La Norvegia è riuscita, nel corso dei mesi, ad arginare la pandemia ed a proporsi come modello di successo per la Scandinavia e per il resto d’Europa. L’esecutivo conservatore guidato dalla premier Erna Solberg ha potuto contare su alcuni punti di forza, come la scarsa densità abitativa del Paese e la presenza di un sistema economico in grado di reggere gli scossoni della crisi ma è anche riuscita a costruire una narrativa in grado di coinvolgere la popolazione e di spingerla a collaborare. La competenza nello gestire l’emergenza sanitaria si è rafforzata grazie alla legittimità democratica conseguita dal governo e grazie ad un’abile e rassicurante strategia comunicativa in grado di suscitare consenso.

I dati

I casi totali di Covid-19 in Norvegia erano, al 27 settembre, 13.741 mentre 274 persone hanno perso la vita a causa del morbo dall’inizio della pandemia. L’esecutivo Solberg ha adottato, a partire dal mese di marzo, una serie di misure restrittive considerate particolarmente rigide per la Scandinavia. Le scuole, i bar ed i luoghi di svago sono stati chiusi, le frontiere sono state sigillate ed è stato introdotto un bando nei confronti degli eventi sportivi e delle attività culturali. I provvedimenti sono stati inizialmente prolungati ma la loro efficacia ha rafforzato la fiducia dei norvegesi nei confronti del loro sistema politico. Le restrizioni, che sono state allentate progressivamente, si sono rivelate decisamente efficaci: nel maggio 2020 si sono registrate il 6 per cento di morti in meno rispetto al maggio del 2019 mentre nel mese di giugno questa percentuale ha toccato il 13 per cento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Il numero di morti è stato così basso che diverse imprese di pompe funebri sono state costrette a chiedere aiuti allo Stato per sopravvivere economicamente.

Luci ed ombre

Le persone attualmente ricoverate in Norvegia a causa del Covid-19 sono venti mentre appena due si trovano in terapia intensiva. L’alto numero di tamponi diagnostici eseguiti, oltre un milione, è una delle ragioni del successo del modello norvegese. L’individuazione precoce dei casi, anche asintomatici, permette di prevenire la formazione di focolai e riduce la trasmissione del virus all’interno della comunità.Non ci sono, però, solamente buone notizie. Un aumento dei casi (per gli standard norvegesi) ha spinto l’esecutivo a dichiarare, intorno alla metà di settembre, che la riapertura del Paese doveva interrompersi. Tra il 7 agosto e la fine di settembre è stato vietato il consumo di alcolici dopo la mezzanotte nella maggior parte dei bar del Paese. Oslo si è trasformata in un vera e propria osservata speciale: è stato imposto l’uso delle mascherine facciali sui trasporti pubblici e dovunque non fosse possibile mantenere la distanza interpersonale di un metro. Nella capitale norvegese è stato inoltre introdotto un limite agli incontri privati (massimo 10 partecipanti) ed un sistema di tracciamento dei clienti nei bar e nei ristoranti.

Un modello esportabile

L’approccio norvegese all’emergenza sanitaria è stato molto diverso da quello svedese, prima criticato da più parti e poi  rivalutato anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Stoccolma ha deciso di fare affidamento sul senso di responsabilità individuale dei cittadini, ha consigliato blande misure di distanziamento sociale ed ha preso pochi provvedimenti invasivi delle libertà civili ma ha avuto, almeno in un primo momento, più difficoltà nell’affrontare le problematiche derivanti dal contagio. Oslo ha invece avuto la mano più ferma ma ha anche agito con razionalità evitando di fermare il motore produttivo del Paese e di infliggere gravi danni psicologici con l’imposizione di lockdown totali.

Le scelte adottate dalla Norvegia possono essere replicate altrove? Si, almeno parzialmente e per quanto concerne i principi di base. Il primo ministro ed altri componenti del governo, ad esempio, hanno preso parte, negli ultimi mesi, a tre conferenze stampa in cui i principali protagonisti erano i bambini. I giovanissimi, le cui vite sono cambiate a causa delle nuove abitudini, hanno subissato i politici di domande e curiosità a cui hanno sempre ricevuto risposte. Si è cercato di rassicurare e di spiegare ai più piccoli con evidenti benefici per la loro salute mentale. Anomalie nordiche? Forse. L’attenzione al tema della salute mentale dei più deboli, la chiarezza nelle spiegazioni, il rapporto diretto con i cittadini ed il trattare questi ultimi come sudditi sono però elementi che molti esecutivi, ai quattro angoli del mondo, hanno apertamente trascurato. A volte le restrizioni, se ben spiegate, possono ricevere molto più seguito di norme imposte con la costrizione.

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