Le prime informazioni si sono avute il 14 dicembre scorso con dei documenti girati dal governo britannico all’Oms. Da allora sono iniziate una serie di indagini che, nel giro di pochi giorni, hanno poi portato all’attuale allarme relativo alla cosiddetta variante inglese del coronavirus. In Europa soprattutto sono scattate una serie di misure volte a prevenire possibili contagi, chiudendo i voli da e per la Gran Bretagna. Mosse più dettate dal panico che da una reale condizione di immediato pericolo. Perché in realtà il Sars Cov 2 ha già subito numerose mutazioni. E tante altre ancora sono da mettere in conto, almeno secondo gli esperti.

La diffusione nel Kent

Come si è arrivati all’identificazione della nuova variante? A ripercorrere le tappe è stata l’Oms tramite un documento diffuso nelle scorse ore. Una solerzia, quella dell’agenzia delle Nazioni Unite, forse giustificata dal fatto che dalla sede di Ginevra c’è voglia di riscatto dopo le magre figure perpetuate un anno fa. Di fronte ai primi casi sospetti dell’insorgenza di un nuovo coronavirus trapelati dalla città cinese di Wuhan, l’Oms ha fatto spallucce. Soltanto il 30 gennaio scorso si è arrivati al primo allarme, tuttavia non sono mai stati resi noti i dettagli e anzi al governo cinese sono stati lanciati plausi per l’azione di contrasto al virus. In questo caso invece, da Ginevra hanno fatto sapere che i primi avvisi da Londra sono arrivati il 14 dicembre, da quel momento in poi è scattata un’indagine epidemiologica volta a rintracciare l’origine del “nuovo” virus. Si è notato, in particolar modo, che in una specifica regione inglese i contagi erano in aumento.

La regione in questione è quella del Kent, nel sud dell’Inghilterra. Dal 5 ottobre al 13 dicembre, i casi di coronavirus hanno subito un’inaspettata impennata: “In media, dall’inizio della pandemia, nel Regno Unito sono stati sequenziati di routine tra il 5 e il 10% di tutti i virus Sars-CoV-2 rilevati, il 4% nel Sud-Est dell’Inghilterra – si legge nel documento redatto dall’Oms – Nel periodo 5 ottobre-13 dicembre, oltre il 50% degli isolati è stato identificato come variante”. Dunque è stato ben evidente a quel punto che la mutazione genetica del virus aveva preso piede nella regione a sud di Londra. Un’analisi retrospettiva “ha poi rintracciato – si legge ancora nel documento – la prima variante identificata nel Kent, il 20 settembre 2020”. A novembre l’espansione della variante ha subito un’ulteriore accelerata: “La maggior parte dei casi -conclude il documento Oms – si sono verificati in persone di età inferiore a 60 anni”.

La variante è già in Europa

A partire da domenica, diversi governi hanno vietato viaggi da e per la Gran Bretagna. Nel Kent si è creata una lunga fila di camionisti all’imbocco dei traghetti verso la Francia per via delle stringenti norme adottate da Parigi. Norme che però appaiono slegate da reali esigenze. In primis, perché dal documento dell’Oms si evince come la variante scoperta nel sud dell’Inghilterra si trova già da altre parti. In particolare, la mutazione è stata rintracciata anche in alcuni casi di contagi riscontrati nei Paesi Bassi, in Danimarca, in Islanda e anche in Italia. Casi di VUI 202012/01, questo il nome provvisoriamente attribuito dagli inglesi al virus mutato, sono stati trovati anche nella lontana Australia. Segno di come i confini britannici sono stati ampiamente superati dalla nuova variante.

Inoltre, le indicazioni dell’Oms sono rivolte alla prudenza ma non sembrano riportare ulteriori novità rispetto a quanto già detto nei mesi precedenti: “Tutti i Paesi devono valutare il proprio livello di trasmissione locale e applicare adeguate attività di prevenzione e controllo, compreso l’adattamento delle misure di salute pubblica e sociali secondo guida Oms”, si legge nel documento. Nessuna specifica indicazione dunque, se non quelle ritenute di base per rallentare la trasmissione del virus: “Uso della mascherina – ribadisce l’organizzazione – distanziamento sociale e lavaggio delle mani”. In poche parole, anche se il virus è mutato non sono variate invece le misure che già si conoscono.

La maggiore contagiosità

Nel documento dell’Oms, è stato confermato l’aspetto critico della variante. Si tratta cioè del sospetto relativo alla possibilità che il virus mutato sia più contagioso: “La variante è più trasmissibile dei precedenti virus circolanti, con un aumento stimato della trasmissibilità compreso tra il 40% e il 70%”, ha ammesso l’organizzazione. Ma questo non vuol dire maggiore aggressività. Lo ha ribadito il presidente dell’Aifa Giorgio Palù: “I dati sulla variante inglese del coronavirus sono comparsi su un sito informatico da parte di un gruppo ricercatori inglesi – si legge nelle sue dichiarazioni rese a RadioUno – ma oltre all’analisi genomica e informatica che fa presumere che questo virus abbia caratteristiche che lo rendono più contagioso, dietro non c’è nessun dato di biologia, né di chimica che giustifichi che questo virus è più aggressivo, più virulento, addirittura più letale. Questi dati proprio non ci sono”.

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