Nella giornata di mercoledì il Belgio ha superato la soglia “psicologica” dei 10mila decessi, in uno scenario che sembra essere andato ben oltre anche le più drammatiche previsioni: con soltanto 11 milioni di abitanti, infatti, è il Paese europeo che detiene il più alto tasso di mortalità in relazione alla popolazione.

I numeri da capogiro sono stati registrati in realtà sin dalle prime fasi della pandemia di coronavirus, in una situazione in cui per molte settimane Bruxelles ha registrato i tassi di mortalità più elevati al mondo. E in questa situazione, dunque, difficile non pensare come dietro a questa tragedia non ci sia stato un sostanziale fallimento nella prevenzione e nella lotta al patogeno; elementi, questi, che saranno sicuramente destinati ad essere discutere ancora per molti mesi a venire.

Poche persone ma tanti morti

Con i suoi “soli” 11 milioni di abitanti, il Belgio ha una popolazione quasi sei volte inferiore rispetto all’Italia, dove sono state registrate sino a questo momento oltre 35mila vittime. tuttavia, dati alla mano, appare evidente come in Belgio il tasso di mortalità sia arrivato quasi a doppiare quello italiano, nonostante le criticità che avevano colpito soprattutto la Lombardia nella scorsa stagione invernale. Benché si fosse optato per un lockdown anticipato rispetto al resto d’Europa e in relazione al numero di casi rilevati, qualcosa purtroppo è andato storto e Bruxelles si è in questo modo ritrovata ad essere la vittima più dilaniata dalla pandemia. E come sottolineato già precedentemente, difficile credere che alla base non ci siano state dunque delle gravissime lacune che avrebbero potuto evitare i numeri odierni.

In modo particolare, le accuse sono ricadute – come in fondo da marzo a questa parte – sul debole governo alla guida del Paese, accusato di non aver gestito adeguatamente la situazione soprattutto durante la sua fase iniziale. E soprattutto, a pesare sarebbero le accuse circa le mancate rilevazioni di positività all’inizio dello scorso marzo, elemento questo che nonostante il lockdown potrebbe aver aiutato il patogeno a diffondersi.

Belgio, un esempio da non seguire?

Aveva quasi destato scalpore quando nel Paese era stato istituito il lockdown: il primo ad essere immediatamente identificato nella durata di otto settimane e che sembrava a tutti gli effetti la strada da seguire per evitare una crisi sanitaria incontrollabile. Tuttavia e con l’esperienza dei mesi passati è apparso chiaro come questa decisione, probabilmente, fosse stata presa proprio poiché la situazione era già sfuggita completamente al controllo delle autorità.

Con la sua altissima densità di popolazione e con gli spostamenti lavorativi, Bruxelles si è dunque rivelata essere una delle peggiori città in cui vivere ai tempi della pandemia. E non soltanto a causa dell’altissimo tasso di mortalità rispetto al resto d’Europa ma anche per le problematiche in cui è incappato il sistema sanitario nazionale – il quale, tutt’ora, ha 150 posti di terapia intensiva occupati e un totale di 716 ricoverati.

In questo scenario, dunque, il Belgio non può essere considerato l’esempio perfetto da seguire, nonostante i tentativi di uniformarsi il più possibile alle direttive emanate dall’Organizzazione mondiale della sanità. E soprattutto, sarà destinato ad essere ricordato ancora per molti anni a venire come il vero “appestato” d’Europa, arrivato a superare anche i tassi di mortalità in molte aree della colpitissima Lombardia.

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