Mentre il numero totale di casi di coronavirus nel mondo supera gli 1,85 milioni, l’attenzione torna a volgersi verso la Cina: dopo un periodo di relativa stabilità, le autorità cinesi hanno registrato 108 nuovi casi a causa dei cosiddetti “contagi di ritorno”. A essere risultati positivi al Covid-19 sono per lo più persone che hanno fatto ritorno in Cina nei giorni scorsi, da quando il Paese ha alleggerito le restrizioni imposte sugli spostamenti e sulla quarantena.

Ad oggi, il numero di casi confermati nel Paese è di 82.160 e tra le province più colpite si trova quella di Heilongjiang, al confine con la Russia. Da qui la decisione delle autorità di rafforzare i controlli lungo le frontiere e di mettere in quarantena chi arriva in Cina dall’estero. In questo scenario è sorto però un altro problema di natura sociale: la discriminazione nei confronti della popolazione africana.

Gli episodi di razzismo

Negli ultimi giorni gli africani residenti in Cina hanno postato sui social diversi video in cui denunciavano episodi di violenza e razzismo nei loro confronti. Molti di loro sono stati sfrattati dalle loro case – finendo in alcuni casi a dormire sotto i ponti –, non hanno potuto accedere a ristoranti o negozi e sono stati più volte vessati dalle forze dell’ordine. Alcuni hanno anche denunciato di essere stati sottoposti più volte ai test per il coronavirus senza alcun reale motivo, risultando tra l’altro sempre negativi.

La zona in cui si è registrato il più alto numero di episodi di razzismo è quella di Canton, una delle città industriali più importanti del Paese e in cui la comunità africana è particolarmente numerosa. Quest’ultima ondata di intolleranza nei confronti della popolazione africana emigrata in Cina è scattata dopo che 5 nigeriani sono risultati positivi al Covid-19 e dopo che si sono diffuse delle voci secondo cui un altro nigeriano avrebbe violato la quarantena, contagiando il proprietario di un ristorante e sua figlia. Tutto ciò, unito alla paura sempre più diffusa che il virus possa tornare a mietere vittime nel Paese a causa degli “stranieri”, ha alimentato delle fratture già esistenti tra la popolazione. Anche prima della diffusione del coronavirus la convivenza tra la comunità africana e quella cinese non è sempre stata facile: già in passato gli africani residenti in Cina avevano denunciato un trattamento discriminatori nei loro confronti. Il pericolo adesso è che quelli che erano stati fino a poco fa episodi non particolarmente numerosi inizino adesso a moltiplicarsi sulla scia della paura e della disinformazione.

I rapporti diplomatici

Le denunce diffuse in rete dalla comunità africana hanno raggiunto in poco tempo non solo le autorità cinesi, ma anche i Governi di Uganda, Nigeria e Kenya, Paesi di provenienza della maggior parte di coloro che sono emigrati dal continente africano verso Oriente. Gli ambasciatori dei suddetti Stati hanno reagito inviando una lettera al Ministero degli esteri di Pechino in cui chiedevano l’intervento delle autorità cinesi per mettere fine a questi episodi di discriminazione e per contrastare l’idea sempre più diffusa secondo la quale il virus sia diffuso dagli africani. I diplomatici, nello specifico, hanno chiesto “immediatamente la cessazione di test, quarantena e altri trattamenti disumani” nei confronti dei loro cittadini. La risposta del ministro Zhao Lijian non è stata però quella sperata: il funzionario ha infatti negato le accuse, affermando che si tratta di una campagna diffamatoria messa in piedi dagli Stati Uniti. L’accusa nasce dal fatto che le prime notizie su questi episodi di discriminazione sono stati infatti resi noti dal consolato americano a Canton.

Al di là del rimpallo di accuse, un atteggiamento discriminatorio nei confronti della componente africana rischia di incrinare i rapporti tra la Cina e il continente africano, mettendo a rischio un commercio che nel 2019 ha raggiunto un valore di 208 miliardi di dollari.

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