Gli esperti ripetono da mesi che il vaccino è l’unica arma capace di sconfiggere il coronavirus. Quando ciascun governo riuscirà a immunizzare una fetta consistente della propria popolazione, si potrà finalmente vedere la luce in fondo al tunnel. Facile a dirsi, complicato a farsi. Intanto perché sono subito apparsi dei problemi preliminari relativi all’approvazione dei vaccini da parte delle autorità regolatrici.

Problemi burocratici-sanitari che, di fatto, hanno fin qui consentito il via libera – per quanto riguarda l’Italia – di soli due vaccini: quello realizzato da Pfizer-BioNTech e quello di Moderna (è da poco arrivato il primo carico formato da 47mila dosi). Il fatto è che, durante le festività natalizie, il capo della startup tedesca BioNTech, Ugur Sahin, ha usato parole emblematiche: nel caso in cui non dovessero essere immediatamente approvati altri vaccini anti Covid in Europa, la sua azienda, da sola, non riuscirà a coprire l’enorme domanda. È arrivato il via libera a Moderna, ma urge uno sforzo ancora più grande per salvaguardare la salute dell’intero continente.

Arriviamo poi al secondo problema, di natura prettamente politico-organizzativa. L’Europa aveva predisposto un sistema di quote grazie al quale, in relazione al numero di abitanti, ogni Paese avrebbe ricevuto un certo quantitativo di vaccini. Piccolo problema: fiutando rallentamenti e inghippi, molti governi – è il caso della Germania – hanno pensato bene di bypassare la logica comunitaria stringendo accordi bilaterali con le singole case farmaceutiche. Risultato: il sistema è di fatto saltato e ci troviamo di fronte a Paesi che avranno la possibilità di contare su dosi in abbondanza e Paesi che rimarranno indietro.

L’inutile corsa ai numeri

C’è un altro aspetto da considerare con estrema attenzione, e riguarda il numero delle vaccinazioni. Superati in qualche modo gli ostacoli burocratici, la patata bollente è passata nelle mani dei singoli governi. I piani di vaccinazione predisposti dai vari Paesi, almeno a giudicare dai primissimi risultati, non sempre si sono rivelati efficaci. Se la è vero che la Germania ha vaccinato 613mila persone, Israele è arrivato quasi a quota 2milioni, mentre la Francia è sempre ferma a 80mila o poco più. Attenzione però, perché queste classifiche non dovrebbero essere usate dai politici come metro di giudizio per esaltare il proprio lavoro e, al tempo stesso, condannare quello degli avversari.

Prendiamo il caso dell’Italia: i dati aggiornati alla mattinata del 12 gennaio parlano di 718.797 vaccinazioni, con un incremento dell’1,19% rispetto al giorno precedente. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha spiegato che “siamo ancora all’inizio del percorso” ma che “siamo partiti bene”. “Ci auguriamo che nel più breve tempo possibile altre aziende possano essere autorizzate a mettere in commercio il loro vaccino e dovremmo essere chiaramente veloci ad adattare i numeri la nostra macchina organizzativa”, ha quindi aggiunto Speranza. Il commissario per l’emergenza, Domenico Arucri, ha invece preferito di guardare oltre, fissando l’asticella a 6milioni di italiani vaccinati entro la fine di marzo. Il punto è che, guardando le tabelle sulle vaccinazioni, le persone inserite sotto la voce “vaccinati” non sono ancora immunizzate. Dunque, ha poco senso impugnare questi numeri come un successo organizzativo.

La doppia dose di Pfizer

La prova del nove arriverà soltanto nelle prossime settimane, quando i primi vaccinati dovranno ricevere la seconda dose. Piccola parentesi: il vaccino Pfizer-BioNTech deve essere somministrato in due dosi, a tre settimane di distanza l’una dall’altra. Calendario alla mano, chi è stato vaccinato nel periodo compreso tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio, dovrà essere contattato per il cosiddetto richiamo intorno alla fine di gennaio. Piccolo problema: siamo sicuri che, da qui al momento del richiamo, l’Italia avrà a disposizione adeguate dosi di vaccino da poter immunizzare completamente i cittadini ai quali era precedentemente stata iniettata la prima dose? Anche perché, senza seconda dose, nessuno può dirsi protetto dal contagio.

Detto altrimenti, c’è la certezza che le scorte per fare i richiami arrivino nei tempi previsti per completare la vaccinazione rispettando le famigerate tre settimane di distanza? Anche perché – ha sottolineato Repubblica – le consegne dei vaccini possono slittare. Non a caso, gli invii di Pfizer, previsti per l’11, il 18 e 25 gennaio, arriveranno tutti due giorni dopo. In altre parole, non solo in Italia, ci sono governi che sbandierano il dato sulle vaccinazioni come una medaglia al merito, secondo la logica del “più ne vacciniamo, più siamo virtuosi”. Ma contro questo ragionamento si possono fare almeno due obiezioni non da poco. La prima: una persona è vaccinata contro il Covid nel vero senso della parola soltanto dopo aver ricevuto la doppia dose (dunque, per il momento, nessun governo europeo ha ancora vaccinato un cittadino). La seconda: occhio a cantare vittoria adesso senza aver la certezza di incastrare i tempi del richiamo.

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