Era il 17 dicembre 1989 quando i Simpson, la serie più longeva e amata d’America, debuttò in prima serata, sotto forma di episodi di mezz’ora. Show di punta della 20th Century Fox, la sitcom animata creata da Matt Groening compie 30 anni. Parodia satirica e corrosiva della società e dello stile di vita statunitense, in trent’anni le avventure di Homer e Marge e dai loro tre figli Bart, Lisa e Maggie ambientate nella cittadina di Springfield, hanno segnato un’epoca. Tant’è che il magazine Time l’ha acclamata come la”miglior serie televisiva del secolo”, mentre nel gennaio del 2000 la sitcom ha ottenuto una stella nella Hollywood Walk of Fame.

Sulla geniale serie ideata da Groening celebrata in questi giorni – su Fox+1 dal 25 aprile un canale dedicato ai migliori episodi; su Italia 1 in autunno la 30esima stagione – infuria però la polemica. Come scrive Renato Franco sulle pagine del Corriere della Sera, la forza della sit-com è sempre stata l’anarchica, dissacrante, politicamente scorretta, corrosiva, il “non fare sconti a nessuno, a partire dal capobranco wasp Homer – inetto come pochi – che era il lasciapassare per ironizzare su tutto e tutti, per fare sarcasmo su stereotipi razziali, religiosi, di genere, di età, di orientamento sessuale, senza essere accusati di pregiudizi”.

Nel corso degli anni, tuttavia, quell’ironia dissacrante che non faceva sconti a nessuno e faceva arrabbiare tutti ha lasciato il posto all’ideologia del politicamente corretto, annacquando la creatività di una serie che è ormai la copia sbiadita di quella che era un tempo. Secondo il giornale di recente anche “Michael Jackson è stato bruciato sull’altare della correttezza a ogni costo” poiché “dopo l’uscita del documentario Leaving Neverland sui presunti abusi sessuali della pop-star, l’episodio in cui il cantante era protagonista è stato cancellato”.

I Simpson piegati al politicamente corretto

Come scrive il Corriere della Sera, infatti, “anni di politicamente corretto hanno lavorato sotto traccia, così nella società dell’indignazione a misura di social si sono rimosse le parole “sbagliate”, si sono messi all’indice termini “scorretti” e gli stereotipi sono diventati degni di caccia alle streghe”. Sono lontani i tempi in cui Matt Groening poteva andare fiero di rivendicare che “ogni puntata fa arrabbiare qualcuno e questo mi rende felice”.

Il caso Apu è emblematico di questa involuzione creativa quando, lo scorso ottobre, ha rischiato seriamente di essere cancellato dalla sitcom. Apu è stato preso di mira dai moralisti del politicamente corretto poiché rappresenterebbe uno stereotipo “razzista” e offensivo di un indiano emigrato negli Stati Uniti, a causa del carattere del personaggio e dell’inconfondibile accento. Eppure chi conosce l’irriverente serie animata sa che Apu è anche saggio, estremamente colto (ha un dottorato in informatica) ed è un instancabile lavoratore poiché gestisce un supermercato aperto 24 ore su 24 e sette giorni su sette.

Il personaggio è finito nella bufera con la pubblicazione, nel 2017, del documentario “Il problema con Apu”, diretto dal comico di origini indiane Hari Kondabolu, che descrive Apu e il suo doppiatore Azaria come “un uomo bianco che fa l’imitazione di un uomo bianco che prende in giro mio padre”. Il documentario, che ha fatto a lungo discutere gli Stati Uniti lo scorso anno, racconta l’influenza del personaggio sulle vite di molti attori e comici indiani, e in generale il problema della rappresentazione delle minoranze. Fortunatamente, grazie all’intervento dello storico produttore Al Jean, il personaggio di Apu è stato salvato dalla nuova inquisizione del politicamente corretto.

Ombre sul futuro Disney

Come spiegava Pierluigi Battista sul Corriere della Sera, “impegnati come siamo a fiutare ossessivamente ogni traccia di fascismo immaginario, abbiamo perso ogni capacità reattiva di fronte alla sbalorditiva stupidità censoria dell’ideologia del politicamente corretto”. Che non si limita ad essere un attacco alla libertà, sottolinea Battista, “ma è anche un attentato all’intelligenza, al senso dell’umorismo, allo spirito critico, al senso delle proporzioni, persino al buon senso”. Esattamente ciò che è successo ai Simpson, se si confrontano le prime stagioni con le ultime.

Inoltre, da parte dei fan storici della serie c’è grande preoccupazione per il futuro. Disney, infatti,  ha annunciato l’arrivo su Disney+ delle 30 stagioni della storica serie animata in esclusiva, accordo frutto dell’acquisizione di Fox da parte di Disney. I fan temono che su Disney, al fine di accontentare i palati del nuovo pubblico,  i Simpson perdano definitivamente la loro carica corrosiva, già in buona parte compromessa dopo 30 anni.

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