Uurmqi, capoluogo della regione dello Xinjiang, nell’estremo nordovest della Cina, è in lockdown. Il governo cinese, che nelle ultime settimane ha domato un pericoloso focolaio di Covid scoppiato nel mercato di Xinfadi, nel cuore di Pechino, deve adesso fronteggiare una nuova minaccia sanitaria.

Lo scenario in cui sono chiamati ad agire i funzionari è tuttavia alquanto complesso, sia per ragioni storiche che per motivazioni politiche. Nello Xinjiang, infatti, vivono gli uiguri, minoranza etnica cinese turcofona e musulmana. Dalla religione alla lingua, passando per il cibo, la loro cultura è diversa da quella abbracciata dalla Cina. Le autorità centrali hanno fatto di tutto per integrare, con le buone e con le cattive, un ceppo culturale diverso e per certi versi problematico.

Già, perché alcuni uiguri sono accusati di essere terroristi e separatisti; in altre parole, minaccerebbero, con le loro pretese di indipendenza, la stabilità e l’armonia della nuova Cina di Xi Jinping. Adesso lo Xinjiang, di per sé nodo spinoso da maneggiare con estrema cura, rischia di essere travolto dal coronavirus.

Urumqi in quarantena

Dopo Wuhan, nello Hubei, Harbin, nello Heilongjiang, e Pechino, è il turno di Urumqi. In un’area estesa quasi 15mila chilometri quadrati, e abitata da 3,5 milioni di persone, è stato rilevato un focolaio di Covid. Per il momento il bilancio dei contagi accertati è salito a sei, mentre undici sono gli asintomatici.

Tutti i casi, ha sottolineato l’agenzia Xinhua, sarebbero stati riscontrati nel capoluogo regionale e circoscritti alle 135 persone già sottoposte a osservazione medica. Dopo il primo contagio, le autorità della regione, sottoposta a scrutinio internazionale per presunti abusi dei diritti umani ai danni delle minoranze musulmane dell’area, avevano attuato una ferrea restrizione alla mobilità e ai trasporti.

L’unica linea della metropolitana è stata chiusa e molti voli sono stati cancellati. Secondo quanto riferisce il South China Morning Post, in alcuni complessi residenziali sono state messe restrizioni persino ai movimenti dei residenti, proprio come a Wuhan. In alcuni supermercati, inoltre, sono state registrate scene di panico e corse alle scorte.

Le origini del focolaio

Il comitato del Partito comunista cinese locale ha rassicurato la popolazione dello Xinjiang diffondendo un messaggio emblematico: “Fermeremo la catena di trasmissione. Rafforzeremo il controllo nei luoghi affollati”. Certo è che dopo 149 giorni libera dal Covid, la regione è ripiombata nell’incubo.

Ma come si è originato il focolaio? Giovedì 16 luglio la commissione sanitaria dello Xinjiang ha comunicato l’infezione di una donna. La 24enne, impegnata nel settore della vendita al dettaglio, soffriva di mal di gola e per questo è stata trasportata in ospedale per fare accertamenti. Nei giorni precedenti la paziente aveva accusato altri sintomi, tra cui febbre e mal di testa. Tre dei suoi più stretti contatti sono risultati positivi, seppur asintomatici.

Il blocco, necessario e improvviso, ha colto alla sprovvista numerosi cittadini. In ogni caso è importante sottolineare anche la vicinanza dello Xinjiang al Kazakistan, Paese in cui l’ambasciata cinese locale aveva annunciato di aver registrato diversi casi di una “polmonite sconosciuta”. Non è quindi da escludere che, in qualche modo, il coronavirus possa essere rientrato in Cina dal territorio kazako.

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