Osman Kavala, 64 anni, simbolo del concetto di società civile indipendente, è stato condannato all’ergastolo. L’accusa arriva dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e scavalca le volontà dei suoi partner occidentali, che ne avevano chiesto la liberazione. Kavala era in custodia cautelare nella prigione di Silivri dal 1° novembre 2017.

La vicenda di Kavala è solo una delle ultime a mettere in evidenza il problema dei diritti umani in Turchia. Esprimere le proprie idee o semplicemente narrare i fatti ha reso la vita impossibile a giornalisti e scrittori e ha condotto a numerose accuse pregne di teorie del complotto prevalentemente nei confronti di Erdoğan. Per le donne, invece, risulta sempre più difficile lottare per i propri diritti e ne è testimonianza la recente accusa nei confronti del movimento We Will Stop Femicide Platform (WWSF).

L’atto d’accusa era una “finzione fantastica”

L’atto d’accusa contro i manifestanti era incoerente dal principio: pullulava di assurde teorie del complotto e non figuravano reali prove di attività criminali. Kavala lo aveva infatti definito una “finzione fantastica”. La versione raccontata pare essere in realtà una riscrittura della storia delle proteste.

La condanna si appella alla presunta volontà di Kavala di “rovesciare il governo turco”, poiché considerato ispiratore di una rivolta di giovani di Istanbul nel 2013 presso il parco Gezi. Kavala fu un mediatore tra i giovani e le autorità. Un ruolo che gli è costato già quattro anni e mezzo di prigione e che gli costerà ancora.

Yiğit Aksakoğlu, che lavorava in una fondazione che si occupava dello sviluppo della prima infanzia, è stato incarcerato il 17 novembre 2018, accusato di aver ricevuto istruzioni da Kavala per fomentare le proteste in una telefonata durata 35 secondi. Le prove del fatto che i due si siano mai incontrati prima non esistono. Eppure per l’accusa sì. Aksakoğlu è stato rilasciato su cauzione il 25 giugno 2019.

Insieme a Kavala, nonostante anche per loro la condanna prevista fosse l’ergastolo, sono stati condannati a diciotto anni di prigione anche altri sette imputati. L’accusa principale nei loro confronti è “tentativo di rovesciamento del governo o di impedimento parziale o totale delle sue funzioni”. La condanna per tutti gli imputati, se giudicati colpevoli, sarebbe stata l’ergastolo senza condizionale. Si tratta di uno dei reati più gravi del codice penale turco. Inoltre, il pubblico ministero li riteneva responsabili di crimini commessi dai manifestanti durante le proteste di Gezi. Perciò, gli imputati hanno dovuto fronteggiare ulteriori accuse come: danneggiamento di beni pubblici, danneggiamenti di un luogo di culto, detenzione illegale di sostanze pericolose, detenzione illegale di armi, lesioni gravi.

Proteste di Gezi 2013
Polizia utilizza lacrimogeni durante una protesta a Gezi Park

“La condanna di Osman Kavala e degli altri sette in un processo farsa in cui affermazioni selvagge e teorie del complotto hanno sostituito qualsiasi cosa somigliante a prove è una grave violazione dei diritti umani e un’ampia prova che i tribunali turchi operano sotto le istruzioni della presidenza Erdoğan”, ha dichiarato Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human Rights Watch.

Kavala è considerato un oppositore dal presidente turco Erdoğan, a tal punto che l’anno scorso aveva minacciato di espulsione dieci diplomatici occidentali, tra cui ambasciatori di Usa, Francia e Germania, per aver richiesto il rilascio dell’attivista in occasione del quarto anniversario del suo arresto.

