000 e il 2018 e nella quale vanno aumentando le aree ad accesso vietato, enclavi etno-religiose dominate da narco-banditi e radicalizzati, che a cadenza regolare danno sfogo al loro malessere. Francia 2005. Bruxelles 2006 e 2021. Rinkeby 2010 e 2017. Stoccolma 2013 e 2017. Ellwangen 2018. Stoccarda 2020. Digione 2020. Scrivere del fallimento dei modelli di integrazione europei è essenziale, sicché ghettizzazione e radicalizzazione vanno a braccetto e si alimentano vicendevolmente.

Sconfiggere il terrorismo cogliendone la complessità

Capire le origini del jihadismo in salsa europea. Comprendere i (tanti) perché del naufragio dei vari modelli di integrazione europei. Inquadrare il presente dando uno sguardo a quello che potrebbe essere il futuro dell’Europa. Questi i motivi che mi hanno condotto da Antonio Evangelista, veterano dell’antiterrorismo, oggi in pensione, con alle spalle una lunga carriera nell’Interpol italiana, ma distaccato in Giordania, in qualità di esperto per la sicurezza con compiti di analisi e consuenza, e già funzionario della Polizia di Stato con incarichi investigativi per le Nazioni Unite e l’Unione Europea nei Balcani.

Autore di tre libri basati sulle sue esperienze – La torre dei crani (2007, Editori Riuniti), Madrasse. Piccoli martiri crescono tra Balcani ed Europa (2009, E.R. University Press) e Califfato d’Europa (2016, Iris Edizioni) –, con un quarto titolo in dirittura d’arrivo – Mediterraneo, scena del crimine (2023, Editori Riuniti) –, Evangelista è noto per aver isolato, nell’ottobre 2015, un tweet premonitore degli attentati del Bataclan.

L’intervista-conversazione che segue è avvenuta nel corso di due momenti distinti, uno dei quali riguardante la scrittura de L’arte della guerra ibrida. Teoria e prassi della destabilizzazione (2022, Castelvecchi), per il quale avevo richiesto la sua expertise, e dal quale è poi scaturito il dibattito di cui sotto.

Dottor Evangelista, il terrorismo, e non soltanto quello di stampo jihadistico, è un fenomeno complesso. Moventi genuini dei combattenti che si arruolano per un ideale e interessi di grandi burattinai, la storia insegna, frequentemente si mescolano e danno vita ad un tutt’uno indistinto e inestricabile. Altre volte, invece, è capitato e capita che il terrorismo servisse e serva incidentalmente l’agenda di attori statuali e che per questo motivo, moralismi a parte, si ritenga “giusto” prolungarne l’esistenza a detrimento altrui. Si pensi, ad esempio, ai terrorismi neri e rossi, rispettivamente rispondenti a Stati Uniti e Unione Sovietica, nel corso della Guerra fredda. Si pensi alla guerra santa dei mujaheddin in Afghanistan. Mi chiedo: è accaduto anche con lo Stato Islamico?

Il web contiene diverse foto, documenti e interviste che parlano del legame degli Stati Uniti e con Al-Qāʿida prima e con lo Stato Islamico poi, dalle rivendicazioni pubbliche dell’ex Segretario di Stato degli Stati Uniti, Hillary Clinton, alle ammissioni sulla “tolleranza verso il Daesh” in chiave anti-Assad di John Kerry.

Non si dimentichi quello che scriveva il funzionario della CIA Graham Fuller, nel 1983, per condizionare la politica estera dell’allora presidente siriano Hafiz al Assad, rendendosi autore di un lavoro dal titolo eloquente: Bringing real muscle to bear against Syria (ndr. Mostrare i muscoli contro la Siria). Nel documento si spiegava, riassumendo, “che la Siria ha una forte influenza sugli interessi statunitensi tra Libano e Golfo, [dimostrata] chiudendo il transito all’oleodotto dell’Iraq, il che può determinare l’internazionalizzazione del conflitto”. Ergo, “gli Stati Uniti avrebbero dovuto considerare di aumentare le pressioni su Assad orchestrando in modo clandestino più minacce militari contro la Siria dalle tre frontiere a lei ostili: Iraq, Israele e Turchia”.

