Roberto Calasso è stato, in fin dei conti, semplicemente un uomo colto e libero. E tanto basta a far comprendere l’incisività della sua opera nel mondo editoriale italiano del XX e del XXI secolo. Non è la straordinarietà dell’ordinario, in questo caso, a colpire, quanto piuttosto la capacità di Calasso di plasmare una creatura editoriale capace di fare scuola in Europa a immagine e somiglianza della sua visione del mondo e della cultura.

Da direttore editoriale della Adelphi Calasso ha dato voce a un’ampia e plurale gamma di autori. Del suo tempo e del passato. Qualche volta, si può dire, del futuro, anticipando la celebrità o la trasposizione in icone “pop” di scrittori e saggisti con ben ponderate intuizioni. Ma a colpire, in particolare, è l’ampiezza dei temi su cui la Biblioteca Adelphi, che dal 1965 ad oggi ha collezionato oltre 700 titoli, si è focalizzata.

Un’ampiezza che è specchio della profonda curiosità culturale del suo deus ex machina. Etologia (Konrad Lorenz) e letteratura del fantastico (J.R.R. Tolkien), esoterismo (Gurdjeff Guenon) e fede (Ignazio di Loyola), pensatori laici (Benedetto Croce) e veri e propri mistici (Simone Weil). Un flusso di coscienza continuo, polimorfo, in grado di adattarsi ai molteplici stimoli che Calasso e la sua Adelphi erano in grado di cogliere e trasmettere, dando alla luce testi che “avevano rischiato di non diventare mai libri”, come scritto nel 2013 ne L’impronta dell’editore.

Calasso e la l’Adelphi tra sacro e profano

Calasso è stato un personaggio sui generis, non inquadrabile in cordate, filoni espressivi, aree politiche precise. Un Franco Battiato dell’editoria, capace di creare un universo di riferimento in grado di portare a visitare, metaforicamente, mondi lontanissimi e a recepire stimoli eterogenei in chi ha la predisposizione giusta per inoltrarvisi. Tra gli autori pubblicati da Calasso trovava spazio Manlio Sgalambro, filosofo la cui collaborazione col maestro siciliano è alla base di alcuni dei suoi testi più profondi; trovava spazio un grande eretico della cultura italiana come Curzio Malaparte, rivale di ogni conformismo; spiccavano i viaggi in terre lontane e le epopee culturali, storiche, naturalistiche ed etnografiche del britannico Bruce Chatwin, inaugurate da In Patagonia, testo che ha la profonda capacità di portare alla scoperta di un profondo coacervo di storie e racconti umani narrando di una terra aspra, gelida e inospitale agli antipodi della nostra Europa.

Nell’Adelphi di Calasso il fiume della conoscenza scorre con tempi inusuali per l’era della società dell’informazione di massa. E i protagonisti delle sue raccolte sono, spesso, i grandi eretici, i pensatori liberi, le voci fuori dal coro. Che permettono di apprezzare con maggior profondità il lavoro di una casa editrice che, ricorda Pangeaseppe distinguersi per autonomia, e ha proseguito a farlo nell’ultimo mezzo secolo, in una fase in cui “i grandi editori, frastornati dal clima post bellico, premuti da esigenze moraliste e pedagogiche, dai pregiudizi politico-culturali della neonata società borghese, pubblicavano opere ovvie, tralasciando «vasta parte dell’essenziale. La bigotteria laica, gli afflati cattolici o marxisti, parevano obbligare gli editori ad accogliere a grappolo solo autori allineati, catalogabili”.

Chi altri, in fin dei conti, poteva portare in Italia la meglio realizzata versione di Massa e potere, il testo di analisi del rapporto tra le società e l’autorità scritto dal pensatore tedesco-britannico Elias Canetti, Nobel per la Letteratura del 1981, dissacrante critica delle principali ideologie del Novecento? Chi, negli Anni Settanta, riscoprire Joseph Roth e, assieme a romanzi fondamentali come La cripta dei cappuccini, l’afflato mitteleuropeo e la nostalgia per un”Europa che si poteva ancora pensare centro del mondo? Chi far partire un viaggio culturale nelle grandi religioni del mondo in grado di toccare l’induismo (con un’edizione della Bhagavadgita), il buddhismo (con Le gesta del Buddha del monaco e poeta Asvaghosa), il canone biblico e la traduzione cristiana?

In quest’ultimo campo, l’Adelphi targata Calasso ha potuto pubblicare versioni curate e commentate del Libro di Giobbe, “cibo, vestimento e balsamo per la mia povera anima” per Soren Kierkegaard, e del Cantico dei Cantici di San Francesco, affidandone la curatela al filosofo Guido Ceronetti, rispondendo con la semplicità della saggezza antica ai pomposi richiami dell’egemonia culturale di allora?

La riscoperta di Nietzsche

Calasso è un editore, ma anche un enigma. Ci si chiede se, in fin dei conti, non abbia fatto tutto questo solo per gioco. Per il vezzo intellettuale di mostrare che la cultura è tale, senza aggettivi, e deridere di conseguenza le guerre tribali inscenate da egemoni, fedelissimi di partito, scrittori mainstream. Profondità e semplicità si fondono laddove gli “Adelphi”, i fratelli riuniti in una comune visione culturale, lasciano il segno mostrando i rischi insiti in un eccessivo incasellamento delle opere letterarie in schemi ideologici e politici. Irriverente nei confronti dei censori di autori come Ernst Junger, da lui meritoriamente riportato all’attenzione del pubblico italiano, Calasso seppe costruire la sua opera omnia restituendo alla cultura italiana Friedrich Nietzsche, la cui traduzione pressoché integrale ha rappresentato un’operazione volta a restituire giustizia sul piano culturale e filologico al ricordo di un autore controverso e troppo spesso malinterpretato nel nostro contesto nazionale.

In particolare nella traduzione e nel commento dell’Ecce Homo di Nietzsche, realizzati nel 1969 a 28 anni, c’è tutto Calasso: la curiosità, l’estro, l’acume culturale. Come a sanare un debito verso il grande filosofo di Rocken, Calasso traduce l’opera e la commenta al fine di invertire la tradizionale interpretazione “degenerativa” leggendo, in fin dei conti, nel “Cristo o Dionisio?” con cui si conclude l’opera più autobiografica di Nietzsche non la domanda insoluta prima del declino della sua mente ma il grande dilemma esistenziale dell’uomo contemporaneo il cui disvelamento è forse il grande dono del pensatore tedesco. Conscio che l’Europa del XX secolo sarebbe stata perennemente intrisa del dualismo tra la sua vocazione tradizionale e una spinta sistemica all’entropia. Il fatto stesso di restituire alla giustizia la traduzione letterale del termine Übermensch in “Oltreuomo“, spazzando via ogni possibile richiamo oscuro insito nel sulfureo “Superuomo”, dimostra un’attenzione e una cura dei dettagli culturali e del pensiero di un autore, anche se scomparso, tale da denotare il profondo rispetto di Calasso per ogni forma di espressione culturale. Da vero intellettuale libero. Capace di parlare al mondo in più lingue, in più stili e in più modalità espressive. Con la forza dirompente dei libri.

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