“L’essenza dell’accusa era perseguitare gli attivisti per aver esercitato il loro diritto di protestare, un diritto protetto sia dal diritto turco che internazionale”, aveva affermato qualche tempo fa Andrew Gardner, ricercatore turco per Amnesty International. “La Corte europea dei diritti umani dovrebbe nuovamente pronunciarsi sul caso Kavala e le condanne accelereranno sicuramente la procedura d’infrazione contro la Turchia e aggraveranno la crisi nelle relazioni del Paese con il Consiglio d’Europa”, continua Roth. Questa storia ancora non trova una fine. Per avere ben chiaro lo scenario in cui l’accusa è sorta, proviamo a ripercorrere gli eventi.

La protesta di Gezi del 2013

La protesta di Gezi è nata come un sit-in per proteggere un parco del centro città che sarebbe stato demolito per far posto ad un centro commerciale per volontà del primo ministro Erdogan. La protesta è degenerata quando la polizia ha iniziato a rispondere con maggiore violenza contro i manifestanti. Sono morte otto persone, ottomila feriti, centoquattro con gravi ferite alla testa e undici hanno perso un occhio. I fatti di Gezi hanno scatenato proteste in tutta la Turchia. Una manifestazione per salvare il parco è diventata una rivolta nazionale contro il crescente autoritarismo del leader e del suo partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp).

Tutti i manifestanti rappresentavano e rappresentano un nemico appartenente ad una società civile che il governo turco non può tollerare. Il processo è stato uno specchio della profonda crisi dello stato di diritto che ha strisciato attraverso tutto il paese in questi anni.

Nel 2019 la Corte europea per i diritti umani (Cedh), organismo del Consigio d’Europa di cui anche la stessa Turchia fa parte, aveva stabilito che la detenzione di Kabala fosse “un abuso” senza basi solide e che fosse un deterrente per i difensori dei diritti umani. La Turchia ha ignorato la decisione. Ciò potrebbe comportare delle sanzioni, ma i componenti del Consiglio d’Europa ancora non hanno agito per il timore che la Turchia possa uscire dall’istituzione. L’acquisizione di un potere talmente ampio per il Paese non può essere una motivazione per non rispettare le decisioni prese e l’autoritarismo non dovrebbe sovrastare il Consiglio d’Europa.

Scenario politico

Le elezioni del 2018 che hanno visto Recep Tayyip Erdoğan rieletto e il Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp) di nuovo al governo, si sono svolte in uno scenario singolare. Dopo il tentato colpo di stato militare del luglio 2016 era stato imposto uno stato di emergenza con una crescente censura e repressione dei nemici, o ritenuti tali, del governo.

Tra la lunga lista di critici mal tollerati dal governo vediamo emergere il nome di Sener Levent, editore di giornali turco-cipriota, condannato ad un anno di carcere per aver insultato il presidente turco in una vignetta dell’8 dicembre 2017. La Turchia è il leader mondiale nella detenzione di giornalisti che scontano condanne per reati di terrorismo. La maggior parte dei media manca di indipendenza e promuove la linea politica del governo.

Non è la prima volta che chi esprime le proprie idee si trova a scontare pene troppo severe per uno stato “democratico”. Ahmet Altan, Mehmet Altan e Nazlı Ilıcak sono alcuni dei nomi di scrittori e commentatori che sono stati condannati all’ergastolo senza condizionale nel 2018 con l’accusa di colpo di stato senza fondamento. I giornalisti che lavoravano per i canali di informazione curdi in Turchia sono stati ripetutamente incarcerati in questi anni, ostacolando informazioni e rapporti critici dal sud-est del paese.

La polizia ha anche arrestato alcuni studenti durante proteste pacifiche nel campus contro l’offensiva della Turchia su Afrin, distretto popolato da curdi siriani nord-occidentali attaccato nel gennaio 2018, per aver utilizzato striscioni che manifestavano criticità nei confronti del presidente.

La lotta alla popolazione curda è infatti una costante. Il 18 aprile 2022 è stata lanciata l’ennesima offensiva militare contro i curdi in Iraq, nello specifico nei confronti del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), un’organizzazione del territorio turco e iracheno che lotta per l’indipendenza dello “Stato mai nato” e che viene considerata terroristica da Ankara. La realtà è che quest’ultimo non vuole permettere una riunificazione riconosciuta in modo ufficiale del Kurdistan.