Rimanendo in tema di Stato Islamico, classico caso di allievo che supera il maestro – Al-Qāʿida –, può farne una genesi? E in cosa è stato, a suo modo, rivoluzionario?

Il terrorismo religioso di stampo islamista che, dopo le guerre, si è radicato nei Balcani, dal Kosovo alla Bosnia, ha formato le menti di decine di orfani nelle madrase e fuori da queste. Poi è strisciato nel Vecchio Continente, nascondendosi nelle pieghe purulente della società. E qui i più sbandati sono stati accalappiati da predicatori diabolici stabilitisi in Europa nei decenni precedenti, all’insegna di una falsa integrazione europea. È la storia che si ripete: l’incitamento alla Guerra santa e la predicazione basata sull’interpretazione perversa del Corano affondano le radici nel passato. Tutto strumentale alla formazione del martire, del giannizzero, dello schiavo.

Lo Stato Islamico ha spazzato il caos che regnava indistinto portando il suo ordine fatto di brutalità e terrore. Una campagna acquisti nella quale cattivi maestri reclutano i figli dimenticati di culture concentrate ossessivamente sul benessere materiale. È stato rivoluzionario a livello comunicativo. Secondo una ricerca della Quilliam Foundation, intitolata Documenting the Virtual Caliphate, nel 2015 lo Stato Islamico produceva una media di trentotto prodotti propagandistici al giorno, che variavano da video di una ventina di minuti a documentari sul Califfato, per proseguire con saggi fotografici, clip audio, opuscoli, in lingue che andavano dal russo al bengalese. Questa propaganda digitale, nel solo 2015, motivò oltre trentamila persone a mollare tutto e mettersi in viaggio per migliaia di chilometri verso la terra promessa, divenendo un sistema operativo open source.

Lei parla frequentemente di Balcani, o meglio delle guerre iugoslave e degli eventi che accaddero nel dietro le quinte delle trincee, coinvolgendo il terrorismo internazionale di stampo jihadistico. Qual è stato l’impatto delle guerre iugoslave su ciò che è avvenuto nei decenni successivi?

Diversi imam, reduci dei conflitti di Bosnia e Kosovo, nel dopoguerra superarono i confini della regione per fare proseliti e trovare potenziali. Cercavano menti deboli da manipolare e trasformare in bombe umane. Si spostarono ovunque: dai Balcani all’Italia, alla Svezia, alla Germania, agli Stati Uniti e alla Siria.

A distanza di anni [dalle guerre iugoslave], nel 2014, la Central Intelligence Agency stimava come in Siria fossero presenti diverse centinaia di jihadisti provenienti dai Balcani, che oggi sono in parte morti, in parte restituiti alle autorità e in parte si sono spostati in Libia o in altri teatri di guerra.

Questo coacervo di banditi, mercenari, santoni e predicatori dell’ultima ora, questi soldati di Allah, esprime un fenomeno che non si esaurisce nell’uccisione dei miscredenti, ma che ha fatto delle miserie private dei suoi campioni la punta di una lancia che mira alla ripresa di un processo che si fermò nella battaglia di Vienna il 14 luglio 1683 e in quella di Zenta l’11 settembre 1697, quando l’avanzata ottomana, dopo la conquista dei Balcani, fu stoppata alle porte dell’Europa.

I contendenti anche allora erano il Vecchio Continente da un lato e gli ottomani alla guida del sultano dell’altro. Nei Balcani gli ottomani capitolarono e dai Balcani i loro eredi sono ripartiti. Dai resti della Iugoslavia si sono mossi per andare in Siria con lo Stato Islamico e altri gruppi terroristici e di qui si sono spostati nel sudest asiatico e nel nord Africa in Libia dove qualcuno sostiene si stia preparando un altro califfato.

Qual è la vera forza delle organizzazioni terroristiche di stampo jihadistico?

Ogni mujahid ha già stretto il suo patto con Dio e questo è l’incomparabile vantaggio di cellule dormienti e lupi solitari. E questa trappola virtuale è la vera bomba che alimenta le fantasie malate di reietti inconsapevoli. Dal 2014 al 2016, ad esempio, lo Stato Islamico ha ispirato o compiuto circa 140 attacchi in cinque continenti, uccidendo più di duemila persone, creando al tempo stesso un centro di propaganda, formazione e informazione a portata di clic.

