La data chiave sul calendario da cerchiare in rosso è l’8 gennaio. Da quel momento in poi la Cina cesserà di sottoporre i viaggiatori in arrivo nel Paese al rigido iter burocratico-sanitario ideato per arginare la diffusione di Sars-CoV-2.

Niente più quarantene infinite a proprie spese, con il rischio di finire in qualche struttura di isolamento in caso di positività, anche asintomatica, e stop anche all’ultima forma light di prevenzione, consistente in una quarantena di otto giorni, cinque da spendere in un hotel o centro designato, i restanti presso il domicilio. Per superare la Muraglia basterà presentare i risultati negativi al test Covid entro le 48 ore dalla partenza, ha spiegato la National Health Commission cinese.

Il governo cinese ha inoltre declassato la gestione del virus dal livello più alto al secondo più alto, rimuovendo, di fatto, anche la giustificazione legale per le aggressive politiche sanitarie alla base della Zero Covid Policy. Le autorità continueranno a monitorare la diffusione del “nemico invisibile” e adotteranno le misure necessarie per spegnere i focolai che si verranno a creare.

Siamo di fronte ad un paradosso. Il Paese che fino a un mese fa faceva scontare ad ogni contagiato, asintomatici e paucisintomatici compresi, quarantene rigidissime, secondo regole altrettanto draconiane, comprensive di blocchi di interi quartieri o palazzi residenziali a fronte di una manciata di casi e test a tappeto (non solo alle persone), ha decretato un vero e proprio liberi tutti. Allo stesso tempo, sono le altre nazioni – le stesse per altro che criticavano spesso il modello cinese per la sua durezza – che iniziano adesso a preoccuparsi di quanto sta accadendo in Cina e temono contagi di ritorno. Già, perché teoricamente nel 2023 i cinesi saranno liberi, dopo tre anni trascorsi in una bolla, di ricominciare a viaggiare in giro per il mondo.

In Italia, ad esempio, la Regione Lombardia ha dato indicazione all’ATS INSUBRIA di riferimento per l’aeroporto di Milano Malpensa di sottoporre a tampone molecolare di screening per Covid-19 tutti i passeggeri/operatori provenienti dalla Cina, in una disposizione con scadenza il 30 gennaio 2023. È stato tuttavia specificato che la misura è di prevenzione e la richiesta del tampone molecolare non è obbligatoria, e che il tutto serve, in ogni caso, ad accertare il tipo di variante Covid di chi arriva dal Paese asiatico.

Dal 30 dicembre il Giappone imporrà un test Covid ai visitatori provenienti dalla Cina, così come l’India, che ha aggiunto alla lista anche il personale in arrivo da Giappone, Corea del Sud, Hong Kong e Thailandia. La situazione è dunque delicata, ma bisogna tenere in considerazione che, sulla carta, il Covid continua a circolare anche al di fuori della Cina. E che, dunque, il Sars-CoV-2 è già ampiamente “in mezzo a noi”. Certo, è doveroso monitorare con attenzione l’eventuale comparsa di varianti più aggressive.

L’inversione a U della Cina

In ogni caso, tornando alla Cina, è interessante notare un chiaro segnale di declassamento dell’impatto del virus. Il governo ha cambiato il nome cinese di Covid-19 da “nuova polmonite da coronavirus” a “nuove infezioni da coronavirus”. La virulenza molto ridotta di Omicron rispetto al ceppo ancestrale emerso da Wuhan significa che la maggior parte delle persone deve fare i conti con lievi infezioni del tratto respiratorio superiore.

“La nostra priorità ora deve passare dalla prevenzione e dal controllo dell’infezione al trattamento, con l’obiettivo di garantire la salute, prevenire malattie gravi e consentire una transizione stabile e ordinata mentre adeguiamo la nostra risposta al Covid”, ha spiegato Liang Wannian, un alto funzionario sanitario che sovrintende alla risposta al Covid in Cina.

