“Mi levo gli occhiali da sole?”, ci domanda Pino Scaccia prima di cominciare. Lo osserviamo attraverso la lente scura dell’obiettivo, e non possiamo fare a meno di notare che la naturalezza con cui si muove di fronte alla telecamera è rimasta la stessa. Lo storico inviato del Tg1 che, come dirà di sé nel corso dell’intervista, “ha attraversato la storia del mondo”, ma anche il passaggio dall’epoca della pellicola a quella del digitale, ha accettato di fare due chiacchiere con Gli Occhi della Guerra.Così, in vista dell’imminente Reporter Day, il giornalista ha voluto affidare a queste colonne alcune pillole d’esperienza per gli aspiranti reporter senza dimenticare, però, di rivolgergli un appello: “La verità assoluta è difficilissima da trovare, esistono i fatti, che vanno raccontati e, per farlo, servono gli inviati. L’inviato, in tutta coscienza, è testimone dei fatti”. 

Gli ingredienti del reporter“Ai giovani che mi chiedono cosa ci vuole per diventare un buon reporter rispondo che ci vogliono alcune percentuali: il 10 per cento di tecnica ma, la tecnica, s’impara; il 10 per cento di talento e, il talento, è un fatto naturale, o ce l’hai o non ce l’hai; ma l’80 per cento del mestiere è la fatica, quella che uno dei più grandi maestri di giornalismo, Indro Montanelli, definiva la ‘suola delle scarpe’”.Se anche tu sogni di diventare reporter, non mancare al Reporter Day. Scopri qui come partecipare“Reporter with soul”Ad un certo punto, riappropriandosi improvvisamente del suo ruolo, Scaccia ci domanda: “Sapete qual è il più bell’apprezzamento che si possa fare ad un reporter?”. Poi, senza lasciarci il tempo di rispondere, dice: “Quello che mi ha rivolto un collega americano, incontrato a San Francisco in seguito al sisma di Loma Prieta (1989, ndr), definendomi un ‘reporter with soul’, cioè con l’anima, se ti emozioni riesci ad emozionare, altrimenti è solo un bollettino dei morti”.La tecnologia? “Solo uno strumento”Ma, un reporter nato con la pellicola, cosa ne pensa della digitalizzazione dell’informazione? “Ho cominciato a caldo, con il piombo, e sono uscito a freddo, con il digitale. Oggi siamo molti passi in avanti rispetto ad una volta ma la tecnologia è solo uno strumento, il mestiere del giornalista non cambia: posso scrivere con la lettera 22 o con il pc ma quello che scrivo appartiene a me stesso, al mio talento, non certo allo strumento”.Ritorno alle regole“Con l’avvento dei social network almeno il 30 per cento delle notizie sono false, le cosiddette fake news”, osserva Scaccia secondo cui “un sistema per difendersi c’è”. “Bisogna tornare alle vecchie regole del giornalismo: la prima in assoluto è quella della verifica delle fonti”. E, rivolgendosi ai futuri reporter, dice: “La verità assoluta è difficilissima da trovare” però “esistono i fatti che vanno raccontati e, per farlo, servono gli inviati”.Embedded o non embedded?“Ci sono due modi di seguire le guerre: embedded e non. Io, personalmente, sono per seguirle non embedded, non perché non mi fido dei militari ma perché mi sento più libero”. “In Afghanistan – prosegue Scaccia – ho intervistato leader talebani che, per ovvie ragioni, se avessi avuto la scorta dei militari non avrei potuto nemmeno avvicinare”.strip_reporter_day“Bisogna avere paura”“Bisogna avere paura perché la paura ti salva la vita”. Poi aggiunge: “E chi non ha paura o è bugiardo o è presuntuoso, oppure, è un pazzo”. A sostenerlo è un uomo che ha sfidato più di una volta la sorte, per citare solo alcuni dei “guai” in cui si è cacciato: alle porte di Baghdad, in Iraq, è stato inseguito da una banda di feroci rapinatori e, in Croazia, mentre mangiava gulash con l’esercito croato è miracolosamente scampato al proiettile di un cecchino serbo.Prendere le misure“Non sono mai stato a Platì o a San Luca senza nessun amico di Platì o di San Luca. Idem nei ‘cosiddetti’ quartieri bassi di Napoli. Figuriamoci in altri posti del mondo, come l’Afghanistan, così diversi da quello dove viviamo noi. È chiaro che così facendo si è costretti a mettere la propria vita nelle mani di un altro, molto spesso si tratta di un autista. Ricordo Shafik, il mio driver di Kabul, le prime volte ci annusavamo con sospetto, come si fa tra cani.”“Quando suona la campana”“I vigili del fuoco di solito dicono: ‘Quando suona la campana’, nel caso del reporter – spiega Scaccia – la ‘campana’ è il cellulare e, quando suona, non esiste altro se non l’obiettivo da raggiungere”. “Ricordo che quando ci fu il terremoto de L’Aquila ero appena sceso da un aereo che mi riportava in Italia dal Brasile. Avevo appena riacceso il telefono quando mi dissero che c’era stato il terremoto. Erano le sei di mattina, alle nove avevo già fatto la prima diretta da L’Aquila”. È tornato a casa dopo un mese.Molti pensano che il giornalismo, quello in presa diretta, sia in pericolo. Noi vogliamo continuare a farlo vivere. Per farlo abbiamo bisogno anche di te. Non mancare al Reporter Day: candidati qui

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