Ammesso e non concesso che l’allarme coronavirus sia rientrato e che l’epidemia sia davvero sotto controllo, la Cina deve pensare a come gestire al meglio la fase di ricostruzione post disastro. I bollettini sui nuovi contagi continuano a dare cifre confortanti, con una media di 50 malati al giorno, la maggior parte delle quali provenienti dall’estero.

Eppure alcuni esperti ritengono che dietro al velo della normalità cinese possa nascondersi qualcosa di diverso. Gli ultimi dubbi, ad esempio, sono emersi quando vari media internazionali hanno evidenziato le lunghissime file di cittadini in attesa per ritirare le ceneri dei loro cari e le numerose urne cineriarie inviate nella città di Wuhan, molte di più del numero dei morti conteggiati nelle statistiche ufficiali.

Certo, dall’altra parte non mancano segnali di stabilizzazione, a cominciare dalla riapertura di aziende, ristoranti e perfino di siti turistici come la Grande Muraglia. Perché mai, uno potrebbe chiedersi, la Cina dovrebbe riaprire tutto e rischiare il patatrac? L’unica spiegazione plausibile è che il governo cinese abbia davvero messo una museruola al fastidioso coronavirus.

Hubei-Jiangxi: sontri al confine

Pechino sa bene che il demone può rinascere dalle ceneri, ed è per questo che ha chiuso le frontiere ai visitatori stranieri fino a data da destinarsi, anche se, ha fatto notare la CCTV, il 90% dei contagi di ritorno riguarda cittadini cinesi, per lo più studenti che ritornano a casa.

La Cina torna a muoversi, ma è costretta a farlo lentamente per evitare passi falsi. La stessa accortezza mostrata dal governo non sembra tuttavia appartenere a una parte della popolazione risedente nella provincia dello Hubei. Qui, dove era situato l’epicentro del contagio, le persone hanno dovuto sopportare una ferrea quarantena, durata circa due mesi. Soltanto adesso le misure attuate dall’alto hanno iniziato ad allentarsi, ma subito sono emerse scintille di malcontento.

Molti abitanti della “provincia infetta” premono per uscire. E sui social network cinesi sono spuntati video di violenti scontri tra cittadini e forze dell’ordine: un segnale che qualcosa, nella burocrazia cinese, non ha funzionato. I frame sono brevi e confusi ma ci permettono di capire quanto sta accadendo al confine tra lo Hubei e lo Jiangxi.

Un posto di blocco non autorizzato

Le autorità dello Jiangxi, temendo un’invasione di persone (e virus) dallo Hubei, avrebbero imbastito posti di blocco non autorizzati al confine tra le due province per respingere i cittadini. La frustrazione accumulata in decine e decine di giorni di lockdown ha scatenato le ire di questi ultimi. Il faccia a faccia tra cittadini e poliziotti si è trasformato in una protesta e poi in una specie di sommossa contro gli agenti.

Dopo la fine della quarantena i cittadini dello Hubei che lavorano in altre province cinesi hanno avuto il permesso di spostarsi, muniti di un documento che attesti la loro negatività al Covid-19. La contea di Huangmei è sempre nello Hubei, ma la stazione più vicina per chi vi risiede è situata nella contea di Jiujiang, nello Jiangxi, provincia confinante. A detta dei media locali, le autorità di Jiujiang hanno allestito apposite navette per organizzare al meglio gli spostamenti dei cittadini.

Venerdì, evidentemente, c’è stato un intoppo. Un posto di blocco non autorizzato allestito dalla polizia di Jiujiang avrebbe acceso una miccia, esplosa negli scontri che hanno fatto il giro del web. Persino gli agenti dello Hubei si sarebbero scontrati con i colleghi della provincia confinante. In ogni caso, sono subito partite le indagini per ricostruire l’accaduto e punire i colpevoli.

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