L’avversione è stata riversata anche nei confronti di alcuni membri del Partito Democratico del Popolo (Hdp). Il partito non ha mai vissuto un momento di pace. Molti dei suoi esponenti e parlamentari sono stati arrestati e condannati con la solita infondata accusa di terrorismo, compreso il leader Selehattin Demirtas. Il motivo degli attacchi era dovuto all’accusa di essere in relazione con il Pkk, relazione che il partito ha sempre negato. La privazione della libertà di espressione del pensiero è una prassi ormai consolidata nel Paese. Ma non sono gli unici diritti a non essere rispettati.

E i diritti delle donne?

Negli ultimi temi anche i diritti delle donne hanno visto una preoccupante stretta. Il più grande movimento femminista della Turchia, We Will Stop Femicide Platform, ne sa qualcosa.

La piattaforma si chiama Cinayetlerini Durduracagiz Platformu (Kcdp), “Piattaforma Noi Fermeremo il Femminicidio”, conosciuta fuori dalla Turchia con il nome We Will Stop Femicide Platform (WWSF). La procura di Istanbul ne ha chiesto lo scioglimento perché accusato di essere “contro la morale”. I procuratori sostengono che il gruppo abbia violato la legge e agito in modo immorale “disintegrando la struttura familiare ignorando il concetto di famiglia con il pretesto di difendere i diritti delle donne”.

Le accuse sono ritenute infondate e illegittime dalle donne che fanno parte del movimento. Si tratta secondo loro di un attacco che rientra nella strategia politica di repressione del dissenso da parte del presidente Erdoğan, soprattutto in vista delle presidenziali che avranno luogo nel 2023. Fidan Ataselim, segretaria generale del WWSF, ha dichiarato: “Non vediamo questo come un semplice attacco nei nostri confronti. Per noi, questo è un attacco a tutte le donne in Turchia, a tutti i movimenti sociali, all’intera opinione pubblica democratica”.

Proteste contro la violenza sulle donne a Istanbul
Donne protestano contro la violenza sulle donne e femminicidio a Istanbul

Gulsum Kav ha fondato il movimento nel 2010, un anno dopo il ritrovamento del cadavere di Munevver Karabulut, una studentessa di 17 anni uccisa e abbandonata in un bidone della spazzatura a Istanbul. Le indagini per trovare il colpevole sono durate sei mesi e l’evento ha provocato numerose proteste. Con l’associazione si sono imposte l’obiettivo di capire quanti omicidi il cui movente era legato al genere avessero luogo in Turchia.

WWSF è ben collegata con movimenti femministi di tutto il mondo e ha organizzato grandi proteste nel 2021 contro la decisione di Erdoğan di ritirare il paese dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, conosciuta come Convenzione di Istanbul. Fu infatti ratificata nella città turca e la Turchia fu la prima a firmarla quando Erdoğan era già presidente. Le cose sono cambiate in questi anni.

“Si sono ritirati dalla Convenzione di Istanbul e la società ha reagito in modo molto forte. Ora stanno cercando di polarizzare la società. Stanno cercando di emarginare il nostro movimento ma non saranno in grado di farlo, perché siamo un’organizzazione che trae il suo potere dalla società”, ha affermato Ataselim.

Nel report annuale dello scorso anno si è calcolato che in Turchia sono state uccise 280 donne dai mariti, ma il numero effettivo potrebbe essere più alto: ci sono almeno altri 217 casi non confermati dalle autorità.

Gulsum Kav non permetterà la chiusura del movimento e ha affermato che “questo è un attacco al diritto alla vita delle donne. Quindi non rinunceremo mai ai nostri diritti, alla nostra lotta. Combatteremo insieme al pubblico in modo che questo passo illegale possa essere annullato”.

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