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I progressi compiuti in ambito clinico e la maggiore esperienza del personale sanitario nel gestire il Covid-19 hanno portato ad un netto miglioramento della prognosi tra i pazienti ospedalizzati. A dimostrarlo è uno studio clinico ( che non è ancora stato sottoposto ad un processo di revisione paritaria) che ha visto coinvolti 4689 pazienti ospedalizzati nello Stato di New York tra marzo e giugno e ne ha misurato il tasso di letalità. Questo parametro ha raggiunto il 23 per cento nella prima metà del mese di marzo per poi decrescere e raggiungere l’8 per cento a giugno. Secondo Andrew Badley, a capo della Mayo’s Clinic Covid Research Task Force, “la preparazione del sistema sanitario è migliorata rispetto ai livelli di febbraio-marzo. Le diagnosi sono più veloci, si è cominciato a capire quali farmaci usare e quali evitare e ci sono possibili trattamenti sperimentali”.

Le possibili spiegazioni

Il dato più evidente, prendendo in considerazione la situazione del Vecchio Continente, è che malgrado la curva dei contagi in molti Paesi sia in crescita lo stesso non può dirsi del numero di decessi giornalieri. Il Covid-19 continua a diffondersi ma provoca meno morti. Non c’è al momento una spiegazione univoca per questo fenomeno. Secondo alcuni esperti potrebbe essere legata al fatto che, nel periodo estivo, l’età media dei contagiati si è abbassata e si sono contratti, in maniera marcata, gli esiti fatali. Le persone più fragili, tra cui ci sono gli anziani e chi soffre di patologie pregresse, sarebbero inoltre riuscite a proteggersi con maggiore efficacia dall’avanzata del morbo. Per altri esperti, invece, sarebbe il sistema sanitario, peraltro non sovraccarico come nei mesi invernali e primaverili, a fare la differenza. Le eventuali mutazioni subite dal virus non sembrano invece aver influito sulle dinamiche in atto.

I danni indiretti

La pandemia ha provocato una serie di effetti nefasti sulla tenuta sociale globale. In primis almeno 900mila (numero di certo sottostimato) persone hanno perso la vita a causa del morbo mentre in seconda battuta ci sono fallimenti, collassi di sistemi economici e recessioni che hanno portato o porteranno alle perdite di ulteriori vite. C’è poi una questione di cui si parla poco: come convivere con il virus? Non si tratta di una domanda banale dato che le chiusure ed i lockdown, tra le altre cose, vanno ad intaccare le relazioni umane e la salute psicologica delle persone coinvolte. Secondo il Dottor Guido Silvestri, che cura la rubrica Pillole di Ottimismo su Facebook,  “bisogna trovare un accordo su una strategia di lungo termine che non consista in un continuo aprire-chiudere fin quando non arriva un vaccino. Dobbiamo assolutamente evitare che la cura diventi peggiore della malattia”.

La convivenza

La scoperta di un vaccino efficace contro il virus Sars CoV-2 non costituirà l’immediata fine della pandemia. Bisognerà immunizzare, sempre che non ci siano resistenze, buona parte della popolazione mondiale per indurre la cosiddetta immunità di gregge e costringere il virus in un angolo. Si tratta di un processo lento che dovrebbe esaurirsi in Europa e negli Stati Uniti nel corso del 2021 ma che altrove, si pensi ad esempio all’Africa e a nazioni povere e remote, potrebbe durare più a lungo. Non ci sarà alcuna panacea immediata: la società dovrà invece adattarsi ad una convivenza, più o meno prolungata ma non terrorizzante, con la malattia. Il futuro prossimo potrebbe essere meno spaventoso di quanto non si pensi, ad un patto ovviamente. Affrontare con serietà ed un passo alla volta la questione sanitaria, senza inutili negazionismi e senza ingiustificati allarmismi. Le complesse dinamiche geopolitiche e gli interessi egoistici delle nazioni potrebbero però complicare il quadro generale e ritardare più del necessario l’uscita dal problema.

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