Non esiste un solo vaccino anti Covid. Al contrario, ci sono molteplici antidoti – alcuni approvati, altri in via di approvazione – capaci di arginare la diffusione del Sars-CoV-2. Ciascun vaccino utilizza i propri “ingredienti” e, cosa fondamentale, si affida a una tecnologia ben precisa. Per comodità, possiamo distinguere cinque tipi di vaccini. I primi sono i vaccini a mRNA, i quali piazzano frammenti di materiale genetico nelle cellule umane, così da indurle alla produzione di antigeni di organismi patogeni (esempio: le spike virali), a loro volta in grado di stimolare la risposta immunitaria. Rientrano in questa categoria i vaccini Pfizer-BioNTech e Moderna.

Troviamo poi i vaccini che usano i virus come vettori per scatenare una tempesta immunitaria, quelli che optano per i virus inattivati, i vaccini vivi attenuati e quelli a subunità. Il loro obiettivo è sempre il solito: arginare il coronavirus. Funzionano tuttavia in modo diverso, e hanno tassi di efficacia più che sicuri ma comunque variabili l’uno dall’altro. Non è finita qui: ci sono vaccini che immunizzano i pazienti dopo la prima dose, e altri che richiedono invece una doppia iniezione a distanza di alcune settimane. Gli antidoti di Pfizer e Moderna rientrano in quest’ultima fattispecie.

L’importanza della doppia dose

Nella gioia generale dell’arrivo dei vaccini, molti si sono probabilmente dimenticati che, affinché possa esserci la completa immunizzazione di un paziente, è necessario somministrare due dosi del vaccino Pfizer-BioNTech. Senza il doppio “shot”, è come se non fosse accaduto niente. È proprio qui che, nei prossimi giorni, potrebbe emergere un nodo spinosissimo. Innanzitutto: ogni governo deve necessariamente aver fatto i propri calcoli.

A tre settimane dalla somministrazione delle prime dosi, ciascun Paese dovrà essere certo di avere tra le mani anche la seconda dose, così da completare l’opera. Saranno dunque fondamentali le date di consegna degli stock dei vaccini. Che però, a causa di eventuali contrattempi, potrebbero ritardare. Al netto del nodo logistico, c’è da considerare un altro aspetto non da poco. Prendiamo il caso di un paziente italiano che, tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio, abbia ricevuto la prima dose del vaccino Pfizer. Nel giro di tre settimane, questo cittadino dovrà fare i conti con il richiamo. E quindi ricevere una nuova dose Pfizer.

Un rischio da evitare

Attenzione però, perché, tra i vari contrattempi, potrebbe succedere che, a tre settimane dalla somministrazione della prima dose, non siano momentaneamente disponibili vaccini Pfizer. A quel punto, il nostro paziente dovrà temporeggiare fino all’arrivo di un nuovo ordine del siero americano (con gli esperti certi che, attendere una settimana in più rispetto alle tre previste dalla road map, non cambi le carte in tavola). Che cosa succederebbe, invece, nel caso in cui lo stesso paziente dovesse ricevere la seconda dose di un vaccino differente rispetto a quello iniettato con la prima chiamata? Ma, soprattutto, siamo sicuri che l’apparato organizzativo allestito dai vari Paesi europei sia in grado di tener conto di tutte queste variabili?

Anche perché rispondere alla prima domanda risulta alquanto complesso. In teoria – restiamo sempre nel campo teorico – i vaccini Pfizer e Moderna sono entrambi a mRna. Usano tuttavia composti differenti e, mescolarli, potrebbe generare veri e propri pasticci. Il discorso potrebbe ulteriormente complicarsi nell’imminente futuro, quando saranno disponibili vaccini di vari tipi. In tal caso, che cosa succederebbe se un paziente dovesse prendere due dosi di vaccini completamente differenti? Adattando questi dubbi leciti al contesto italiano, è importante già da adesso che i centri vaccinali verifichino che i cittadini coperti dalla prima dose Pfizer ricevano una seconda dose proveniente dalla medesima casa farmaceutica. Meglio avvantaggiarsi sui tempi.

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