In estate, al termine della prima ondata di Covid-19, i Paesi europei hanno gradualmente allentato le misure restrittive che avevano varato tra l’inverno e la primavera per bloccare la corsa del virus. È proprio in quei mesi, quando i dati della pandemia lasciavano finalmente tirare un sospiro di sollievo, che i governi avrebbero dovuto assumere un atteggiamento quanto più prudente possibile. Con le terapie intensive svuotate, i ricoveri in ospedale pressoché inesistenti, i contagi quotidiani ridotti al lumicino e i decessi pressoché annullati, le autorità avrebbero dovuto puntare tutto su appositi sistemi di tracciamento per rilevare ogni singola minaccia.

In uno scenario come quello appena descritto, era possibile fare qualcosa del genere. Peccato che non sempre le strategie basate su test, tracciamento e isolamento abbiano funzionato come avrebbero dovuto. E peccato che, senza più i blocchi a isolare ciascuna nazione, e con le persone libere di spostarsi da uno Stato all’altro, eventuali falle insite in uno o più modelli di prevenzione abbiano contribuito a vanificare gli sforzi effettuati dagli altri Paesi. Più o meno è questo il contenuto dell’ultimo studio pubblicato dalla rivista Nature. Uno studio, intitolato Underdetection of COVID-19 cases in France threatens epidemic control, che accende i riflettori sulla Francia, considerato uno degli anelli deboli d’Europa per quanto riguarda la rilevazione dei soggetti positivi al coronavirus.

Effetto cascata

C’è un dato che balza subito all’occhio, ed è un dato utile per sottolineare gli errori commessi dalla Francia. Nelle prime sette settimane successive al blocco dall’11 maggio al 28 giugno 2020, circa 90mila infezioni sintomatiche incidenti non sono state accertate dal sistema di sorveglianza nazionale. Calcolatrice alla mano, significa che ben nove casi su 10 sono riusciti, in qualche modo, a eludere la sorveglianza. Questo significa che moltissimi pazienti positivi, senza saperlo, hanno trascorso le loro giornate come se niente fosse. Spostandosi, magari, tanto all’interno del Paese quanto all’estero.

È infatti probabile che, approfittando dell’estate, molti di loro possano aver scelto di trascorrere le vacanze all’estero, contribuendo a diffondere il virus nel resto d’Europa e preparando il terreno alla seconda ondata. Sia chiaro, un discorso simile vale per ogni paziente positivo non rilevato dal sistema di tracciamento del proprio Paese di appartenenza. In questa sede parliamo della Francia perché un approfondito studio di Nature ha evidenziato le gravi falle presenti nel modus operandi francese. Le stesse che potrebbero aver contribuito a rendere incontrollabile la pandemia.

Una strategia inefficace

Il report diffuso da Nature, riferendosi alla Francia, parla chiaro: “La capacità del sistema è rimasta insufficiente anche ai bassi livelli di circolazione virale raggiunti dopo il blocco, ed è stato previsto che si deteriorasse rapidamente con l’aumento dell’attività epidemica”. Tra gli altri aspetti emersi, secondo i dati della sorveglianza partecipativa, soltanto il 31% delle persone con sintomi assimilabili al Covid-19 ha consultato un medico durante il periodo di studio. Ciò lascia presupporre che un gran numero di casi sintomatici di Covid-19 non abbia richiesto alcuna consulenza medica nonostante le raccomandazioni.

Rispetto al picco della seconda ondata, rilevato lo scorso 7 novembre con oltre 88mila casi, da giorni i nuovi positivi variano dai 12 ai 18mila al giorno. C’è stata una diminuzione, ma i valori restano tuttavia elevati. In vista del futuro, e di una possibile terza ondata, i Paesi europei dovrebbero affinare ulteriormente le proprie strategie di tracciamento, così da individuare quanti più pazienti infetti possibili e limitare la possibile diffusione del virus nel resto d’Europa.

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