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L’incremento dei contagi degli ultimi giorni ha spinto molti, sia nel mondo scientifico, sia nella politica sia nel mondo del giornalismo a parlare di una possibile seconda ondata che incombe sull’Europa in attesa della sua nuova esplosione nel prossimo autunno. Questa visione ha inoltre portato molti Paesi – come l’Italia, con la stretta sulle discoteche e il nuovo obbligo di mascherina dopo le 18:00 nei posti a rischio assembramento – a prendere nuove contromisure, stringendo le libertà personali delle persone e impostando di nuovo la vita pubblica in assetto da guerra. Tuttavia, secondo molti analisti e come riportato da IlSole24Ore, il recente aumento di contagi potrebbe essere semplicemente connaturato alla strategia utilizzata per combattere il Covid-19 e non sarebbe necessariamente una seconda ondata, bensì il colpo di coda della prima.

A ben osservare i dati, infatti, la tendenza sembra essere rivolta comunque verso la discesa, spegnendo molti degli allarmismi che sono ritornati in voga negli ultimi giorni. Soprattutto, poiché i più esperti reparti specializzati degli ospedali e l’accresciuta organizzazione del sistema sanitario hanno permesso di mantenere contenuto il numero delle vittime (in Italia, i dati non sono mai andati oltre la manciata di unità). E sotto questa luce, almeno per il momento, voler anticipare uno scenario come quello degli scorsi mesi pare essere un puro allarmismo ingiustificato. In questo senso, la testata britannica Guardian ha fatto capire che esiste già una parte del mondo scientifico che in realtà non pensa che si possa parlare di seconda ondata ma di una semplice, quanto pericolosa, ripresa dell’unica vera ondata che è stata “sedata” con le quarantene. Ad esempio, nel Regno Unito così come negli Stati Uniti, l’ex direttore del US Centers for Disease Control, Tom Frieden, ha detto che “ciò che può apparire come una seconda ondata a volte è che aree diverse dello stesso paese sono semplicemente sfasate l’una dall’altra nell’esperienza dell’epidemia, come negli Stati Uniti, dove una prima ondata forte ma irregolare si è mossa inizialmente a singhiozzo e poi più rapidamente”. Stesso discorso fatto da Melissa Hawkins, professore alla American University, che ha detto che guardando i grafici americani è più probabile parlare di una malattia progredita in maniera difforme.

Tuttavia, il passato dello scorso inverno e della scorsa primavera dovrebbero essere serviti da lezione non soltanto ai reparti ospedalieri ma alla stessa organizzazione nazionale, soprattutto per quanto riguarda la gestione dei rientri dall’estero e la circoscrizione dei focolai ritenuti più pericolosi. E sotto questo aspetto, dunque, salvo errori colossali l’esperienza ottenuta nella lotta contro la fase davvero più difficile della pandemia – ossia il primo impatto – dovrebbe essere d’aiuto per superare anche le eventuali criticità che potrebbe riservarci il futuro.

Secondo molti il rischio però potrebbe arrivare la prossima stagione fredda, quando le temperature più rigide ed umide dell’inverno europeo potrebbe essere l’ambiente perfetto per una nuova diffusione della pandemia, qualora assumesse quella ciclicità che ha caratterizzato le epidemie passate che hanno colpito il Vecchio continente. Anche sotto questo aspetto, tuttavia, non ci sarebbero al momento ancora elementi empirici atti a supportare la tesi, con l’unica eccezione del caso dell’Oceania la quale, però, ha gestito la prima ondata in modo totalmente differente, anticipando le chiusure rispetto a quanto fatto nel resto del mondo.

I numeri relativamente elevati degli ultimi giorni, infine, sono frutto di una tendenza allo spostamento tipica dell’estate che andrà scemando sino al prossimo inverno, rendendo difficilmente analizzabili sul lungo periodo i trend delle ultime settimane. Ed ammesso anche che gli assembramenti estivi possano effettivamente permettere la nascita di nuovi cluster, come sottolineato in precedenza i maggiori controlli effettuati sui “vacanzieri” dovrebbero essere sufficienti a limitare i pericoli – contromisura che, ai tempi dell’esplosione dell’epidemia di Wuhan, non era stata attuata correttamente, permettendo al virus di entrare agilmente in Europa.

Concludendo, dunque, parlare di “seconda ondata” in arrivo è ancora prematuro e per poterlo affermare sarebbe necessario un trend di aumento ben più lungo rispetto a quello attuale. A tal proposito, non è un caso che l’Oms, attraverso la portavoce Margaret Harris, abbia parlato recentemente di un’unica grande ondata. E soprattutto, non bisogna dimenticarsi di come l’approccio difensivo che ha caratterizzato il lockdown abbia esposto necessariamente al rischio di prolungare l’agonia, rendendola però più facilmente sopportabile dagli ambienti ospedalieri – cosa che, di fatto, sta avvenendo. In uno scenario che, se non sufficiente per parlare di crisi superata, sembra impostato a lasciare perlomeno ben sperare per il futuro.

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