In un mondo bombardato continuamente da informazioni provenienti da molteplici fonti e di diversa natura, anche l’informazione, quella che rappresenta il sistema delle news, può diventare un’arma. Che non è solo quella che possiamo osservare quotidianamente con l’utilizzo dei social network da parte di persone che palesemente utilizzano questi mezzi per creare notizie false. Esiste un sistema molto più sofisticato, sottile, e per certi versi inquietante, che rimane oscuro ma che può avere ripercussioni enormi non solo sulla credibilità di un personaggio, ma anche su quella di un intero sistema politico e mediatico.

Dare un’informazione o non darla, capire da quale fonte provenga e soprattutto capire quale gruppo di pressione si possa celare dietro la decisione di diramare una certa notizia è un’operazione complessa e necessaria. Ma che non tutti fanno. Ed è per questo che il giornalismo oggi ha di fronte a sé una doppia sfida: non solo non cadere nella trappola, ma anche riuscire a conoscere prima questo processo che rischia di far perdere credibilità e fiducia (se non l’ha già fatto) a tutto il giornalismo.

Intervenendo all’Università Cattolica di Milano, il presidente della Rai Marcello Foa ha parlato dei rischi dell’informazione perché “buona informazione e stampa libera sono fondamentali per la democrazia”. Vero, sono fondamentali: ma il confine fra buona informazione e informazione pilotata è molto labile. Specialmente in un periodo storico in cui le tecniche per creare notizie a uso e consumo di alcuni target specifici di pubblico è molto alta. E soprattutto è difficile, una volta inserita la notizia e martellato su un certo tema, riuscire a fermare la “cornice valoriale” per usare un termine utilizzato da Foa, su cui si basa poi nel tempo l’idea dell’opinione pubblica. Anche perché, una volta rivelata falsa la notizia, la smentita non si conferma mai potente come quella “fake” replicata in anni e anni di quella che rischia di essere a tutti effetti “propaganda”, anche se non proveniente da regimi dittatoriali o che privano della libertà d’informazione.

L’esempio del Russiagate è significativo. Dall’inizio del mandato di Donald Trump alla Casa Bianca (ma anche prima, durante le elezioni presidenziali), il tycoon è stato accusato di essere una sorta di pedina in mano alla Russia di Vladimir Putin. Si è creato un gigantesco sistema investigativo, giudiziario e mediatico in cui il presidente degli Stati Uniti era sostanzialmente indicato come manovrato da Mosca o, nella migliore delle ipotesi, come un fiero alleato del Cremlino. Poi si è scoperta un’altra verità: l’indagine non ha portato a nulla e anzi, quello che è stato appurato è che si sia trattato di un’indagine del tutto inconcludente.

La smentita è stata potente quanto la notizia principale? No. Perché è del tutto evidente che quella voce sull’unità di intenti fra il presidente Usa e quello russo è stata molto più profonda e sistemica rispetto alla smentita. Che infatti è svanita presto nonostante l’importanza estremamente rilevante di un’informazione che di fatto ha completamente smontato un’impalcatura mediatica e politica che per anni ha rappresentato la spada di Damocle che pendeva sulle spalle del capo della Casa Bianca. E che ha effettivamente ingabbiato le azioni del presidente americano proprio per evitare le accuse di connivenza con il Cremlino e di essere una sorta di elemento in mano del presidente Putin.

Il problema è che questo modo di operare da parte dei media crea di fatto un sistema di inaffidabilità e di sfiducia da parte dei lettori. E instilla il dubbio che l’informazione non sia non tanto imparziale, dal momento che l’imparzialità è un concetto molto vago e non privo di contraddizioni, ma che non sia un’informazione onesta. Il pericolo, in questi casi, è che l’informazione diventi un’arma che, pur contraddettasuccessivamente nei fatti, raggiunge, in ogni caso, il suo scopo. E che nessuno interrompa questo circuito vizioso che deve allarmare perché è in grado (questo sì) di cambiare le sorti del mondo. Come dimostrato in questi anni da foto e video che, rivelatesi falsi, hanno modificato i destini di governi e conflitti: dal Medio Oriente all’Europa.

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