Cosa rimane dello Stato Islamico oggi? È ancora un pericolo per l’Europa?

Il presidente Donald Trump, a suo tempo, disse che gli Stati Uniti non erano più disponibili a vigilare sui miliziani dello Stato Islamico catturati e imprigionati dall’opposizione curda. Il presidente turco ha direttamente bombardato i curdi provocando fughe di reduci del Califfato dalle prigioni di Hassaké, al-Qāmišlī e Ḥiwār Kalas. Parte di questi evasi ha cercato riparo in Turchia, che resta peraltro la piattaforma di lancio per migliaia di migranti irregolari diretti in Europa via Grecia.
Re Abdullah II di Giordania ha denunciato che reduci dello Stato Islamico si stanno trasferendo: “migliaia di combattenti si sono spostati” da Idlib, in Siria, alla Libia, e questo rende il problema mediorientale un problema europeo. La dichiarazione è del 13 gennaio 2020, resa a France24.

È indubbio che lo Stato Islamico, sconfitto in Iraq e Siria, abbia lasciato sul campo il problema dei cosiddetti foreign terrorist fighter, ossia i volontari stranieri (né siriani né iracheni). Un problema complicato dalla presenza di 10.000 detenuti di vari gruppi terroristici siriani, tra i quali 2.000 combattenti dello Stato Islamico attualmente detenuti dalla SDF (Syrian Democratic Forces), sostenuti e alleati degli Stati Uniti, e 1.200 provenienti da più di 52 paesi del mondo. 800 di questi [1.200] provengono dall’Europa, in particolare da Belgio, Francia, Germania e Regno Unito.

Il presidente degli Stati Uniti, il 21 agosto 2019, aveva paventato il possibile rilascio dei combattenti stranieri del Daesh detenuti in Siria, laddove i paesi di provenienza ne avessero rifiutato il reingresso e il processo. I paesi interessati, in Europa, avevano suggerito soluzioni alternative, motivate dalle difficoltà dei sistemi giudiziari europei nel raccogliere “prove” utili ai processi europei.

Di fatto, quello che è seguito, da allora ad oggi, è stato un parziale ritiro delle forze statunitensi in Siria e operazioni militari turche contro i curdi siriani, che hanno consentito a centinaia di miliziani del Daesh di evadere. Contemporaneamente, l’allora presidente Donald Trump assicurava gli americani che “i detenuti sarebbero fuggiti in Europa“. A fronte di tutto ciò, i paesi più interessati – dicasi Francia, Paesi Bassi, Germania e Gran Bretagna – che hanno il maggior numero di miliziani nello Stato Islamico o in altri gruppi terroristici, sono i primi a beneficiare di questi trasferimenti di miliziani dalla Siria in Libia o nei Balcani. Ma per arrivare dove? Per entrare in sonno? Per trasmettere esperienze e indottrinare ancora e di più?

A cosa si riferisce? Può spiegarsi meglio?

È una sensazione strana quella che avverti quando gli attentati si moltiplicano in Europa, come è stato in particolare per gli anni dal 2015 al 2018, e ti confronti con i colleghi dei paesi più severamente colpiti. Avverti, soprattutto in contesti diplomatici, che c’è una domanda nell’aria – che nessuno, però, ti fa. Finché arriva il cretino di turno, che non manca mai, che fa la sua battuta idiota: “Beati voi che non avete subito attacchi perché avete la mafia!“. E allora capisci che gli devi tappare la bocca, che non c’è diplomazia che tenga.

Erano passati un paio di giorni dal 19 dicembre 2016, quando in un attentato terroristico a Berlino erano morte 12 persone e 56 erano state ferite nei pressi del mercatino di Natale. Un autoarticolato con targa polacca, proveniente dall’Italia aveva investito la folla presente al mercato nel quartiere berlinese di Charlottenburg. Peraltro, poco dopo, il 23 dicembre 2016, l’attentatore identificato in Anis Amri era stato ucciso dalla Polizia italiana a Sesto San Giovanni, provincia milanese, durante un controllo all’esterno della locale stazione ferroviaria. Lo Stato Islamico aveva rivendicato l’attentato con un video di propaganda diffuso attraverso l’agenzia di stampa Amaq.

