Il virus continua, come nelle previsioni, a mutare. Dopo le varianti inglese, brasiliana e sudafricana, adesso le attenzioni sono riversate sulla variante “californiana”. Individuata  a luglio del 2020, attualmente è diffusa in diverse Nazioni e, nei giorni scorsi, è stata rilevata anche a Napoli. Può davvero destare timore?

La “nuova” variante

Il coronavirus è in continua evoluzione e non smette di evolversi manifestandosi sotto diverse forme: dopo le tre varianti individuate gli scorsi mesi nei laboratori di sequenziamento, ecco che a farsi spazio negli ultimi giorni vi è quella californiana CAL.20C (20C/S:452R; /B.1.429).

Individuata in realtà già lo scorso luglio in California, adesso si è diffusa in diversi Paesi arrivando anche in Italia. Sono 13 nello specifico le Nazioni che stanno facendo i conti con la nuova variante, fra queste vi sono l’Australia, la Danimarca, Israele, la Nuova Zelanda, Singapore e il Regno Unito. Pochi giorni fa è stata identificata anche a Napoli dai ricercatori dell’Istituto Telethon di genetica e medicina, nell’ambito del programma di individuazione e sequenziamento delle varianti promosso dalla Regione Campania. Le preoccupazioni non mancano e il mondo scientifico si è messo al lavoro per conoscerne al massimo caratteristiche e grado di pericolosità. A spiegarci meglio su InsideOver come si sta comportando questa variante è Antonio Cascio, virologo e primario di Malattie Infettive del Policlinico “Paolo Giaccone” di Palermo: “In base a quanto riportato su un articolo apparso recentemente su Jama – afferma il professore – i ricercatori del Cedars-Sinai di Los Angeles hanno evidenziato che questa variante rappresenta quasi la metà dei casi della California meridionale. La variante californiana è portatrice della mutazione L452R. Tale mutazione – spiega il primario di Palermo – osservata per la prima volta in Danimarca a marzo, è presente in diversi lineaggi. È verosimile che la mutazione L452R offra a tale variante un vantaggio nella diffusione rispetto ad altre varianti, ma si rimane ancora in attesa dei risultati degli esperimenti che lo dimostrerebbero”.

Sulla pericolosità della nuova variante si è detto in questi giorni di tutto e di più e la confusione regna sovrana. Il professor Cascio ha provato a far chiarezza: “I virologi dell’Università della California di San Francisco – ha spiegato il professore – hanno osservato una maggiore percentuale di decessi legati alla variante californiana, 12 persone su 308 sono morte a causa di queste varianti. Ma il campione non è statisticamente significativo. Sono necessari ulteriori studi per capire se realmente tale ceppo è caratterizzato da una maggiore virulenza”.

Perché la nuova variante è temuta?

La comunità scientifica guarda con attenzione all’evoluzione di questa nuova mutazione. In questo periodo si naviga nel campo delle ipotesi e del resto non può essere diversamente. I dati finora raccolti non sono molti, per cui sul comportamento della nuova versione del virus è possibile tracciare soltanto delle supposizioni. La prima, come del resto osservato già sulle altre varianti, è che l’agente patogeno sarebbe più contagioso: “Da uno studio in corso di revisione – ha dichiarato il virologo Antonio Cascio – sembrerebbe che le persone affette dalla variante californiana avrebbero il doppio della carica virale rispetto a coloro che erano stati infettati dal virus originale”. Vuol dire quindi che la trasmissione dell’infezione potrebbe essere più semplice rendendo la diffusione dell’epidemia ancora più veloce.

La seconda ha invece a che fare anche con l’efficacia dei vaccini: “Sembrerebbe inoltre che il CAL.20C – ha proseguito Cascio – infetterebbe più efficacemente le cellule umane e potrebbe eludere le difese immunitarie indotte dalla vaccinazione o da precedenti infezioni”. In poche parole, un’epidemia prodotta dalla variante californiana potrebbe non essere contrastata dall’immunità di gregge. Una circostanza quest’ultima molto temuta, specialmente in una fase, come quella attuale, in cui a livello internazionale si sta puntando molto sulle campagne vaccinali. Ma, come detto, al momento si sta ragionando soltanto su mere ipotesi. Non c’è nessuna certezza sul fatto che le varianti individuate rendano inefficaci i vaccini.

Un discorso che vale per la mutazione brasiliana, che ha destato maggiori preoccupazioni in quanto ha preso piede in una città come Manaus ritenuta già immunizzata per via dell’effetto della prima ondata di contagi, così come per tutte le altre.

Ma i virus mutano costantemente

Quando ci si trova davanti a una nuova variante è lecito, da parte del mondo scientifico, porsi delle domande. È importante infatti capire l’evoluzione dell’attuale pandemia e trovare eventualmente nuove armi di difesa. Tuttavia è sempre bene ricordare come i virus, nel corso della loro evoluzione, mutino costantemente. Nulla di strano o di anomalo quindi quando viene sequenziata una versione diversa del Sars Cov 2. Già a novembre su InsideOver il virologo Giorgio Palù, attuale numero uno dell’Aifa, lo aveva ricordato: “Il morbo non ha interesse a uccidere l’ospite, altrimenti farebbe estinguere sé stesso – erano le dichiarazioni dello studioso – anzi, noi sappiamo che dal progenitore di Wuhan il virus si è evoluto in diverse mutazioni che lo hanno reso molto contagioso ma al tempo stesso meno letale”.

Il problema spesso è stato più mediatico che scientifico. Non a caso nei giorni scorsi il direttore dell’istituto Spallanzani di Roma, Francesco Vaia, ha parlato di “varianti usate come clave politiche”, ricordando l’importanza di combattere le mutazioni potenziando l’uso dei vaccini e di nuovi farmaci, quali i monoclonali. Per impedire che una nuova variante possa riaccendere un’epidemia, la parola d’ordine è prudenza. Con un occhio rivolto alle ricerche e agli studi sui comportamenti del virus.

#RaccontaCovid: la necessità di conoscere più a fondo il coronavirus

L’arrivo della variante californiana a Napoli sta destando delle preoccupazioni sui prossimi comportamenti del virus e su come potrebbe diffondersi nei prossimi mesi. Oggi più che mai diviene necessario conoscere ogni particolare dei sintomi vissuti da chi ha contratto la malattia e gli esiti del Covid. Appunto per questo motivo a Palermo è nato “Racconta Covid”, un esperimento di medicina narrativa ideato e promosso dal professor Antonio Cascio. Il sondaggio, a cui è possibile partecipare digitando il link https://forms.gle/wHE17mZzFdbTkr8W9, è basato su un questionario che ha come obiettivo quello di capire in che modo e con quali tempistiche l’infezione circola in Sicilia e nel sud Italia.

Tra le domande che vengono poste, anche quelle sulla tipologia di sintomi riscontrati, se si è mai stati soggetti a un tampone e quale tipo di assistenza è stata fornita. Non solo: nel questionario viene chiesto ai cittadini i sospetti circa le modalità con le quali si è entrati in contatto con il virus: “Rispondendo a queste domande – ha spiegato il virologo – è possibile aiutarci a migliorare l’assistenza che prestiamo, a comprendere le dinamiche dell’epidemia e a proporre interventi che potranno migliorare la gestione della pandemia. La partecipazione di tutti è fondamentale per riuscire a conoscere meglio la malattia e tutti i dati saranno trattati in anonimato e nel rispetto della privacy”.

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