Oramai la crisi rischia di essere internazionale: non solo la Repubblica democratica del Congo, colpita nelle regioni orientali del North Kivu e dell’Ituri, ma adesso primi decessi relativi all’epidemia di ebola vengono registrati anche nel confinante Uganda. La situazione quindi non sembra in via di miglioramento ma, al contrario, vi è uno stato d’allerta sanitario massimo anche nelle zone confinanti a quelle maggiormente colpite.

I tre decessi dovuti all’ebola in Uganda

Il governo di Kampala nei giorni scorsi ammette ufficialmente tre decessi dovuti all’epidemia, diffusasi dal Congo a partire dallo scorso mese di agosto. Si tratta di due bambini e della loro nipotina: tutti e tre, pochi giorni prima di morire, si recano proprio in Congo per assistere al funerale di un loro parente peraltro morto pure per le complicazioni dovute al virus dell’ebola. Ed è proprio questo che preoccupa maggiormente l’Uganda: la porosità della frontiera con il Congo rischia di creare non pochi problemi anche al di qua del confine. Ecco perché esercito ed autorità nazionali sanitarie da settimane operano nei posti di frontiera, verificando uno ad uno coloro che quotidianamente varcano il confine.

Chi ha la febbre alta, come scrive Lorenzo Simoncelli su La Stampa, viene subito fermato e messo in quarantena mentre tutti gli altri vengono fatti passare ma dopo aver lavato le mani con la clorina. Ad intervenire è anche l’Oms, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la quale nelle ultime settimane provvede ad immunizzare diversi operatori sanitari ugandesi che operano nelle zone al confine con il Congo. L’Uganda prova a fermare sul nascere l’epidemia, il sistema sanitario del paese viene descritto come uno dei migliori della regione e dovrebbe reggere all’impatto con un’eventuale diffusione dell’ebola. Ma questo non cancella né le preoccupazioni e né le difficoltà, date sia da quanto avviene ancora al di là del confine congolese e sia da alcuni problemi quali, tra tutti, la mancanza di stipendi da diversi mesi per i medici che operano nei territori più in difficoltà.

In Congo la situazione rischia di precipitare

Lì dove tutto è partito la scorsa estate ancora non si riesce a trovare una soluzione. Gli ultimi dati parlano complessivamente di 1.411 morti accertati, a fronte di 2.108 casi di contagio. Numeri in costante aumento, l’epidemia di ebola oramai risulta molto vasta ed estesa e colpisce territori che anche politicamente vivono situazioni di profondo degrado e di grande difficoltà. Operare in queste zone per i medici è molto difficile: in primis, il sistema sanitario di Kinshasa non è in grado di affrontare in modo diretto l’epidemia, in quanto spesso mangano mezzi e soldi. Ad arginare la situazione ci pensa il personale dell’Oms, ma ancora non si riesce ad attuare un piano capillare volto a frenare l’epidemia.

In secondo luogo, qui operano guerriglieri e gruppi terroristici che aggrediscono gli operatori sanitari specie se non africani ed occidentali. Molti medici sono dovuti andare via, la sicurezza per loro non è garantita e questo ovviamente si traduce anche in una lotta più lenta e meno incisiva contro l’ebola. Territori da sempre in guerra e destabilizzati, adesso rischiano seriamente di vivere un vero e proprio disastro a causa del virus. La situazione è quindi grave, anche se almeno per il momento l’Oms (quasi a sorpresa) decide di non dichiarare lo stato di emergenza internazionale.

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