Stavo spiegando ai colleghi che il controllo nel corso del quale era stato ucciso il terrorista era un’attività ordinaria di controllo del territorio e che erano in corso accertamenti dell’antiterrorismo per ricostruire i movimenti del tunisino Anis Amri. Fu allora che il “cretino” fece la sua battuta. E gli diedi il suo conto.

Ci sono quattro cose che devi sapere, caro collega, e se prendi appunti te le spiego, che non le dimentichi quando arrivi in ufficio“. Il poliziotto arrossì visibilmente, ma lo ignorai, e quando accennò una spiegazione non gli diedi spazio e spiegai come lavora la nostra Polizia.

Ci sono quattro cose da sapere. Il primo strumento che utilizziamo, dal punto di vista preventivo amministrativo, è l’espulsione dello straniero verso il suo paese di origine. Dal 2015 l’Italia ha espulso e rimpatriato centinaia di persone nei paesi d’origine e a differenza di Francia, Belgio e Regno Unito, che hanno tutti jihadisti locali, il nostro approccio è particolarmente efficace, perché la maggior parte delle persone che abbiamo espulso in quanto possibili minacce non sono cittadini italiani. Il secondo punto di forza dell’approccio italiano è una collaborazione altamente centralizzata che si è tradotta nella creazione dell’Anti-terrorism Strategic Analysis Committee (CASA). Questo gruppo si riunisce regolarmente in sessioni ordinarie e quando necessario anche straordinarie, come fu per l’attacco di Berlino“.

Non entrai nel dettaglio della storia del CASA, creato dal Ministero dell’Interno nel 2003 e operante come piattaforma di condivisione informativa su gruppi terroristici, intelligence, persone e minacce, tra tutte le forze di sicurezza nazionale. Il tutto ai fini del miglioramento delle attività di prevenzione antiterrorismo, del coordinamento in relazione ad operazioni contro gruppi o persone sospettate di essere legate a movimenti jihadisti e della condivisione di informazioni.

Poi passai al terzo punto e feci un po’ di storia della lotta italiana al terrorismo nei decenni trascorsi, sia interno sia internazionale. Gli parlai degli Anni di piombo, delle turbolenze sociali e politiche italiane di destra e sinistra, dalla fine degli anni Sessanta fino agli anni Ottanta. E conclusi, la lezione di storia, sottolineando che di quelle esperienze, seppur drammatiche, avevamo fatto “tesoro” per combattere il terrorismo jihadista.
Infine, illustrai alcune attività terroristiche jihadiste sviluppatesi anche in Italia ma senza successo. Insomma, alla fine della mia esposizione i colleghi ringraziarono e rivolsero lo sguardo al “cretino” facendogli capire che aveva perso una buona occasione per tacere.

Come si posiziona l’Italia, dunque, in merito alla questione del terrorismo islamista?

Soggiungo che sarebbe impreciso rappresentare l’Italia come una terra in cui il terrorismo jihadista non ha luogo. In Italia, in effetti, ci sono stati tentativi di attacchi terroristici su piccola scala, anche se non riusciti come in altri paesi europei. Ma comunque, al verificarsi di ogni attentato in Europa, il CASA si riunisce per analizzare, condividere e se del caso prevenire, visto che, come nel caso di Berlino, molte attività terroristiche o terroristi hanno legami familiari o criminali con il nostro paese.

In Italia ci sono stati, comunque, dei casi degni di nota. Nel 2009 un libico di nome Mohammed Game cercò di entrare nella caserma di Santa Barbara, vicino a Milano: caricò la sua auto con quattro chili di perossido di acetone triciclico, ma senza riuscire a farlo esplodere. Nel 2013 un convertito italiano all’Islam, Giuliano Delnevo, morì in Siria combattendo per Jabhat al-Nuṣra, braccio di Al-Qāʿida in Siria. E nel 2015 la Polizia italiana arrestò due sospetti in odore di terrorismo – stavano progettando un attacco contro la base di armi nucleari di Ghedi. Entrambi, il tunisino Lassaad Briki e il pakistano Muhammad Waqas, furono, anche su segnalazione del mio ufficio, arrestati e condannati a sei anni di reclusione. Un successo dovuto al contributo determinante del nostro ufficio Interpol di Roma, che, facendo rete con gli esperti per la sicurezza all’estero, assicurò informazioni cruciali in modo tempestivo alla Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione e, quindi, alla Digos milanese.

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