Correva l’anno 1975 e a Lisbona crollava il regime totalitario di Salazar. A poco più di un anno di distanza dalla rivoluzione dei garofani il Paese iberico incominciava la sua transizione verso la democrazia e, contemporaneamente, alle colonie africane lusofone veniva concessa l’indipendenza.

Luanda, 1975, i cittadini portoghesi scappano dalla capitale angolana. Sulle banchine del porto della metropoli africana affacciata sull’Oceano Atlantico continuano ad affastellarsi bauli, valige e casse. Uomini, donne, intere famiglie portoghesi cercano di lasciare nel minor tempo possibile quella terra che fino a qualche ora prima era stata un’appendice del Portogallo in Africa. I negozi chiudono, le riserve d’acqua vengono sempre meno, il carburante diviene irreperibile, “confusao,confusao“ grida la gente nelle strade e la confusione sembra essere la sola legge che regna nella capitale africana.

È con queste immagini che ha inizio il film da poco uscito nelle sale italiane, Ancora un giorno, diretto da Raul De La Fuente e Damian Nenow, tratto dall’omonimo romanzo di Ryszard Kapuscinski, uno dei più importanti reporter di sempre.

In Angola la guerra d’indipendenza è appena terminata, ma la fine della lotta contro il Portogallo coincide con l’inizio del conflitto civile che durerà sino al 2002. A contendersi il potere ci sono l’Mpla (il Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola) di stampo marxista-leninista che godrà del supporto dell’Unione Sovietica ma soprattutto di Cuba, l’Unita (Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola) di Jonas Savimbi, gruppo anticomunista supportato dagli Stati Uniti, e l’Fnla (Fronte Nazionale di Liberazione dell’Angola) appoggiato da Washington e dal Sud Africa.

Mancano pochi mesi all’effettiva Dichiarazione d’Indipendenza dell’Angola e lo Stato africano è già divenuto un nuovo campo di battaglia su cui le superpotenze del mondo diviso in blocchi ordiscono e architettano l’ennesima guerra per procura. La Guerra fredda fa il suo ingresso con prepotenza e l’Angola, un Paese che ha iniziato la sua storia post coloniale con enormi problematicità come il sottosviluppo, la povertà estrema e la mancanza di infrastrutture, viene trascinato in un vortice di violenza e devastazione che durerà per decenni.

Testimone delle fasi iniziale del conflitto è Ryszard Kapuscinski, il corrispondente dell’Agenzia di Stampa Polacca che al termine della sua permanenza nell’ex colonia portoghese scriverà il libro Ancora un giorno, un’immersione lucida e avvincente in quei giorni di confusione assoluta, di fame e dolore, di odio e paura, di sogni interrotti e di incubi all’orizzonte.

Il film omonimo mette in scena, con uno stile unico e catalizzatore di attenzioni ed emozioni, quelle pagine scritte d’impeto e pulsanti di sentimenti che il maestro dei reporter batté su una macchina da scrivere dopo essere stato testimone e protagonista degli eventi.

La pellicola è il primo tentativo, assolutamente riuscito, di traslare dalla prosa al grande schermo uno dei capolavori del giornalista polacco. Stile encomiabile che con assoluta armonia mescola graphic novel, interviste, riprese documentarie e immagini di repertorio. Ma l’unicità del lavoro sta nel fatto che oltre ad essere un preziosa testimonianza storica e un progetto energico, nuovo, e di ottimo livello, è anche un manifesto professionale come pochi se ne sono visti negli ultimi anni.

Attraverso il racconto dell’esperienza di Kapuscinski, le sue riflessioni, i suoi pensieri, le sue domande senza risposte, le sue frustrazioni, le sue volontà personali sospese tra l’etica , la dedizione professionale e le richieste del momento storico; viene descritto, con una comprensibilità cristallina, una delicatezza a tratti liturgica e una sensibilità umana rara, quello che è lo scopo di un reportage e il fine di spingersi là dove non va nessuno: la volontà di conoscere, di ricercare l’uomo, chiunque esso sia, e di immortalarlo sempre e per sempre.

Grandi nomi, numeri, vicende collettive, è questo che tramanda la storia, sono invece i singoli, gli uomini e le donne di ogni giorno, coloro verso i quali deve riporre la sua attenzione il cronista. Senza pregiudiziali e catalogazioni ma con la volontà continua di stupirsi altrimenti, nel momento in cui lo stupore viene meno, come riflette lo stesso Kapuscinski nel film: ”Qualcosa, forse la parte più preziosa, è morta per sempre in un uomo”.

E così il libro Ancora un giorno prima e il film poi rendono immortali le storie della guerrigliera Carlota, del Comandante Farusco, di dona Cartagina e degli uomini e le donne incontrati tra Luanda e Benguela. Un film che ha il sapore di una parabola e che ricorda la fiaba della tartaruga e il leopardo che il padre della letteratura africana Chinua Achebe riporta nel suo Viandanti della storia. Il racconto di una tartaruga che prima di essere divorata da un leopardo scava freneticamente sulla sabbia per lasciare così un segno ai posteri del suo passaggio e della sua vita.

E forse, il giornalismo, il reportage, l’obbligatorietà di testimonianza, nella loro essenza sono esattamente questo: un ostinato tentativo di lasciare viva la storia dell’uomo e del suo passato, anche nel presente e nel futuro.

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