Nel frattempo la quotidianità cinese è completamente cambiata. Le persone con sintomi lievi si presentano al lavoro perché nessuno si preoccupa più di controllarle. Le medicine scarseggiano perché è alto il timore di contagiarsi. Chi può si ingegna per mettere le mani sui farmaci mirati a ridurre la febbre. Non importa se la quasi totalità degli infetti è asintomatica o paucisintomatica: l’enorme domanda di forniture mediche, anche a fronte di problemi oggettivamente banali, ha raggiunto vette insostenibili, tanto che il governo, in alcune città, è dovuto intervenire per mitigare la carenza di farmaci.

“Sei responsabile della tua salute”, è il nuovo slogan ripetuto dai media statali. Significa che ciascun cittadino dovrà pensare alla propria salute e che lo Stato non si incaricherà più di azzerare i contagi prima che questi possano diffondersi. Si tratta di un importante cambio di rotta che ha provocato un vero e proprio terremoto in tutto il Paese. Un Paese che, dall’inizio del 2020, è sottoposto ad un modello sanitario anti Covid di ferro. Serviranno numerose scosse di assestamento affinché la Cina imparerà veramente a convivere con il virus. Nel frattempo i governi locali stanno aspettando una guida dai loro superiori. Se la Zero Covid Policy poteva essere dosata, e tutti sapevano cosa fare, il cambio di passo avallato da Xi Jinping ha lasciato i funzionari perplessi su come comportarsi.

Perché Pechino ha cambiato strategia

Armonia sociale a rischio, contraccolpi economici impossibili da ammortizzare all’infinito e presa di coscienza sulla natura di Sars-CoV-2: sono queste le tre ragioni principali che hanno spinto la Cina ad archiviare la Zero Covid Policy in favore di una sorta di liberi tutti. L’unico problema riguarda l’eccessiva rapidità del passaggio dal vecchio al nuovo modus operandi. Detto altrimenti, il cambio di passo è stato troppo repentino e non accompagnato, in maniera graduale, da una adeguata preparazione.

Tutto è iniziato alla fine di novembre, quando il malcontento per la tolleranza zero contro il virus è esploso scatenando proteste in città di tutto il Paese. I funzionari hanno rapidamente smantellato molte delle misure pandemiche più dure. La velocità del cambiamento ha lasciato gli esperti sanitari perplessi, mentre il numero di cinesi contagiati ha iniziato ad aumentare in maniera esponenziale, mettendo il sistema sanitario sotto pressione. La Cina, in un mese, ha così aumentato la quota di letti in terapia intensiva da meno di 4 per 10.000 persone a 10,6. Altri 70.000 posti letto in tutta la nazione possono essere convertiti in terapia intensiva in caso di urgenza.

Come si comporterà d’ora in avanti Pechino? Le autorità hanno affermato che la Cina migliorerà il trattamento dei pazienti gravi aumentando la fornitura di dispositivi medici salvavita, come i ventilatori, e la capacità delle unità di terapia intensiva. Inoltre, riutilizzerà le strutture di quarantena negli ospedali per il trattamento dei pazienti Covid.

La brusca inversione a U della Cina sul Covid ha ribaltato le aspettative di economisti e investitori, complicando le stime su come queste politiche influenzeranno la crescita economica del Dragone. Sebbene sia probabile che, almeno nel breve periodo, i casi possano aumentare e i residenti limitare le loro uscite pubbliche, il cambiamento cinese apre la strada ad una ripresa economica più completa. Ne sapremo di più una volta che la Repubblica Popolare Cinese supererà la prima grande ondata di infezioni. Intanto, per il 2023 la Cina si è impegnata a rilanciare i consumi e sostenere il settore privato. Due chiari segnali che lasciano presagire quale sarà il prossimo obiettivo del gigante asiatico: aumentare il prodotto interno lordo puntando ad una crescita pari al 5% o superiore.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.