Era il 21 febbraio del 2020 quando è stato rilevato il primo caso di Covid in Italia a Codogno. Da quel momento tutto il Paese si è ritrovato a fare i conti con l’emergenza sanitaria. Dopo quella data la confusione e gli errori hanno preso il sopravvento in ogni aspetto della gestione dell’emergenza. Inutile girarci intorno: l’Italia nella lotta contro l’epidemia sta uscendo drasticamente ridimensionata e sempre più vulnerabile. In questa occasione tutte le falle del “sistema Paese” sono venute al pettine.

Quella sottovalutazione che ha aperto le porte al virus in Italia

Era il 2 febbraio del 2020 quando a Wuhan veniva consegnato il primo Covid hospital costruito appositamente per fronteggiare l’emergenza sanitaria. In Italia la Cina appariva lontana, il Sars-CoV-2  veniva visto come un problema che riguardasse solamente l’Asia orientale e di cui guardarsi solo se si fosse venuti in contatto con gente che provenisse da quel territorio. Una visione generale sbagliata della situazione ma che trovava giustificazione nel protocollo del ministero della Salute n.2302 emanato il 27 gennaio del 2020. Il documento infatti  prevedeva la possibilità di effettuare il tampone laringo faringeo solo “ per i casi sospetti” ovvero per quelle persone con “un’infezione acuta grave” con provenienza da “aree a rischio dalla Cina”. Sin dall’inizio è passato l’errato messaggio di un problema destinato a rimanere circoscritto nello stesso luogo in cui si era generato.

Ad alimentare questa convinzione anche gli esperti del settore scientifico e i politici che prendevano parte ai talk dei salotti televisivi. In queste circostanze si è sempre parlato di un problema che poco avrebbe intaccato l’Italia. Dalla superficialità all’isteria è stato un attimo. Dopo il primo caso di Codogno del 21 febbraio è arrivato anche il primo decesso a Vo. Da quel momento l’Italia, colta di sorpresa, si è trovata nel mezzo della pandemia senza gli appositi strumenti per combatterla.

Le falle delle misure adottate

Dal momento in cui la pandemia ha corso velocemente in Italia, il primo strumento necessario per conoscere chi fossero le persone contagiate e potenzialmente infette erano i tamponi. Ma quanti tamponi si facevano al giorno? Quanti ne venivano processati? Pochi. Un numero non sufficiente a rilevare una buona fetta dei casi di contagio. Soltanto alla fine della prima ondata l’Italia ha iniziato ad aumentare il numero dei tamponi quotidiani, ma è rimasta indietro con il sequenziamento del virus. Un’attività molto importante che permette di conoscere le varianti del Sars-CoV-2 e quindi la sua evoluzione con le conseguenze che ne derivano. Mentre Regno Unito, Nuova Zelanda e Australia  hanno da subito lavorato per sequenziare il coronavirus, l’Italia non ha investito in questo settore rimanendo molto indietro: “Fino a dicembre nel nostro Paese – ha dichiarato il professor Marco Falcone su il Giornale.it – è stato sequenziato solo l’1% dei virus”. Solamente nel gennaio del 2021 è stato aperto un apposito consorzio di laboratori per arrivare al sequenziamento del virus.

Il ritardo nei tamponi e nel sequenziamento, non ha permesso un deciso tracciamento dell’epidemia. E così, nel corso della prima ondata, invece di adottare azioni per combattere il virus partendo dalle basi, è stato semplicemente alzato uno scudo di difesa attraverso il lockdown: una volta finito, la situazione è tornata come prima o peggio. L’estate trascorsa ha lasciato tregua per pensare alle prossime misure di difesa da adottare in vista della preannunciata seconda ondata: se nella prima gli errori potevano essere giustificati da una situazione sottovalutata ma comunque nuova e grave, così non poteva essere nel suo ritorno in autunno. I fatti hanno invece dimostrato che l’Italia non ha imparato dagli sbagli commessi.

L’esempio dei monoclonali

C’è un ramo della ricerca di farmaci anti Covid che rappresenta l’emblema di come si è mossa l’Italia in questi faticosi 12 mesi. Riguarda l’uso degli anticorpi monoclonali: “Gli anticorpi monoclonali – ha spiegato su InsideOver il virologo Matteo Bassetti – sono importanti da utilizzarsi nella fase precoce della malattia per evitare che essa degeneri ed evolva verso forme più gravi. Essi hanno il compito di bloccare la cascata infiammatoria”. L’Italia è in prima linea nella produzione. A Latina infatti è presente la Bsp Pharmaceuticals, una società che opera anche per conto della Eli Lilly, azienda farmaceutica statunitense tra le più importanti nella produzione di monoclonali. Anche la tecnologia e la ricerca italiana quindi è arrivata con largo anticipo ad intuire le possibilità di questi farmaci.

È stato il sistema Paese invece ad arrivare con grave ritardo: “Il dottor Guido Silvestri – ha ricordato Matteo Bassetti – era riuscito grazie alla sua interlocuzione con chi produce gli anticorpi ad avere 10mila dosi disponibili già nello scorso mese di ottobre”. Il via libera per l’uso dei monoclonali è arrivato però soltanto il 3 febbraio, quando il comitato scientifico dell’Aifa, l’Associazione Italiana per il Farmaco, ha dato il disco verde. L’iter sui monoclonali è soltanto uno dei tanti aspetti riguardanti l’attuale emergenza sanitaria. Ma che ben rappresenta il (mancato) funzionamento del sistema Italia nel primo anno di pandemia: ritardo nelle decisioni, incapacità di mettere a sistema ricerche e conoscenze, lentezza degli apparati burocratici. Sono tutti elementi questi che hanno contribuito a condannare a una sorta di affanno perenne il nostro Paese.

Una confusione da cui l’Italia non è più uscita

In poche parole, l’Italia il 21 febbraio 2020 si è risvegliata confusa. E da questa confusione non si è più ripresa: “Credo che questo sia dipeso anche da fattori culturali – ha commentato su InsideOver lo studioso e opinionista Pierluigi Fagan – Lo si può vedere su quanto è accaduto a livello mediatico: abbiamo portato in piazza conflitti, impressioni, divisioni, questo ha contribuito a dare alla popolazione maggiore sconcerto ed a rallentare anche la fase decisionale”. Gli italiani, impauriti dalle impennate dei contagi, si sono ritrovati al centro di una miriade di decisioni e opinioni che non hanno consentito di ridare una certa lucidità al Paese: “Da altre parti – ha proseguito Fagan – la comunicazione è stata più centralizzata e non c’è stata una pluralità di interventi così ampia da parte del mondo scientifico”.

“Non crediate – ha aggiunto l’opinionista – che in Germania ad esempio non ci siano stati scontri. Ma tutto è stato gestito più internamente. Da noi invece si è avuto un eccesso di pubblicità su ogni decisione sia scientifica che politica. Con divisioni ben marcate in ogni ambito e una confusione che non ha aiutato il Paese”. Uno degli storici problemi dell’Italia è il non riuscire ad imparare dai suoi errori. A giudicare da come oggi, a distanza di un anno da Codogno, si sta continuando a gestire l’emergenza, è difficile credere che l’esperienza maturata in 12 mesi stia servendo a qualcosa.

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